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Discussione sul Sistema Federativo

Giovedì, 25 Ottobre 2007
Caro Piero,
alcune settimane fa Matteo Cocconoli, che tu hai contattato via mail, mi ha inviato un tuo scritto, "Il sistema federativo". Ti dico subito che lo abbiamo trovato entrambi del massimo interesse: ne abbiamo discusso un pò via mail e siamo concordi nel ritenere che cose come questa siano fra le più importanti che oggi siano da pensare E FARE all'interno del movimento alternativo.
(...)
Vorrei pubblicare il tuo testo sul sito web La Casa di Gondrano (...) L'intento sarebbe quello di sollecitare una discussione su questi temi ma sarò sincero: non mi aspetto un grande riscontro. Sono sempre più consapevole che l'idea di uscire da questo sistema alla fine dei conti fa paura perfino a coloro che ne dicono peste e corna tutti i giorni, come voi stessi avete potuto constatare sulla mailing list della Decrescita. E qui ci inoltriamo in quel grande problema cui il tuo progetto non fornisce risposta - e non la fornisce perchè allo stato attuale è un problema davvero insoluto -: la creazione delle risorse umane necessarie per attuare realtà come quella che tu hai così lucidamente delineato. È un problema che coinvolge sociologia, psicologia delle masse, antropologia, ed è ancora tutto da affrontare. Ti invio un caro saluto e spero molto in una tua risposta positiva.

Filippo Schillaci.

Venerdì, 26 Ottobre 2007
Ciao Filippo,
sono lieto di fare la tua conoscenza e voglio dirti che il tuo sito l'ho visitato già qualche anno fa, forse attratto dal nome del personaggio de "La fattoria degli animali", simbolo di altruismo per eccellenza. (...)

Concordo che la paura del nuovo (e per questo incerto) frena qualsiasi iniziativa volta al cambiamento, perciò dubito anch'io che il "Sistema federativo" possa avere grossi riscontri nel tuo sito. Anche se fosse postato nel blog di Beppe Grillo passerebbe quasi inosservato, perchè, volenti o nolenti, dobbiamo fare i conti con la nostra mentalità "costruita", ossia alla mercé di un sistema che, sebbene condanniamo nelle nostre aspirazioni, ci è di sostegno nella nostra vita quotidiana.

Il fatto è che siamo stati abituati (o forse condannati) a fare un'analisi "politica" dello stato presente delle cose, vale a dire che prestiamo orecchio a ciò che esce quotidianamente dal rapporto tra istituzioni e cittadini. Solo la coscienza che la "politica" è comunque uno strumento di conservazione gestito dal potere economico potrebbe indirizzarci a nuove vie, senza timori. Se la "politica" fosse un mezzo possibile di cambiamento, perché mai il potere economico lo mette a nostra disposizione, magari a suo discapito?

Io credo, come ho affermato altre volte, che la "politica" è uno strumento gestito dal sistema per incanalare in un vicolo cieco ogni dissidenza e ribellione. Se la "politica" potesse andare a discapito del sistema non ci sarebbe concesso di fare "politica". Quindi la via al cambiamento non può essere "politica" ma "sociale", ossia non un rapporto istituzioni-cittadini ma un rapporto cittadini-cittadini.

Quanto ho detto è per rispondere al tuo quesito: la creazione delle risorse umane necessarie per creare quella nuova realtà ipotizzata. La soluzione non va cercata nella costituzione di movimenti di opinione, partiti, sindacati, ecc., ma nella formazione di gruppi di "aiuto reciproco" di persone, sempre più persone, indifferenti e impermeabili alle vicende politiche e alla cultura dei media. Insomma, un modo pratico e sbrigativo per estraniarci dai meccanismi degenerativi del sistema.

È vero, non mi sono soffermato a sufficienza nel descrivere l'organizzazione popolare che dovrebbe avviare e sostenere questa ipotesi di cambiamento, ma potremmo discuterne con calma, per comprendere bene quali sono le vie concrete e fattibili per la sua attuazione. Naturalmente ho una mia visione delle cose, ma se hai delle idee in proposito sono sempre bene accette.

Un caro saluto anche a te e anch'io attendo una tua risposta.

Piero

Lunedì, 5 Novembre 2007
Caro Piero, (...) Condivido il tuo giudizio critico sulla politica ma non credo che oggi sia questo il pilastro fondante del sistema. Le relazioni fondamentali, ovvero quelle che creano la sociocultura in cui il "Signor Rossi" si riconosce, non sono quelle fra lui e le istituzioni ma quelle fra lui e i mass media; che, anch’essi, sono ovviamente in mano al potere economico. E sono relazioni rigorosamente verticali, che escludono le relazioni orizzontali da persona a persona. È così dunque che è svanito quel senso della comunità che era tipico del tempo dei raccoglitori e che al contrario sarebbe necessario per poter innescare un processo che porti a un assetto quale ad esempio quello prospettato da te. La cura? Sarò sincero: non ce l’ho. Ma di una cosa sono certo: che qualunque essa sia si pone in termini di progetto di comunicazione, come ben sa del resto il "sistema" che queste cose le usa al massimo delle proprie potenzialità.
È possibile che internet - mass media di inedita organizzazione prevalentemente orizzontale - rappresenti la soluzione ma dovremo lavorarci con mentalità - e metodo - appunto da comunicatori per riuscire a stabilire, nell’enorme rumore di fondo che la affligge, i collegamenti fra le sinapsi giuste.
È un discorso grosso, sul quale sto appena cominciando ad affacciarmi, e dunque mi limito per ora solo ad accennarlo.
(...)
A presto,

Filippo.

Venerdì, 22 Febbraio 2008
Ciao Filippo, come mi ero ripromesso guardo spesso il tuo sito, ma devo dire che lo trovo immutato da parecchio tempo. È un periodo di stanca intellettuale oppure manca il tempo materiale per aggiornarlo?
(...)

Piero Nigra

Lunedì, 25 Febbraio 2008
Caro Piero,
ho letto con molto piacere la tua lettera: in un panorama popolato da penosi fantasmi sempre pronti a svanire nel nulla è confortante imbattersi in qualcuno che non solo non scompare ma anzi mi richiama all'ordine. Comincerò dalla stasi di Gondrano, le cui ragioni sono due: la prima è che Gondrano necessita di una drastica ristrutturazione; (...)
La seconda ragione è molto più grave. Farò una premessa. Un punto fondamentale del mio pensiero è che condizione necessaria a produrre un reale cambiamento nell'assetto dell'uomo sulla Terra sia la caduta dell'antropocentrismo. Questo mi ha avvicinato alle due correnti di pensiero che muovono a esso una critica radicale: da una parte l'ecologia profonda, dall'altra l'antispecismo, per trovare infine in quest'ultimo l'impostazione che ritenevo più passibile di positivi sviluppi (il perchè di tutto ciò, se vuoi, potremo approfondirlo in future mail). Ebbene, se esiste un antispecismo come idea, mi sono dovuto ben presto rendere conto che non esiste un antispecismo come movimento, come forza sociale, e io temo che le ragioni di ciò siano non contingenti ma per così dire "congeniti alla natura umana". E ciò vale anche per molte altre componenti del movimento alternativo, e vale anzi tanto più quanto più esse sono davvero "alternative". Mi sembra in altre parole di essere giunto in fondo a una sorta di tunnel solo per scoprire che non essite l'uscita.
Si aggiungano a ciò alcune esperienze fortemente negative che si sono accumulate nell'autunno scorso e la constatazione della paralisi totale di ogni iniziativa come unico risultato di sei anni di impegno, e capirai come il fermarsi quanto meno a riflettere sullo stato delle cose sia una scelta più che ovvia.
(...)

Filippo.

