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Lucca, 3-4-5 settembre 2004 | |
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Maria Grazia Ferrario e Filippo Schillaci | |
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Tramonto
E' quasi il tramonto dell'ultimo giorno, Maria Grazia è già sul treno che la riporta a Milano, io faccio un ultimo giro nella luce ormai debole fra gli stand che cominciano a venir smontati e nei sotterranei del baluardo, muovendomi solo fra l'ultima gente che indugia, che sembra, come me, restia a tornare "là fuori", fuori dalle mura, dove tutto tornerà a essere come prima, come sempre.
C'è un'inevitabile malinconia in qualcosa che si conclude, anche quando sappiamo che tornerà fra un anno, ma è tanto tempo un anno e molte cose accadranno intanto, cose che vorremmo non accadessero mai, e noi dovremo invece attraversarle tutte prima di tornare ancora una volta qui.
E allora ricordo. C'era quel mio conterraneo di Hortus Hesperidis, vivaista specializzato in agrumi e di poche, pochissime parole (ma a che servono le parole? Lasciamole ai toscani che ne sono esperti. Dicono per lui le sue piante e le sue marmellate).
E' sempre una grande fonte di malinconia per me incontrare qualcuno che viene "da laggiù", sapere che sta per tornarci mentre io non posso, oppure che anche lui non può, come me. Ricordo un custode agrigentino della zona archeologica di Luni, esiliato per sempre lì perché i figli nulla sapevano della Sicilia, cresciuti e forse nati lontani da essa, e nessun motivo avevano per tornarvi. Era una piovigginosa giornata di dicembre, era una triste giornata, come il racconto di quell'uomo. Sono stati invece lievi i due giorni di Murabilia, lievi e pieni. Tante ore dedicate alla mostra, ma anche tante dedicate, come ogni volta che torniamo a Lucca, agli angoli della città antica. Ricordo un giardino nascosto e semiabbandonato a poca distanza dalla pensione, in un androne d'un vecchio edificio...
...e ricordo le fotografie fatte da Maria Grazia dalle finestre della pensione al vicolo su cui esse si affacciano e che a lei è piaciuto tanto.
Ricordo un piccione dai modi autoritari che si aggirava fra i tavoli di un ristorante in piazza Napoleone, dove ci eravamo fermati; non ricordo invece come eravamo finiti lì, abbandonando momentaneamente la nostra trattoria preferita.
Ricordo i marmi del duomo che scintillavano sotto il sole e poi le ombre lunari dei vicoli, il caldo ancora estivo del primo pomeriggio sulle mura e poi il freddo ormai autunnale della notte, il freddo che ora comincia, poco a poco, definitivamente a tornare.
Ricordo l'armonioso allestimento di un tavolino che oggi tanto mi riporta a un certo scrittoio che solo io so, un tavolino con sopra un libro dal sapore antico, un foglio, poche altre cose; ricordo il gran senso di raccoglimento che ne emanava.
Dietro uno stand, con l'aria di chi è abituato a una vita da retrobottega, un cane si annoia ancora un po', forse domandandosi se ci sarà ancora molto da aspettare, mentre un'ultima striscia di luce arrossata gli sonnecchia accanto.
Lì vicino incappo un'ultima volta nel plastico dell'allestimento di un cimitero, che tutti fanno finta di non vedere. E' ormai quasi buio; penso che quella sia la luce migliore per fotografarlo...
Poi, mentre i cancelli di Murabilia si chiudono, viene la partenza: 300 Km di autostrada nel buio adesso completo, il rombo monotono del motore, gli sms di Maria Grazia che mi dicono: "Viareggio... La Spezia... Genova... Milano...". E poi, dal giorno dopo, tutto il resto che stava con tenacia ad aspettarmi lì, fuori dalle mura.
Filippo Schillaci 8 agosto 2005 |