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I Giardini
Giardini ornamentali e giardini botanici: agli occhi del visitatore "svolazzante" la differenza potrebbe apparire impercettibile; è invece grande. Negli intenti innanzi tutto, e di conseguenza nella scelta delle specie, nella struttura dell'impianto e nel modo di guardarli e conoscerli.
Ma, prima di ciò, cosa hanno in comune? Il fatto di essere, gli uni e gli altri, giardini, ovvero habitat artificiali in cui numerose specie vegetali, spesso provenienti dalle più svariate parti del mondo, convivono le une accanto alle altre grazie a costanti interventi umani.
Cosa hanno di diverso? Gli intenti, dicevamo: un giardino ornamentale è, nella sua concezione più alta, un'opera d'arte vegetale; la scelta delle specie e gli accostamenti fra esse sono determinati esclusivamente da ragioni estetiche: sono luoghi fatti per i sensi e, sopra ogni altro, per la vista. Le specie sono scelte in funzione del loro portamento, dei loro colori, della qualità e durata delle loro fioriture. Sono luoghi da guardare, e solo eventualmente da conoscere.
I giardini botanici sono dei musei botanici viventi; le specie che vi vengono ospitate sono scelte per la loro importanza scientifica (intesa come rarità o significatività in un certo tipo di habitat o famiglia botanica) e l'organizzazione degli spazi rispecchia tipicamente i criteri della tassonomia, ovvero del raggruppamento delle specie in generi, famiglie eccetera. Sono luoghi da conoscere; dovremmo a questo punto aggiungere: e solo eventualmente da guardare; tuttavia capita spesso che anche i giardini botanici, come tutti i giardini ben realizzati, offrano molto allo sguardo e siano dunque dei giardini ornamentali più qualcos'altro. Il discorso si potrebbe però anche invertire poiché non è raro che un giardino concepito con intenti ornamentali assuma, soprattutto col passare del tempo, anche importanza botanica.
A Murabilia non c'era uno stand specificamente dedicato a questi argomenti ma al visitatore attento non saranno sfuggite due pubblicazioni gratuite dedicate rispettivamente all'una e all'altra delle due tipologie di giardini.
La prima, dedicata ai giardini ornamentali, era in distribuzione a tutti i visitatori nei pressi dell'ingresso: era la coloratissima Guida ai Grandi Giardini Italiani, la seconda bisognava andare a cercarla col lanternino e non era per tutti: la si trovava presso lo stand della Provincia di Genova ed era riservata agli insegnanti. Era una non meno colorata monografia su un particolare giardino botanico: il giardino montano di Pratorondanino.
A cura del Gruppo Ligure Amatori Orchidee, Un giardino botanico montano a Pratorondanino, Provincia di Genova, 2003
Pratorondanino, situato sulle Alpi Liguri, appartiene a un tipo un po' speciale di giardini botanici: i giardini botanici montani, ovvero specificamente destinati ad accogliere specie degli habitat d'alta quota. Il capostipite di essi, fra i 35 attualmente presenti in Italia, è quello di Chanousia, sul colle del Piccolo San Bernardo mentre il più a sud è quello di Nuova Gussonea sulle pendici meridionali dell'Etna.
Il bel libro curato dal Gruppo Ligure Amatori Orchidee (GLAO) comincia con un capitolo introduttivo sulla flora montana e i giardini botanici ad essa dedicati dei quali vengono descritte fra l'altro le principali funzioni: didattica, scientifica e di conservazione.
Si passa a raccontare la storia della quasi decennale "avventura" che ha portato dalla prima idea nata da alcuni membri del GLAO e che ha trovato terreno fertile in alcuni sensibili amministratori locali, fino al compimento dell'opera (se ha senso parlare di "compimento" di una comunità vivente) avvenuto nel 1994 e alla sua successiva istituzione ad area protetta di interesse provinciale da parte della Regione Liguria.
Il giardino è ovviamente aperto al pubblico, la cui affluenza è stata cospicua fin dall'inizio: un pubblico molto vario, che va dalle scolaresche all'appassionato della montagna, all'esperto, al semplice curioso. Non mancano visitatori nemmeno al di fuori del breve periodo della fioritura. «E sono proprio i visitatori di quest'ultimo tipo», scrivono gli autori, «quelli che generalmente entrano con il Giardino in un rapporto più intenso - seguendone passo passo le migliorie ed apprezzandone i sempre nuovi complementi - spesso instaurando con i gestori un dialogo amichevole e costruttivo».