Lunedì, 25 Febbraio 2008
Caro Filippo,
il tono della tua lettera mi fa intuire uno scoraggiamento di fondo, un certo “ripensamento” sulle reali capacità e possibilità di noi umani a un cambiamento radicale delle nostre norme di comportamento.
Anch’io sono convinto che la “condizione necessaria a produrre un reale cambiamento nell'assetto dell'uomo sulla Terra sia la caduta dell'antropocentrismo”, anche se non mi spendo più di tanto perché questo accada. Non fraintendere: non è per indifferenza o per egoismo che affermo questo, ma per la consapevolezza che l’uomo “moderno” al centro dell’Universo non è un concetto realmente esistente, bensì il prodotto di una vuota presunzione dovuta alle condizioni effettive in cui versa attualmente l’umanità.
Come si può evincere dal mio scritto io credo a un programma esistente nella natura nel suo incedere, ossia non è l’uomo a servirsi della natura ma è la natura a servirsi dell’uomo per i suoi fini, anche se tutto farebbe presagire esattamente il contrario.
Tutta la storia umana non è altro che un passaggio obbligato al quale l’uomo non poteva sottrarsi. Per questo credo che l’antropocentrismo è una condizione temporanea che cadrà da sola, senza forzature da parte di una frangia di umanità “illuminata”, per il semplice motivo che, quando questo accadrà, sarà la stessa natura a imporre un’inversione dei comportamenti umani.
Per le generazioni future sarà inteso solo come il passaggio (la storia umana) dal sistema sociale dei raccoglitori al sistema federativo, vale dire uno scalino in più nell’evoluzione della natura.
Se intendiamo come specismo la generale mancanza di rispetto verso gli esseri viventi non umani, allora penso che questa non sia congenita nella natura umana, ma sia solo una sua assimilazione culturale. I popoli primitivi si nutrivano anche dei corpi di animali, avevano però un profondo rispetto per gli altri esseri viventi, animali e vegetali, prova ne è che migliaia e migliaia di anni di adattamento a un determinato tipo di ambiente non ne hanno mai mutato sostanzialmente il suo assetto ecologico.
Probabilmente in futuro l’uomo potrà nutrirsi esclusivamente di vegetali, ribaltando l’attuale rapporto che ha adesso con gli animali, ma non mi sento di affermare che anche l’uomo primitivo era specista perché aveva una alimentazione parzialmente carnea.
Comunque è vero che esiste un’idea antispecista ma non esiste affatto un movimento o forza sociale che possano essere definiti tali. Anzi, credo che attualmente non esista ancora un movimento ”alternativo” al sistema vigente, almeno nella sua concezione più ampia. Quando cominceranno a formarsi nuovi gruppi sociali, che fonderanno la loro esistenza sulla condivisione e sull’aiuto reciproco, che si porranno obiettivi come il rispetto delle diversità biologiche, etniche e culturali, allora si potrà essere certi che è iniziato un movimento alternativo al sistema. Al momento vedo che ancora nessuna forza “alternativa” ha reciso veramente il cordone ombelicale che lo lega al ritmo di vita che impone il sistema individualista e competitivo.
Di questo mi piacerebbe parlarne con te, tempo permettendo.
(...)
A risentirci a presto.

Piero

Venerdì, 29 Febbraio 2008
Caro Piero,
(...)
Comincerò da quello che hai percepito come un mio scoraggiamento. Diciamo che in questo momento contingente non vedo una forza sociale capace di imboccare concretamente la giusta via. Ho deciso di seguire da vicino e con attenzione il movimento per la decrescita felice (quello di Pallante) che mi sembra il miglior candidato a diventarlo (...).
La tua concezione deterministica dell'evoluzione mi era chiara dal tuo scritto. Essa è però l'aspetto del tuo pensiero da cui mi trovo più distante. Diciamo che la mia visione è più vicina a quella di Prigogine: "Il possibile", scrive, "è pi ricco del reale. Il nostro universo ha seguito un percorso di biforcazioni successive, ma avrebbe potuto seguirne altre. Forse possiamo dire la stessa cosa per la vita di ognuno di noi". Credo che se guardiamo alla storia del nostro pianeta ma anche dell'intero universo, siano molti i fatti che gli danno ragione. Credo però che questo nostro diverso punto di partenza teorico tocchi solo marginalmente l'argomento centrale perchè sia che il corso dell'evoluzione sia deterministico o guidato dal caso e dalla contingenza, l'antropocentrismo rimane un modello culturale destinato a cadere. Nel primo caso per i motivi che dici tu, nel secondo perchè comunque esso è nato per giustificare un insieme di pratiche che possiamo chiamare infestanti e che per ovvie ragioni non possono durare nel tempo. I meccanismi stessi della biosfera imporranno la loro fine quando le conseguenze dei guasti apportati diverranno macroscopiche. Altre pratiche produttive emergeranno ed esse, come sempre è accaduto in tutte le culture umane, saranno accompagnate da un diverso modello culturale (e sociale) che le sosterrà e consentirà loro di essere socialmente accettate.
Il punto però è che ciò che chiamiamo "la natura" è sì un meccanismo autoregolantesi ma solo a livello macroscopico. I sottosistemi di ordine inferiore, giù fino ai singoli individui, sono sacrificabili. E questo implica che la correzione avverrà, anzi secondo me sta già avvenendo, a prezzo di un cumulo di sofferenze gigantesco, sia per la vita umana che non umana. In fondo tutto l'impegno che mettiamo nel "cambiare il mondo" ha questo scopo: indirizzare la correzione lungo una strada non traumatica, il che, sia pur a parità di stato finale, devi convenire che fa molta differenza.

Credo tu abbia ragione quando scrivi che:

"Se intendiamo come specismo la generale mancanza di rispetto verso gli esseri viventi non umani, allora penso che questa non sia congenita nella natura umana, ma sia solo una sua assimilazione culturale. I popoli primitivi si nutrivano anche dei corpi di animali, avevano per un profondo rispetto per gli altri esseri viventi, animali e vegetali, prova ne che migliaia e migliaia di anni di adattamento a un determinato tipo di ambiente non ne hanno mai mutato sostanzialmente il suo assetto ecologico".

In effetti molti antropologi concordano nel dire che anche nelle fasi in cui l'uomo paleolitico aveva cominciato ad associare la caccia alla raccolta non aveva mutato il suo modello culturale che lo portava a vedersi come parte della natura, prova ne sono gli elaborati rituali di reverente ringraziamento che precedevano la caccia, il mito del "signore degli animali" eccetera. È però vera anche un'altra cosa: nella caccia (paleolitica), in quanto attività di predazione, rimane comunque racchiuso il germe di quell'atteggiamento di possesso nei confronti dell'altro su cui, dal neolitico in poi (in parallelo con lo svilupparsi dell'allevamento) è attecchita l'impalcatura ideologica dell'antropocentrismo. Io credo che oggi questo germe sia da far totalmente scomparire; credo in altre parole che molto, se non tutto, dell'attuale devastazione globale sia stato reso possibile da quel primo, apparentemente inoffensivo embrione.

Infine, quanto a ciò che dici sull'inesistenza di un movimento realmente alternativo, credo non si tratti tanto di condividerlo o no, ma semplicemente di constatare uno stato di fatto: non esiste, punto e basta. Comincerà a esistere, come giustamente tu dici, quando si formerà una società parallela a quella dominante e svincolata da essa. Il vero, grande problema, attorno al quale ruoto inutilmente ormai da tempo, è che tutti noi, anche i più "alternativi", siamo plasmati proprio dal modello culturale dominante e, che lo vogliamo o no, ce lo portiamo dentro non meno dell'idea di quell' "altro mondo possibile" di cui favoleggiamo. Vedo ad esempio che molte comunità alternative finiscono in breve tempo a causa di gravi crisi interne. E da cosa potranno mai essere generate se non da un prevalere, nei loro membri, del modello competitivo su quello cooperativo? Ci penso ormai da anni ma francamente continuo a non trovare una soluzione. Ricordo che in una mail di qualche tempo fa mi avevi scritto di avere delle idee in proposito. Mi interesserebbe molto leggerle.

Ciao,

Filippo.

