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Murabilia 2004
Lucca, 3-4-5 settembre 2004

Maria Grazia Ferrario e Filippo Schillaci

 

La frutta antica

220 varietà di melo, 130 di pero, 10 di cotogno, 25 di pesco e altro ancora. Sono alcune delle varietà antiche catalogate e riprodotte in Emilia nel campo-catalogo dell'istituto tecnico agrario Bocchialini di Parma, esemplificativo di un panorama di grande biodiversità basato sui biotipi locali, sviluppati durante secoli di adattamento alle condizioni del posto. Questo era fare frutticoltura un tempo. Oggi il 70% delle mele reperibili sui mercati italiani appartiene a 4 sole varietà americane, e come le mele, le pere, le pesche, le albicocche... stiamo assistendo nell'agrobiodiversità a un gigantesco processo di estinzione in massa grave quasi quanto quello che sta interessando le specie selvatiche ad opera dell'espansione esponenziale delle attività umane. Nel nostro caso il movente è la standardizzazione dei mercati, la ricerca di varietà sempre più produttive che prescindono da qualsiasi considerazione ecosistemica e nutrizionale, una mentalità di tipo industriale trasferita massicciamente nell'agricoltura.

  

Basti pensare che sui manuali di arboricoltura attuali è scomparsa non solo ogni traccia delle varietà di un tempo ma non si ha più notizia nemmeno di quale sia la forma naturale degli alberi. Si dà per scontato che ciò sia privo di importanza e che solo conti quale forma sia più conveniente per la meccanizzazione. Confrontare un testo attuale non dico con uno antico ma già con uno degli anni '70 rivela in pieno una tendenza estremamente preoccupante di cui gli OGM sono solo l'ultimo, e forse non estremo gradino. Cosa stiamo rischiando di perdere lo dicono i numeri sopra citati, ma anche altri: la mela Parmena Dorata contiene 52 mg di vitamina C, la Calvilla rossa può giungere a 62 mg, mentre il fabbisogno giornaliero è di 50 mg. Per contro una mela commerciale Golden Delicious ne ha 9 mg. E poi ciò che i numeri non dicono: i sapori, in quantità e qualità.

Parallelamente si moltiplicano però le iniziative di recupero delle varietà antiche, sono sempre più numerose le persone che, fra casali abbandonati, monasteri, orti parrocchiali, ville padronali, campi dimenticati, ritrovano frutti di cui a volte si è persa perfino la memoria del nome. Ed aumenta di conseguenza, nelle mostre come Murabilia, lo spazio a esse dedicato.
Già nella precedente edizione sia sul baluardo san Regolo che nei sotterranei si poteva ammirare una esposizione di frutti antichi, che in questa edizione è stata riproposta in forma più arricchita. Ritroviamo, all'ombra dei grandi platani del baluardo, i tavoli circolari dello scorso anno su cui orbitano nuovamente grappoli d'uva, fichi, susine, primo approccio alla più ampia mostra che si dipana lungo tutta l'estensione delle sottostanti gallerie.

Qui ci imbattiamo nell'espositore più importante in questo settore, il già citato istituto Bocchialini, che esponeva una collezione ricchissima contornata da un nutrito catalogo di pubblicazioni. Fra esse Come realizzare il frutteto familiare con varietà rustiche, di Enzo Melegari, un vero e proprio manuale di arboricoltura orientato alla coltivazione familiare e alle sue peculiarità.
E' stato in questo libro che ho ritrovato la parola Brolo, che conoscevo da sempre come nome di un paesino fra il mare e i Nebrodi orientali ma che non sapevo designasse in passato il regno in cui prosperavano le varietà che oggi si tenta di strappare all'estinzione: l'orto-giardino-frutteto in cui alberi da frutta, piante ornamentali, ortaggi e aromatiche coesistevano occupando ciascuna la sua nicchia agro-ecologica esattamente come alberi d'alto fusto, arbusti, erbe, muschi in un bosco. A questa entità scomparsa in un tempo in cui le piante "utili" sono relegate negli spazi nascosti alle spalle della casa, è ispirato il libro e non a caso si parla di essa proprio nelle pagine iniziali.

   

Nel libro è contenuto anche un catalogo di frutti dimenticati, come l'amelanchier, simile al mirtillo, o l'eleagno, simile al ribes, o il biricoccolo di Maria Luigia, risalente al 1700, che ho visto in un piccolo frutteto familiare nei pressi di Roma, dal sapore di susina e aroma di albicocca: un patrimonio di diversità alimentare, agrario, botanico, genetico che deve restare.



Filippo Schillaci

4 luglio 2005