Un secondo gruppo di capitoli è dedicato alla descrizione del sito dal punto di vista geologico, climatico, della flora e della fauna locali e infine della presenza dell'uomo. E descritto il luogo non rimane che descrivere ciò che in quel luogo è stato fatto. Il Giardino viene raccontato in ogni sua parte ovvero l'arboreto, che ospita fra l'altro un esemplare di sequoia gigante, il prato, le due roccere, il roseto, gli ambienti acquatici (lo stagno e il laghetto) e infine le strutture per la gestione e la fruizione. Fra queste ultime il "Centro per la didattica e la divulgazione scientifica": un bell'edifico in legno che funge da piccolo museo naturalistico e da laboratorio didattico.
La seconda parte del libro, quasi due terzi del volume, comprende il catalogo completo delle specie botaniche presenti, tutte descritte secondo i criteri della migliore divulgazione scientifica: sintesi di rigore informativo e piacevolezza della lettura.
Infine il libro è anche bello da guardare essendo in ogni sua parte il testo accompagnato e completato da ottime immagini. Un vero peccato che un'opera di così ottima fattura sia destinata a una diffusione limitata.
Ultima nota: Pratorondanino è nei pressi del parco del Beigua, di cui è considerato struttura funzionale e al quale La Rivista del Trekking (www.trekking.it) ha dedicato un numero speciale, anch'esso distribuito a Murabilia.
A Cura di Ville & Casali, Guida ai Grandi Giardini Italiani, Ed. Living International, Roma, 2004
Presi i giardini di Villa d'Este come confine fra Nord e Sud dell'Italia, la prima cosa che ci si domanda davanti alle 160 pagine di questo - peraltro ottimo - tascabile è perché 130 di esse siano dedicate al Nord e solo 30 al Sud.
Oltrepassata questa domanda, di cui lascio a voi lettori ipotizzare le possibili risposte, addentriamoci fra i viali alberati e le aiuole fiorite di queste pagine.
Sono due i tipi in cui si dividono i giardini ornamentali: formali e informali. Formale è un giardino in cui domina la geometria, la linea netta, sia nella disposizione delle piante e dei manufatti, sia, spesso, nelle piante stesse, forzate mediante continue potature ad assumere forme di sfere, cubi, coni... Informale è un giardino in cui domina al contrario l'organico e lo sfumare continuo di una forma nell'altra, di un colore nell'altro, della luce nell'ombra e viceversa. Ovviamente nei giardini formali nulla è "secondo natura" tranne la materia prima, in quelli informali c'è più spazio per l'espressione della "personalità" delle piante che lo compongono.
Fatta questa distinzione intraprendiamo il nostro viaggio cartaceo fra le più grandi (se non altro come dimensioni) opere d'arte vegetali d'Italia, partendo da Isola Madre a Stresa e finendo al Giardino della Kolymbetra nella valle dei Templi di Agrigento. Mi voglio soffermare su questi due estremi, geografici e allo stesso tempo concettuali facendo presente che man mano che si avanza nella lettura - e si scende lungo la penisola - si passa gradatamente dall'uno all'altro, tanto che se questo libro fosse un panorama completo del grande paesaggismo italiano (e non lo credo, almeno per il Sud) potremmo dedurne l'anima di due culture profondamente diverse.
Isola Madre. Leggiamo: «quello che in origine era un nudo scoglio divenne prima un frutteto, poi un agrumeto fino all'attuale parco botanico all'inglese, realizzato ad inizio Ottocento. A quell'epoca (...) furono estirpati gelsi e viti per lasciare spazio a piante ornamentali». Commento personale: perché gelsi e viti, come tutti sanno, sono piante decisamente orribili a vedersi.
Giardino della Kolymbetra. Leggiamo: «riassume in cinque ettari il paesaggio agrario e naturale della valle. Nelle zone più scoscese vivono le piante della macchia mediterranea: mirto, lentisco, terebinto, ginestra, fillirea, euforbia. Nel fondovalle ci sono pioppi, tamerici, salici e un agrumeto con limoni, mandarini, aranci di antiche varietà, irrigato secondo le tecniche dell'antica tradizione araba. Dove l'acqua scarseggia, invece, crescono gelsi, carrubi, fichi d'india, mandorli e giganteschi olivi "saraceni"».