Sabato, 1 Marzo 2008
Caro Filippo,
(...)
Non nego certo l’esistenza del caso (vedi il capitolo “caso e progetto”) ed è vero che più si scende nell’infinitamente piccolo, secondo il principio di indeterminazione, tutto il moto diventa casuale e non determinabile. Il discorso cambia via via che la natura si organizza in sistemi più complessi. Anche Ilya Prygogine parla di “legge del Caos”, a sottintendere che l’insieme di casualità genera comunque una precisa direzione temporale e spaziale. Sul fatto che anche l’intero Universo abbia il suo libero arbitrio ti invito a riflettere su una semplice equazione matematica. L’elettromagnetismo è una forza elementare immensamente più forte della gravità: 1 x 10 alla 42esima, ossia 1 seguito da 42 zeri! Ebbene, se questo rapporto fosse stato solo di 1 x 10 alla 41esima l’Universo sarebbe collassato su se stesso in tempi troppo rapidi per consentire la vita; mentre se fosse stato di 1 x 10 alla 43esima l’Universo si sarebbe espanso in tempi troppo veloci per consentire la vita. Perlomeno questa è una cosa che dovrebbe far riflettere…

Hai centrato perfettamente il punto quando affermi che: “ciò che chiamiamo "la natura" è sì un meccanismo autoregolantesi ma solo a livello macroscopico. I sottosistemi di ordine inferiore, giù fino ai singoli individui, sono sacrificabili. E questo implica che la correzione avverrà, anzi secondo me sta già avvenendo, a prezzo di un cumulo di sofferenze gigantesco, sia per la vita umana che non umana”. Dirò di più: non solo “sta già” avvenendo, ma è sempre avvenuto. La storia umana è una storia di sofferenze, e anche prima della comparsa dell’uomo sulla Terra la storia degli esseri viventi è stata una storia di sofferenze.

Gli individui umani non sono affatto prigionieri di un “destino” e nemmeno la specie umana è per forza destinata a un futuro radioso. Il nostro libero arbitrio di individui e di specie potrebbe salvarci o farci estinguere, e la natura potrebbe tentare di costruire una specie intelligente (forse più intelligente di noi) in qualche altra parte dell’Universo. Quello che però dici è sacrosanto: “In fondo tutto l'impegno che mettiamo nel "cambiare il mondo" ha questo scopo: indirizzare la correzione lungo una strada non traumatica, il che, sia pur a parità di stato finale, devi convenire che fa molta differenza”. Eccome se fa differenza! Tuttavia il termine “mondo” ha significato solo se lo intendiamo come mondo alla nostra portata”, ossia la parte di spazio e di persone coi quali possiamo interagire direttamente. Più è lungo il raggio della nostra azione e più questa è dispersiva di tempo e di energie. In altre parole la nostra azione correttiva non potrebbe essere “politica”, fondata cioè su un rapporto di assenso o di contesa su chi ci governa.

Forse potresti avere ragione nell’affermare che l’impalcatura dell’antropocentrismo si possa far risalire ai primi istinti predatori dell’uomo primitivo, ma se così fosse davvero non avremmo nessuna possibilità di cambiamento, con traumi o senza traumi, perché ogni tentativo di cambiamento andrebbe contro la nostra reale natura, e questo sì che sarebbe un trauma. Preferisco pensare che la competizione tra gli esseri umani, seppure causata dalla predazione di altri animali, sia dovuta a una costrizione esterna, non presente nel nostro codice genetico.

Dopo tutto anche il racconto biblico del Giardino dell’Eden (che ritengo abbia un significato più profondo di quello che oggi generalmente gli viene attribuito) ci dice che l’uomo si alimentava solo con gli alberi del giardino, ossia attraverso la semplice raccolta di vegetazione spontanea. L’agricoltura e l’allevamento (Caino e Abele) sono nati dopo un evento traumatico (la cacciata dall’Eden dopo la “disubbidienza”) e l’alimentazione carnea è sorta addirittura dopo il diluvio, con la distruzione sistematica dell’ambiente. La nostra natura ci permette senz’altro di fare a meno di un’alimentazione carnea, ma per tornare alle condizioni originali del Giardino dobbiamo fare un percorso a ritroso. Prima dobbiamo ristabilire i rapporti di convivenza con il nostro prossimo e questo ci garantirà di vivere in un ambiente e una struttura sociale tale da permetterci di alimentarci senza animali. Vivere da vegano osservante e poi struggersi davanti al Grande Fratello o all’Isola dei famosi, incuranti se al nostro vicino gli piove in casa, mi sembra del tutto inutile. Prima preoccupiamoci di aiutare il nostro vicino di casa e poi cerchiamo di spiegargli cosa significa per l’ambiente del Pianeta un’alimentazione ricca di carne. Tutte le associazioni vegetariane le vedo come “corporazioni alimentari” legate anch’esse a doppio filo con la cultura individualista del sistema.

Da dove dovrebbe dunque partire il cambiamento? Io sono convinto che dovremmo cercare di applicare una semplice regola che è il condensato della nostra natura genetica: “fai agli altri ciò che vorresti che gli altri facessero a te”, vale a dire la famosa regola aurea cristiana. Ovviamente questa potremmo metterla in pratica solamente con il nostro prossimo più prossimo, che è nella nostra cerchia d’azione diretta, quindi parenti, amici, conoscenti, vicini di casa. Si tratterebbe perciò di costituire dei gruppi di aiuto reciproco, o meglio ancora un’associazione che aiuti la formazione di questi gruppi e li possa tenere in contatto tra loro. Un’associazione che dovrebbe estraniarsi completamente dalle vicende politiche e preoccuparsi solamente di rinsaldare sempre più i legami di gruppo e tra i gruppi, incentivando una cultura di collaborazione, non ultima un’alimentazione sana. Questo per me è il solo inizio realisticamente non traumatico, senza pensare troppo in grande se non quando le effettive possibilità lo permetteranno (solo allora si comincerebbe a parlare di federazioni di gruppi e di strutture autosufficienti). Qualsiasi tentativo di modificare l’esistente forzando o pregando le istituzioni ci legherebbe in modo politico col sistema, legittimandolo.

Se ti va potremmo parlare anche di questo la prossima volta.

Un caloroso saluto.

Piero

Venerdì, 7 Marzo 2008
Caro Piero,
eccomi nuovamente a risponderti.

Comincio dall'alternativa progetto-caso, o meglio determinismo-indeterminismo, che poi molto probabilmente non è un'alternativa ma un dinamico coesistere di entrambi. L'esempio che mi hai fatto (e che credo possa essere esteso all'estrema criticità di molti parametri fondamentali, vedi i famosi 18 parametri del modello standard) ha dato molto da riflettere a cosmologi e filosofi ma è stato interpretato in base al principio antropico: l'universo ci appare così perchè se fosse altrimenti noi non saremmo mai nati e non potremmo osservarlo, ma la nostra nascita non era scritta a priori in nessun "libro dell'universo". Oggi inoltre si pensa che questo non sia l'unico universo ma che ne esistano innumerevoli altri (come nel nostro esistono innumerevoli galassie) e che solo in alcuni di essi questi parametri abbiano i valori "giusti".
Ti farò poi un esempio di segno opposto: le cinque estinzioni in massa che hanno caratterizzato l'evoluzione della vita sulla Terra e in particolare la più nota, quella dei dinosauri: 100 milioni di anni fa l'evoluzione della vita era orientata nella direzione dei grandi rettili e solo un evento imprevisto e contingente l'ha deviata verso i mammiferi, che non sono (non siamo) un gradino più elevato ma solamente un'altra via, un'altra storia, un altro "possibile".

"forse potresti avere ragione nell’affermare che l’impalcatura dell’antropocentrismo si possa far risalire ai primi istinti predatori dell’uomo primitivo, ma se così fosse davvero non avremmo nessuna possibilità di cambiamento, con traumi o senza traumi, perché ogni tentativo di cambiamento andrebbe contro la nostra reale natura, e questo sì che sarebbe un trauma. Preferisco pensare che la competizione tra gli esseri umani, seppure causata dalla predazione di altri animali, sia dovuta a una costrizione esterna, non presente nel nostro codice genetico".

Nella mia mail precedente non parlavo di istinto a proposito della predazione, mi limitavo a considerarla come un fatto storicamente avvenuto. Se essa poi faccia parte del nostro bagaglio innato o no, è una questione aperta anche per gli specialisti e dunque la lascerò aperta anch'io. Anche perchè c'è un altro istinto, quello gregario, che perfino nel caso peggiore può servire da contrappeso. L'istinto gregario è ciò che porta gli uomini non solo a unirsi in gruppi ma anche a fare proprio il modello culturale del gruppo di appartenenza. Dunque un ipotetico gruppo (o federazione di gruppi) che abbia elaborato un modello culturale pacifico e non violento e allo stesso tempo non xxxcentrico (cioè non antropocentrico, non eurocentrico ecc.) sarebbe un gruppo i cui membri autoinibirebbero - pena la riprovazione del gruppo stesso - ogni propria eventuale tendenza aggressiva sia essa rivolta all'interno che all'esterno, e ciò perfino se essa fosse stampata in loro a livello genetico. Naturalmente perchè ciò accada è indispensabile che il modello culturale includa la caduta di qualsiasi centrismo perchè altrimenti si ricadrebbe nella contrapposizione fra interno ed esterno, amico e nemico. Da ciò la necessità che io vedo di non mettere confini al gruppo ma concepire come tale l'intera biosfera. In altre parole, faccio mio il tuo concetto di sistema federativo estendendolo all'insieme di comunità viventi della Terra e alla rete di relazioni che le unisce. In fondo ogni ecosistema non è altro che una federazione di specie e la biosfera non è altro che una federazione di ecosistemi.
Detto ancora in termini diversi credo che fondamentale sia la scomparsa della distinzione fra sociale e ambientale e in questo senso mi pare splendida la definizione di ecologia di Giorgio Nebbia: la disciplina che studia i nostri rapporti con gli altri.
Questo non è in contrasto con quanto tu dici sulla pratica applicabilità di questi principi solo su scala locale. Quel che voglio dire è che ogni nostro atto, pur essendo "a corto raggio" deve essere guidato dalla consapevolezza che esso è parte di un tutto e che non c'è parte di esso su cui, sia pur impercettibilmente, non agisca.

Questo spiega una non trascurabile parte del mio interesse per l'antispecismo: esso è oggi l'unica ipotesi culturale che rimuove ogni confine fra l'uomo e il resto della biosfera centrando la propria attenzione sul rispetto dovuto agli individui. Non basta perchè l'antispecismo manca di una visione ecosistemica, e mi domando se questa sua mancanza non sia strettamente correlata al fatto che fino ad ora non è mai sfociato in una critica sociale, con tutti i limiti che ne derivano e che anche tu hai notato nel tuo accenno alle associazioni vegetariane "legate anch'esse a doppio filo con la cultura individualista del sistema" ma per ora non mi inoltro in questo discorso.

Per quanto riguarda infine l'ultima parte della tua mail concordo in tutto. Credo anch'io che creare una società parallela che cresca dall'interno e tolga progressivamente - programmaticamente - e impercettibilmente terreno al sistema, sia la strada da seguire. Credo anche che la massima cristiana che hai citato tu, cui unisco la definizione di ecologia di Nebbia, possa essere il nucleo del nuovo modello culturale. Nel presente abbiamo qualcosa che va nella giusta direzione: Bilanci di Giustizia ad esempio ma si tratta di realtà molto "parziali", ovvero che hanno fatto propria solo una parte di ciò che io vedo come un modello culturale veramente alternativo: mi paiono in altre parole ancora troppo interne al sistema. Ma è anche vero che è probabilmente inevitabile che sia così. Credo insomma che realtà come questa rappresentino una sorta di embrione in equilibrio instabile, che potrebbe svilupparsi facendo crescere dentro di sè i propri connotati alternativi oppure potrebbe essere fagocitato dal sistema se le componenti più convenzionali del loro pensiero riuscissero ad attecchire più delle altre.
Insomma rimane aperto per me quello che altrove ho chiamato il problema del "motorino di avviamento". Da anni lo cerco ma devo ammettere che fino a oggi non ne ho trovato traccia.

Ciao,

Filippo.

Sabato, 8 Marzo 2008
Ciao Filippo,
(...)
Di certo non faccio fatica a credere che “la nostra nascita non era scritta in nessun libro dell’universo”… e avrebbe potuto esserci “un’altra via, un’altra storia, un altro possibile”. Tuttavia, anche cambiando i mezzi e i percorsi evolutivi (per così dire, l’ordine degli addendi), il risultato finale non poteva essere molto diverso da quanto è realmente avvenuto. Ad esempio, se il dominio dei dinosauri non fosse stato bruscamente interrotto si sarebbe comunque prodotto un essere con un’elevata capacità di elaborare informazioni, tanto quanto può esserlo un essere umano. Insomma, sarebbe variata la forma ma non la sostanza, in quanto l’evoluzione della materia non è altro che l’esteriorità dell’evoluzione dell’informazione.

C’è una regola fisica assoluta che è stata fondamentale per l’evoluzione di “questo” universo e sarebbe indispensabile per ogni universo “possibile”, ossia la ricerca del minor dispendio di energia per una determinata informazione ottenuta. Qualsiasi ipotetico universo, pena la sua stessa esistenza, non potrebbe prescindere da questa semplice regola. I livelli sistemici di complessità crescente non sono stati “premeditati” (non è questo che intendevo con programma della natura), ma, visto col senno di Poi, il percorso strutturale dell’evoluzione è stato semplicemente l’inevitabile risultato della minor dissipazione di energia. Ci sono molte probabilità che nella nostra o in altre galassie dell’universo conosciuto l’evoluzione dell’informazione abbia subito processi simili a quello terrestre, sia pur anche molto diversi nella loro esteriorità materiale.

Ragionando in questi termini si può facilmente notare che l’attuale sistema dominante sfugge apparentemente a questa regola, in quanto dissipa energia in misura notevolmente più grande rispetto all’informazione acquisita. Dovremmo quindi chiederci perché il capitalismo globale sopravvive (e ancora prospera) continuando a sciupare inutilmente energia. In realtà, anche se la risposta può risultare cruda, la natura non bada a spese nel suo percorso evolutivo dell’informazione. Anche qui, valutando a posteriori, poteva esserci un sistema più sbrigativo del capitalismo estremo per produrre informazione? Un sistema ecologicamente e socialmente più rispettoso non avrebbe permesso un così rapido sviluppo tecnologico e relativo software.

Per chi crede al “cieco” caso ed è abituato a valutare il presente in modo riduzionistico il capitalismo globale non ha altra funzione che alimentare se stesso a spese della vita del pianeta. Ragionando in termini olistici nel capitalismo si può vedere una funzione (involontaria) per il raggiungimento della stabilità di un livello sistemico superiore. Con questo non intendo affatto affermare che il ripristino dei gruppi sociali e il successivo sistema federativo debba avvenire in modo automatico, attraverso lo sviluppo del capitalismo. Tutt’altro! E’ vero che sarà lo stesso capitalismo a produrre in sempre più persone i bisogni di cambiamento del proprio modo di pensare e del proprio stile di vita, ma è necessaria un’azione diretta di queste persone, che faranno leva, proprio come dici tu, sui loro istinti gregari, così tanto frustrati dal modello di vita individualista che propone (e impone) il sistema.

Se è vero che l’istinto gregario potrebbe fare da contrappeso all’aggressività dell’individuo, è anche vero che i gruppi di raccoglitori si facevano la guerra tra di loro, proprio per la differenza tra i rispettivi modelli culturali elaborati. Mi pare che siamo d’accordo che per smorzare l’aggressività degli individui, al di là del modello culturale proprio del gruppo (la diversificazione culturale non è solo un diritto fondamentale ma una necessità), sono necessarie delle regole comuni fondate sulla non violenza, sul non “xxxcentrismo”, sull’empatia e sul rapporto ecologico col resto dei viventi.

Forse non ho inteso bene il significato di “non mettere confini al gruppo ma concepire come tale l'intera biosfera”. Il gruppo può essere in rapporto armonico con la biosfera pur avendo una sua identità culturale. Anzi, i gruppi sociali umani dovrebbero essere entità viventi che fanno parte integrante della biosfera. Potrebbe una cellula far parte del corpo umano senza la sua identità di cellula? A maggior ragione una federazione di gruppi non solo è un’aggregazione di umanità non violenta ed empatica, ma sarebbe un’isola ecologica, nel senso che dai tu a questo termine, vale a dire una comunità eterogenea di viventi, umani compresi, che vivono tra loro in armonia. In questo caso, quella che tu chiami biosfera io lo intendo come sistema planetario, che coordina tutte le isole ecologiche in un unico arcipelago terrestre, ma di questo forse parleranno le future generazioni.

Di una cosa sono assolutamente convinto: qualsiasi cambiamento in questa direzione non potrà prescindere dalla formazione di nuovi gruppi sociali umani, ovviamente con una nuova identità culturale rispetto agli antichi raccoglitori, ma con una struttura sociale del tutto simile a questi ultimi. Questo per me sarebbe il “motorino di avviamento”, la somma di tutte quelle realtà “parziali” che proprio per questo non possono essere alternative a questo sistema.

A risentirci appena possibile.