E se anziché leggere volessimo sfogliare le pagine osservando le immagini scopriremmo ciò che già il confronto fra questi due testi ci ha fatto intuire: dal geometrico dei giardini del Nord all'organico di quelli del Sud, dall'ornamentale puro dei primi all'unione fra funzione estetica, naturalistica e, come in questo caso, perfino etnostorica, dei secondi.
Un itinerario sicuramente da seguire.
Ne ho visitato uno...
Alcune settimane dopo Murabilia ho visitato uno dei luoghi segnalati nella Guida: i Giardini della Landriana, inattesa e quasi miracolosa oasi di bellezza totale in mezzo allo squallore altrettanto totale della degradata costa tirrenica fra Roma e Pomezia. L'ho visitato in occasione della mostra-mercato Autunno alla Landriana, una sorta di replica in piccolo di Murabilia, dove ho rivisto molte facce note: dal meratese megalomane Principe Iris, il cui stand occupava più che metà del grande tendone troneggiante nel centro esatto dello spiazzo della mostra, alla "vispa" (ovvero socia dei VISPI - VIvaisti Specializzati in Piante Insolite) Alessandra Orsi, che non ha saputo spiegarmi perché i suoi pomodorini gialli yellow pear, garantiti immuni da ogni malattia, durante l'estate che si era appena conclusa erano stati gli unici ad ammalarsi, fino al compunto mio conterraneo di Hortus Esperidis, specialista di agrumi (e relative marmellate) di Mazzarà sant'Andrea, un paese tra i monti Peloritani e i Nebrodi dove anche i gatti hanno il loro vivaio.
La mia visita ai Giardini, solo in parte aperti al pubblico, è avvenuta in una giornata grigia, piovigginosa, punteggiata dalle fucilate di non proprio lontanissimi cacciatori della cui dannosa e (finora) cronica presenza si lamenta Lavinia Taverna, autrice insieme al paesaggista Russell Page di questo capolavoro di 16 ettari, nel libro che ha dedicato alla sua opera: La compagnia di un giardino. Un libro che racconta una per una le 39 "stanze" in cui esso è diviso ed è una preziosa guida più che per il visitatore, per chi volesse addentrarsi nei meandri intellettuali dei realizzatori di queste spettacolari opere di land art.
Il lettore di queste pagine si trova di fronte a una persona dalla sensibilità estetica degna di un David Hamilton, dotata di un gusto squisito e di un tocco impeccabile uniti a una passione e una perseveranza la cui durata coincide con quella di tutta una vita, ma allo stesso tempo percepisce il confine mentale che racchiude tutto ciò: la pianta concepita come esclusivo produttore di bellezza. Del tutto assente ogni preoccupazione relativa all'interesse botanico o alimentare, e par quasi accidentale il fatto che in certi casi l'impostazione (anche qui guidata da pure esigenze estetiche) a più livelli, dal tappezzante al cespuglio all'albero d'alto fusto, realizzi di fatto un embrione di ecosistema, riproducendo la struttura di un bosco naturale. Ricorrono piuttosto riferimenti a questo o quel gruppo di piante che nelle zone impostate a "giardino formale" vi deperivano "non sopportando le continue potature" necessarie a far assumere loro le forme imposte dal giardiniere anziché quelle loro proprie per natura. Molto spazio si ritrova però destinato anche ai giardini informali, dove le forme organiche sono lasciate libere di prosperare e le piante sono più vicine al vivere di vita propria.
Più volte mi sono domandato se Lavinia Taverna, circondata di tante piante, alla fine comprasse le verdure al supermercato. Ho scoperto di no: in uno dei capitoli dice che un certo angolo dei suoi giardini si trova "vicino all'orto". Dunque un orto esiste, o almeno è esistito. Anche se nulla di più ha meritato che un semplice e accidentale accenno. Peccato.
Filippo Schillaci

24 gennaio 2005
Sul web:
www.horti.unimore.it
grandigiardini.it
www.giardinidellalandriana.it
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