Piero

Giovedì, 27 Marzo 2008
Caro Piero,
(...)
Nel parlare di una molteplicità di storie possibili ciò che mi interessava era prendere le distanze da una visione rigidamente deterministica che vede nell'uomo e solo nell'uomo il vertice dell'evoluzione. Questa visione non trova riscontro nei fatti (vedi le argomentazioni di S. J. Gould, che forse conosci) e non è strano che sia così perchè questa visione è un prodotto dell'antropocentrismo, che sua volta non è altro che un pregiudizio ideologico.
La tua visione, ponendo il discorso sull'unicità del percorso a un livello molto più profondo, mi appare molto più fondata e dunque percorribile.

Trovo anche interessante il tuo discorso sull'evoluzione che centra l'attenzione sulla capacità dei sistemi di produrre informazione. Quanto dici sulla temporanea funzione "ottimale" del capitalismo come produttore di informazione ha certamente una sua coerenza, e mi viene nuovamente da pensare a Gould, lì dove dice che l'evoluzione non è un progredire deterministico dal semplice al complesso ma una progressiva e probabilistica saturazione di tutto l'intervallo di complessità possibile. In questo senso probabilmente è vero che il capitalismo, visto su scala storica, rappresenta lo strumento più efficace per ottenere il maggior grado di saturazione nel minor tempo possibile. Ma visto su scala biologica? La perdita di informazione in termini di perdita di biodiversità in atto è enorme. Probabilmente stiamo assistendo alla sesta grande estinzione in massa. Come si concilia questo con la tua visione delle cose? Hai scritto: "la natura non bada a spese per..." ma siamo certi che l'investimento in questo caso sia produttivo?
Ci tengo anche a fare due osservazioni a margine di quanto ho scritto. La prima è che nel distinguere fra scala storica e biologica ho inteso fare appunto solo un mutamento di scala, essendo la prima contenuta nella seconda, non un mutamento di contesto. La storia umana è parte della più generale storia della biosfera ed è da questa indissolubile. La seconda è che quanto tu hai scritto sulla funzione del capitalismo in questa fase evolutiva è un'ulteriore esempio di quella "scomoda" tendenza dei sistemi naturali di cui già parlavo: privilegiare appunto i sistemi rispetto agli individui, mentre a me interessa un meccanismo "simmetrico" in cui sistema e individuo siano sullo stesso piano. Elaborare un tale meccanismo e renderlo parte dei sistemi naturali credo debba - idealmente - essere uno dei nostri futuri compiti primari a livello di specie.

Andiamo avanti. Nel passo seguente tocchi un punto fondamentale sul piano più strettamente operativo:
"È vero che sarà lo stesso capitalismo a produrre in sempre più persone i bisogni di cambiamento del proprio modo di pensare e del proprio stile di vita, ma necessaria un'azione diretta di queste persone, che faranno leva, proprio come dici tu, sui loro istinti gregari, cos tanto frustrati dal modello di vita individualista che propone (e impone) il sistema".
Il problema grosso è che purtroppo questo sistema fornisce una sorta di surrogato artificiale di ciò che nel passato era lo spirito comunitario, per cui l'istinto gregario rimane comunque soddisfatto.
Lo spirito di comunità presente un tempo in coloro che abitavano un certo territorio (o se così vogliamo chiamarla, bioregione) e che consentiva di affrontarne collettivamente i problemi, oggi stato sostituito da un senso di appartenenza guidato esclusivamente dai mass media e che prescinde dalle comunit locali. Ci si sente parte del pubblico di una certa trasmissione televisiva, dei tifosi di questa o quella squadra di calcio, dei possessori dell'ultimo modello di telefono cellulare, ma non ci si sente parte di coloro che abitano il luogo in cui si vive. Tuttavia "ci si sente parte", e questo sembra essere sufficiente a soddisfare l'istinto gregario. A soddisfarlo e allo stesso tempo a indirizzarlo verso "realtà virtuali", inibendo invece quello delle comunità locali, che potrebbe tradursi in una capacità di azione nel mondo reale.
Ho constatato tutto ciò per mia esperienza diretta nel luogo in cui si trova la mia casa nel Lazio, dove ho dovuto arrendermi di fronte a un problema collettivo, molto serio ma che potrebbe essere risolvibile con grande facilità se vi fosse appunto nella gente quel concetto dell'agire collettivamente che invece, ho dovuto constatare, è ormai completamente sconosciuto. Il che si riallaccia a quanto scrivi nel finale: "Di una cosa sono assolutamente convinto: qualsiasi cambiamento in questa direzione non potrà prescindere dalla formazione di nuovi gruppi sociali umani..." che sarebbero il "motorino di avviamento" del cambiamento. Ecco, quando io parlavo di "motorino di avviamento" ponevo il discorso un gradino più a monte, ovvero: data la situazione presente che ho descritto sopra, cosa può portare alla ricostituzione dello spirito di comunità che a sua volta può portare al costituirsi di questi nuovi gruppi umani? Oggi le realtà più simili a quelle che tu hai ipotizzato sono cose come gli ecovillaggi (ma non tutti). Vorrei dunque chiederti cosa ne pensi e se li consideri validi interlocutori.

In quest'altro passo:

"Mi pare che siamo d'accordo che per smorzare l'aggressività degli individui, al di là del modello culturale proprio del gruppo (la diversificazione culturale non solo un diritto fondamentale ma una necessit), sono necessarie delle regole comuni fondate sulla non violenza, sul non "centrismo", sull'empatia e sul rapporto ecologico col resto dei viventi"

centri un altro punto fondamentale. Lo riporto qui perchè è per me di notevole importanza: queste basi comuni a tutte le culture sono fondamentali affinchè si possano creare rapporti cooperativi fra i gruppi umani e fra questi e il resto del mondo vivente.

Per quanto riguarda infine questo punto:

"Forse non ho inteso bene il significato di "non mettere confini al gruppo ma concepire come tale l'intera biosfera". Il gruppo pu essere in rapporto armonico con la biosfera pur avendo una sua identit culturale".

La frase era effettivamente un pò generica. Alludevo alla necessità di una consapevolezza dei rapporti esistenti fra ciascuna parte e il tutto, non a un'assenza di individualità delle parti. Concordo con quanto scrivi subito dopo sul sistema planetario.

Ciao,

Filippo.

Venerdì, 28 Mar 2008
Ciao Filippo,
(...)
Conosco abbastanza bene Stephen Jay Gould ma non sempre ho condiviso appieno le sue conclusioni. Sono stato più influenzato invece da altri uomini di scienza, come Paul Davies o Fritjof Capra, che mi hanno permesso di uscire da quel vicolo cieco che è il Neodarwinismo riduzionista. Gould, in una sua famosa metafora, ha affermato che, se fosse stato possibile filmare ancora la storia della vita sulla Terra, ben difficilmente avremmo potuto rivedere l'uomo come oggi lo vediamo, o anche solamente una specie equivalente nell'intelligenza, dando al caso un ruolo forse più grande di quello che effettivamente ha.

Ho trattato questo argomento in maniera abbastanza approfondita (e tutto sommato abbastanza semplice) nel mio scritto, nei capitoli che vanno da "confini naturali" a "blocco intellettivo". Per la verità è una teoria inedita che non si basa su considerazioni filosofiche già esistenti, con la quale ho cercato, appunto, di sminuire il ruolo del caso nell'ascesa intellettuale dell'uomo.

Condivido il pensiero di S.J. Gould che l'evoluzione non è un progredire deterministico dal semplice al complesso ma una progressiva e probabilistica saturazione di tutto l'intervallo di complessità possibile, tuttavia, mi ripeto, l'evoluzione non è solamente la trasformazione di materia, ma è soprattutto la trasformazione di informazione. La materia può modificare radicalmente la sua forma, oppure convergere in punti equivalenti a partire da forme anche molto diverse (sono molte le omologie funzionali, come la adattabilità al volo di quasi tutti gli uccelli, di alcuni mammiferi e di molti insetti, o anche la adattabilità al nuoto di gran parte dei pesci e di alcuni rettili, mammiferi o uccelli), va però notato che mentre l'evoluzione della materia può irraggiarsi in tutte le direzioni, l'evoluzione dell'informazione è unidirezionale, in quanto il metodo (l'accumulo di cellule nervose adibite all'apprendimento e la loro capacità relativa di elaborare informazioni) non è mai stato messo in discussione. Forse nel film della vita riproiettato da S.J. Gould non avremmo rivisto le fattezze esteriori di Homo Sapiens, ma certamente avremmo visto, comunque, un essere con le stesse qualità intellettive. Probabilmente i tempi di evoluzione sarebbero stati diversi, o anche molto diversi ma questo risultato sarebbe stato prima o poi ottenuto.

Intendiamoci: potrebbe esserci davvero un'estinzione della specie umana sulla Terra: il pericolo non è poi così irreale, ma il punto però non è questo. Chiamiamola pure saturazione probabilistica, certo è che, anche se l'evoluzione dell'intelligenza non si fosse basata sull'utilizzo delle cellule nervose, la natura avrebbe trovato ugualmente (o ha già trovato in qualche parte dell'Universo) qualche "scappatoia", con o senza l'essere umano, e sarebbe "progredita" nell'accumulo conservativo dell'informazione.

"In questo senso probabilmente è vero che il capitalismo, visto su scala storica, rappresenta lo strumento più efficace per ottenere il maggior grado di saturazione nel minor tempo possibile. Ma visto su scala biologica? La perdita di informazione in termini di perdita di biodiversità in atto è enorme. Probabilmente stiamo assistendo alla sesta grande estinzione in massa. Come si concilia questo con la tua visione delle cose? Hai scritto: "la natura non bada a spese per..." ma siamo certi che l'investimento in questo caso sia produttivo"?

Sarebbe un investimento improduttivo se effettivamente la natura avesse fatto una scelta deliberata. In realtà non intendo la natura come un meccanismo in grado di premeditare matematicamente il da farsi, perché lascia agire tranquillamente il "caso", altrimenti non si spiegherebbe, ad esempio, che per produrre elementi chimici di alto peso atomico sia necessario addirittura trasformare una stella gigante in una "supernova", ossia la sua distruzione fisica. Quando dico che il risparmio energetico è un fondamento dell'evoluzione voglio solo affermare che la ricerca probabilistica di nuove strutture porta alla fine a una situazione locale di stabilità, che viene conservata (ma sarebbe più giusto dire che si conserva) perché nel suo contesto risparmia energia. Paradossalmente questo comporta un enorme dispendio energetico.

Più volte mi sono azzardato a dire che tutta la storia umana, con tutta la sua forza di trasformazione, positiva e negativa, sul nostro pianeta (quindi anche col suo immenso dispendio di energia), non è servita ad altro che produrre una forma di comunicazione tecnologica in grado di permettere un livello sistemico stabile (quindi con minimo dispendio energetico) superiore al sistema sociale del gruppo dei raccoglitori.

"Il problema grosso è che purtroppo questo sistema fornisce una sorta di surrogato artificiale di ciò che nel passato era lo spirito comunitario, per cui l'istinto gregario rimane comunque soddisfatto". L'istinto gregario certamente, ma non l'istinto sociale. Permettimi di distinguere in modo netto queste funzioni. Ad esempio una mandria di gnu è composta da individui che non collaborano con una strategia comune, ma ognuno approfitta come può della presenza dei suoi consimili, in modo tutt'altro che altruistico. Un branco di licaoni, invece, è formato da individui che condividono una strategia di vita in comune, in modo cooperativo e altruistico. In questo sistema noi possiamo solo soddisfare l'istinto gregario, che ci permette (o ci impone, a seconda dei punti di vista) di approfittare della presenza occasionale dei nostri simili, ma ci esclude nettamente dalla soddisfazione del nostro istinto sociale, nonostante sia una nostra caratteristica genetica. Comunque quello che affermi è vero e non sarà cosa semplice evitare le trappole del sistema. Proponevo l'aiuto reciproco perché è il solo atteggiamento "sociale" fattibile (quindi non solo gregario come l'appartenenza a un gruppo culturale) in questo attuale ordine di cose. Va da sé che non potrà esserci aiuto reciproco se non ci saranno gruppi in cui applicarlo. In ogni caso il gruppo sociale non è l'annullamento delle singole individualità ma esattamente il contrario: l'esaltazione delle caratteristiche individuali a sostegno del gruppo.

Sono ormai parecchi anni che seguo l'evolversi del fenomeno degli ecovillaggi (in passato, molto passato, ho partecipato alla costruzione di uno di essi). Naturalmente mi interessa il loro aspetto "sociale" e meno quello "gregario". Data la loro eterogeneità di forme e di intenti, dal mio punto di vista c'è parecchio di buono e anche molti atteggiamenti nei quali non mi rispecchio. Tutto sommato penso che siano persone che in modo atipico hanno cercato di soddisfare il loro istinto gregario.

Tra le realtà comunitarie che conosco, una in particolare mi ha impressionato per l'atteggiamento "sociale" dei suoi componenti, anche se questo va visto al di là di certe loro convinzioni etiche. Magari approfondiremo.

Un caro saluto.

Piero

Venerdì, 4 Aprile 2008
Caro Piero,
la tua ipotesi evoluzionista è sicuramente suggestiva e interessante e credo dovrebbe essere seriamente presa in considerazione. Io non prenderò posizione qui su di essa perchè le mie conoscenze sull'evoluzionismo dovrebbero essere molto maggiori di quel che sono affinchè io possa farlo. Ciò che mi interessa ai fini del nostro discorso è comunque che in essa non sia prevista la necessità dell'uomo, che anche altre "forme di aggregazione della materia" avrebbero potuto condurre a risultati equivalenti sul piano della capacità di elaborare informazione. Questo è un punto importante perchè altrimenti si ricadrebbe nell'antropocentrismo, con tutte le conseguenze del caso.

Se ho ben capito quanto scrivi dopo ("la ricerca probabilistica di nuove strutture porta alla fine a una situazione locale di stabilit, che viene conservata") noi saremmo appunto nella fase instabile di ricerca probabilistica di una configurazione stabile a minimo dispendio di energia. Credo che sia una visione convincente. Questo mi offre anche lo spunto per ritornare al discorso sul rapporto sistemi/individui. Esistono numerose configurazioni stabili verso le quali si può cadere; la condizione della stabilità riguarda però il sistema, non gli individui (e, in genere, i sottosistemi), che in alcune configurazioni - tutte ugualmente stabili - possono essere sostituibili a piacere, ovvero privi di valore (con riferimento alle società umane, il discorso sulla molteplicità delle soluzioni stabili è stato fatto molti anni fa dall'antropologa Ruth Benedict). Questa asimmetria, come mi pare di aver già scritto in una precedente mail, è il limite dell'ecologia profonda, mentre l'antispecismo è affetto da un'asimmetria opposta: considera gli individui ma manca di una visiione sistemica. Ebbene, io credo che affinchè si cada verso uno stato stabile auspicabile, ovvero simmetricamente attento agli individui e ai sistemi, si debba elaborare un modello culturale che unisca questi due ambiti di pensiero (più altri, quali decrescita e nonviolenza) in una sorta di "teoria unificata". Questo modello culturale dovrebbe guidare la "caduta" verso lo stato stabile traducendosi in un insieme di pratiche e di assetti sociali compatibili con esso e sostitutivi degli attuali.

Per quanto riguarda la distinzione che fai fra istinto gregario e istinto sociale, non sono d'accordo con te nel considerare quest'ultimo un istinto. Piuttosto lo vedo come una qualità acquisibile culturalmente anche se mai sfociante nell'altruismo, piuttosto in qualcosa che agli effetti esterni è equivalente. Ma andiamo con ordine. Partirò col dire che mi considero sulla natura animale, e dunque umana, un seguace di Laborit: siamo organismi biologici e ogni nostra azione ha come solo scopo il mantenimento della nostra struttura. Anche l'istinto gregario si è probabilmente formato a questo scopo, per selezione naturale degli individui che ne erano più dotati, in quanto il gruppo consente maggiori probabilità di sopravvivenza. Su questo, che possiamo considerare il nostro firmware, si innestano poi i modelli culturali (software) diversificati che strutturano i vari gruppi umani. Alcuni di tali modelli (fra cui quello dell'occidente attuale) privilegiano i rapporti competitivi, con il solo limite di non spingerli fino alla disgregazione della struttura del gruppo, in altri prevale un atteggiamento rivolto alla cooperazione. In entrambi i casi lo scopo finale di ogni azione dell'individuo nel gruppo e col gruppo rimane la conservazione di se stesso, solo che in un certo modello culturale per ottenere ciò egli deve agire in un certo modo, in un altro modello egli deve agire diversamente. È intuitivo come il modello cooperativo sia superiore a quello competitivo (fra l'altro ogni modello che soddisfi la condizione di simmetria di cui parlavo sopra, non può che essere cooperativo) ma non dobbiamo credere che di esso entri a far parte quella strana cosa chiamata altruismo. Non credo che esista una tale cosa in questa parte dell'universo. Esiste invece una cosa che potremmo chiamare "egoismo intelligente" e che si riassume nella frase: "l'unico modo che ho per fare il mio interesse è fare il bene comune". Questo atteggiamento non è in contrasto con le idee di Laborit e in più "agli effetti esterni" è indistinguibile dall'altruismo. Ora, probabilmente non sarai d'accordo con questo modo di vedere dato che poni la socialità a livello di istinto e non a livello culturale, tuttavia devi ammettere che esso ha un pregio: essendo l'ipotesi più pessimistica è tale che, qualunque soluzione capace di funzionare in queste condizioni funzionerà in ogni altro caso.

Infine, ti vorrei chiedere di raccontarmi in maniera quanto più dettagliata possibile le tue esperienze negli ambienti degli ecovillaggi. Io me li immagino, sulla base delle non numerose esperienze personali, una sorta di realtà ibrida fra il sistema culturale attuale e una ancora nebulosa visione di società del bene comune, più auspicata che sentita. Tuttavia è anche vero che, essi sono fra i maggiori candidati a costituire quel "motorino di avviamento" di cui parlavamo. Esaminiamoli dunque con attenzione.

Ciao,

Filippo.

Lunedì, 7 Aprile 2008
Ciao Filippo,
finalmente posso risponderti.

“Esistono numerose configurazioni stabili verso le quali si può cadere; la condizione della stabilità riguarda però il sistema, non gli individui (e, in genere, i sottosistemi), che in alcune configurazioni - tutte ugualmente stabili - possono essere sostituibili a piacere, ovvero privi di valore”. Quello che dici è vero, teniamo però conto che gli individui (o, in generale, gli elementi semplici di un sistema) sono essi stessi dei sistemi stabili, altrimenti non avrebbero potuto intraprendere alcun processo di aggregazione.
Una cellula del corpo umano può essere sostituita senza possibilità di appello, perché ne andrebbe della stabilità del sistema pluricellulare, ma non parlerei di trattamento preferenziale del sistema a scapito degli individui, in quanto il comportamento sistemico è il risultato dell’azione diretta di ogni singola cellula.

L’antico organismo unicellulare, egoisticamente indipendente, ha trovato condizioni favorevoli nel contesto pluricellulare, ma nei suoi rapporti con le consimili non ha mutato la sua logica opportunista, quindi concordo con la tua osservazione: ”Esiste invece una cosa che potremmo chiamare "egoismo intelligente" e che si riassume nella frase: "l'unico modo che ho per fare il mio interesse è fare il bene comune".
Continuo però a porre la socialità come istinto, o più precisamente una predisposizione genetica, nettamente separata dall’altruismo di origine culturale. Ad esempio, in una colonia di formiche è difficile parlare di trasmissione culturale di un comportamento sociale, in quanto le facoltà di apprendimento sono ridotte ai minimi termini. Ancora più difficile affermare che le cellule “imparino” il loro socialismo estremo. Ci sono però fattori che possono influenzare questo comportamento innato. Una cellula, ad esempio, può rompere il suo equilibrio sociale, se pressata da agenti fisici e chimici esterni, e ritornare ad essere un organismo indipendente, determinando una situazione di instabilità per l’intero sistema di cui fa parte. Anche una formica può essere “ingannata” chimicamente e farle credere che è l’unica componente della colonia, determinando in essa un comportamento aggressivo verso le altre formiche. La socialità dell’essere umano può essere fuorviata da fattori esterni di origine culturale, così che ora non funziona più la regola: “L’unico modo che ho per fare il mio interesse è fare il bene comune”, ma la regola: “L’unico modo che ho per fare il mio interesse è competere con gli altri”. Questo non può portare ad altro che a quella che tu chiami “asimmetria” tra sistema e individuo, ossia uno sproporzionato divario di trattamento tra il sistema e gli individui che lo compongono.

In natura non potrebbe esistere questa asimmetria, perché, se il rapporto individuo-collettivo fosse non conveniente per il primo, il rapporto si scioglierebbe per quella ragione pratica che è la ricerca del minor dispendio energetico. Questa asimmetria esiste sicuramente nella società umana, con tutte le sue conseguenze sociali, economiche e patologiche. Tutte le forme di organizzazione che l’umanità si è data nel corso dei millenni, dopo il disfacimento dell’antico gruppo sociale dei raccoglitori, si possono definire come “socialità artificiale”. Un’azienda, una catena di montaggio, una tifoseria sportiva, un quartiere cittadino…sono forme di aggregazione sociale fittizia, perché non è la cultura che crea socialità in individui che altrimenti sarebbero competitivi tra loro, ma è la cultura che crea competizione artificiale in individui che altrimenti sarebbero legati da una potenziale socialità naturale.

Devo darti ragione che l’altruismo, così come siamo abituati a recepirlo, è solo un’invenzione culturale umana che non è presente in natura. A sostegno di questa tua tesi posso invitarti a rileggere il capitolo “Gruppo e individui” di cui riporto alcuni passi: ….“La conclusione che potremmo trarne é che i rapporti di collaborazione sono presenti solo se sono utili, altrimenti é preferibile fare da soli. Ovviamente questo concetto é valido per gli animali e lo é anche per gli esseri umani. A riprova di ciò possiamo considerare gli effetti disgreganti che il progresso tecnologico ha avuto sull'originario gruppo sociale dei raccoglitori. Detto in termini brutali, il gruppo é scomparso perché, con lo sviluppo della tecnologia, gli altri ci servivano sempre meno ai fini della nostra sopravvivenza.”

L’uomo ovviamente non è come una formica, perché non eredita alla nascita una rete neurale che lo spinge ineluttabilmente alla socialità, ma è innegabile che, date le sue caratteristiche strutturali, non nasce per essere individualista e competitore, ma per essere indirizzato alla socialità. La ricerca del minor dispendio energetico ha indotto l’uomo a organizzarsi in gruppi sociali e a evolversi fisicamente e mentalmente dentro il gruppo, per questo oggi possiamo definirci animali sociali. Il sistema individualista della crescita infinita ha in sé i germi dell’autodistruzione, in quanto spreca energia più di quanta ne produce. Sarà proprio la ricerca del minor dispendio energetico che indurrà un numero crescente di persone a una socialità sempre più marcata, quindi i gruppi sociali si formeranno per necessità e non per altruismo idealista, anche se, come dici tu, si tratta di “qualcosa che agli effetti esterni è equivalente”.

“Ebbene, io credo che affinché si cada verso uno stato stabile auspicabile, ovvero simmetricamente attento agli individui e ai sistemi, si debba elaborare un modello culturale che unisca questi due ambiti di pensiero (più altri, quali decrescita e nonviolenza) in una sorta di "teoria unificata". Sostanzialmente concordo con questa affermazione. Vorrei comunque ricordare che questo modello culturale già esisteva nel comunismo primitivo, dove l’unica forma di aggregazione sociale umana era il gruppo dei raccoglitori. È in questo contesto che sarebbe interessante capire se esisteva oppure no l’asimmetria da te formulata. In ogni caso, anche se questa analisi darebbe esito negativo, va notato che gli individui socializzavano dentro al gruppo, ma i gruppi erano competitivi tra loro. Significa questo che quel modello culturale non funzionava? In realtà un modello culturale, anche se perfettamente idoneo, sarebbe inerte se non ci fosse un mezzo rapido per la sua diffusione. Credo che la diversificazione culturale tra i gruppi avveniva in tempi più rapidi che non la diffusione a grandi distanze di un insieme di regole comportamentali. In pratica la mancata realizzazione del sistema federativo (ossia di una struttura con le caratteristiche che hai citato tu) non va imputata all’egoismo o alla scarsa volontà degli esseri umani, ma all’inesistenza di un sistema di comunicazione in tempi reali, che solo ora esiste.

In ogni caso, l’idea di “elaborare un modello culturale… in una sorta di "teoria unificata" la ritengo una cosa essenziale ai fini del nostro dialogo. A questo proposito, per porre una base di partenza per questa nostra ricerca, vorrei farti leggere un mio breve scritto di qualche anno fa.

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I sentimenti che legano i membri di un gruppo

La predisposizione a collaborare col nostro prossimo più prossimo è innata nel nostro essere umano. Il gruppo è quindi una forma di struttura sociale in sintonia con la natura, ma per la sua stabilità e la sua riproduzione nel tempo è necessario che esista un forte legame tra i suoi componenti. Qual è stato il legame che ha permesso ai membri dei gruppi di raccoglitori di mantenersi uniti per migliaia e migliaia di anni e perché, invece, sono fallite tutte quelle esperienze comunitarie di un recente o lontano passato, che pure si fondavano su nobili ideali di uguaglianza e di libertà? Generalizzando, potremmo concludere che ciò che determina il successo di una lunga collaborazione tra i membri di un gruppo non possono essere solo interessi materiali, ma soprattutto quello che è definito “amore cristiano”. Nessuna cultura può essere più forte di questo legame. Tuttavia, quando nella nostra lingua parliamo di amore cristiano non facciamo piena giustizia del significato che si attribuiva ad esso nel greco antico, ossia la lingua con la quale sono stati scritti i vangeli. Ai tempi di Cristo la lingua ufficiale era ancora il greco e la parola amore aveva più significati e sfaccettature, addirittura utilizzato con nomi diversi, difficilmente traducibili in altre lingue.

Erano riconosciuti almeno quattro tipi di amore, di intensità crescente: l'amore “agape”, che si fondava sull'empatia verso le persone in generale e spingeva verso un aiuto estemporaneo e non continuativo; l'amore “filìa”, che si fondava sulla collaborazione diretta tra persone legate da vincoli di amicizia e spingeva verso l'aiuto reciproco continuativo; l'amore “storgè”, che si fondava sul rapporto di parentela tra consanguinei e spingeva verso un forte aiuto continuativo e a volte solo unidirezionale, come ad esempio una madre verso il neonato; infine l'amore “eros”, che si fondava sul rapporto di coppia, dove l'aiuto era forte, continuativo, disinteressato, reciproco. A questo punto possiamo capire perché la natura ha fatto in modo che l'uomo si evolvesse dentro al gruppo e non in modo isolato. Solo nel gruppo è possibile la coesistenza di tutte queste forme di amore per il prossimo. L'amore "eros" lega un uomo e una donna in un solo individuo in grado di riprodurre una famiglia i cui membri sono legati dall'amore "storgè"; le famiglie si legano tra loro per formare il gruppo, attraverso l'amore "filìa"; i gruppi sono legati tra loro attraverso l'amore "agape".

Questo dimostra che la stabilità plurimillenaria dei gruppi di raccoglitori-cacciatori è dipesa innanzi tutto dal grado di parentela e dai vincoli di forte amicizia esistente tra i componenti, mentre il legame prodotto dalla cultura, dalla religione, dall’ideologia è stato solo un aspetto secondario ai fini di questa stabilità. Questo rapporto labile è all’origine della dissoluzione progressiva dei “soviet” russi, delle “comuni” cinesi, delle “autogestioni” iugoslave, dei kibbutz israeliani e di tutto l’associazionismo di matrice pseudo cristiana o legata al cosiddetto socialismo utopistico. Non ripeterò mai abbastanza che l’unico gruppo che rispecchia veramente la natura umana è quello dei raccoglitori, composto di famiglie imparentate tra loro e da individui “adottati” dal gruppo come “fratelli di sangue”.

Giovanni Rossi, il promotore della famosa comune “Cecilia”, in Brasile, più di un secolo fa, ha attribuito il fallimento di quella esperienza comunitaria all’egoismo insito nell’animo umano, non ha pensato che la causa prima di questo insuccesso fosse invece proprio il legame culturale e ideologico che avrebbe dovuto tenere uniti i membri della comunità. In pratica era il solo amore “agape” il legame di quel gruppo, per altro molto eterogeneo per cultura, etnia e condizioni sociali. Il necessario legame dell’amore “filìa”, che avrebbe avuto la funzione di tenere unite le famiglie, si è scarsamente prodotto, poiché la famiglia stessa era ostacolata in seno a quella comunità anarchica, perché pregiudizialmente considerata quasi come qualcosa di innaturale, ossia la conseguenza della deriva culturale prodotta dalla trasformazione capitalistica della società. Non stupisce che Rossi abbia parlato di “micidiale azione dei rapporti di parentela”!

Va detto che ognuno di noi ha una personalità e un carattere che solo parzialmente sono frutto della cultura di appartenenza. Possiamo perciò essere più calmi o più irruenti dalla nascita, così pure più fiduciosi o più diffidenti, come più altruisti o più egoisti. Questo non compromette però la naturale spinta alla cooperazione con gli altri. Le impronte caratteriali diverse tra gli individui hanno convissuto per migliaia di anni nel gruppo dei raccoglitori, ma non sono mai state elemento di disgregazione dello stesso, disgregazione che è iniziata solo quando sono sorte contingenze superiori alla stessa volontà del gruppo. Poiché il gruppo è l'unità elementare della socialità umana, al quale hanno sempre fatto riferimento gli individui, qualsiasi eclatante dissonanza dalle sue norme comportamentali sarebbe stata eliminata per mantenere la sua coesione. Sentimenti negativi come il cinismo o l’egoismo oltre misura, qualora avessero potuto formarsi in modo naturale e indipendente dalla cultura, avrebbero scatenato l'immunoresistenza da parte del gruppo e considerati prodotti di scarto, perciò eliminati.

La Bibbia stessa, che laicamente potremmo considerare come un condensato di millenni di esperienze umane, afferma che “l’istinto del cuore umano è incline al male fin dalla fanciullezza” (Genesi 8:21). Particolare determinante, non dice dalla nascita, ma dalla fanciullezza, ossia in un periodo della vita in cui la cultura imprime nell’essere umano delle norme comportamentali che rimarranno nel futuro. Viviamo in un sistema di competizione, educati da una cultura competitiva, come potremo riappropriarci della nostra natura sociale se non ci poniamo in alternativa alla cultura stessa del sistema? Ogni azione individuale finalizzata a un consumo critico è un’evasione dalle regole del mercato e della competizione, quindi dalla cultura del sistema, ma il “fai da te” può diventare un’arma a doppio taglio. La convinzione che possiamo benissimo fare a meno degli altri ci allontana pericolosamente dagli altri e dall’idea che il gruppo è necessario al nostro benessere sociale. Molto meglio sarebbe se le nostre azioni di consumatori critici fossero fatte in gruppo: non solo se ne potenzierebbe l’efficacia, ma verrebbe ripristinato l’amore “agape”, indispensabile per rimbastire quei rapporti di collaborazione col nostro prossimo, che purtroppo stanno scemando.

Le massicce dosi di informazioni, che abbiamo a disposizione per accrescere la nostra autosufficienza individuale, diventerebbero completamente sterili, come semi buttati sull’asfalto, se non esistesse il fertile terreno di coltura che potenzialmente rappresenterebbero i gruppi. È in questo contesto che il semplice amore “agape” potrebbe trasformarsi in amore “filìa”, per un aiuto reciproco continuativo.

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Per quanto riguarda la mia esperienza nell’ambiente degli ecovillaggi posso cominciare col raccontarti come in passato ne ho visto nascere, crescere e svanire uno, molti anni fa. Per comodità faccio un copia-incolla di una parte di lettera che avevo scritto tempo fa ad un amico.

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Ciao Renato,
eccomi qua a dare il mio contributo di idee, esperienze, sogni. Sì, anche sogni! Dopo tutto sognare non è solo una facoltà che hanno gli esseri umani, ma è soprattutto una necessità per resistere al modo di vivere innaturale che impongono i dettami dell'economia di mercato. Il mio sogno è sempre stato quello di riuscire, un giorno, a vivere secondo i ritmi che consiglia la natura, libero dai vincoli artificiali dell'umana civiltà. Sapevo che questo non avrei potuto ottenerlo da solo, come individuo, perciò ho seguito con interesse l'evolversi di una piccola comunità sorta a metà degli anni settanta in una zona collinare del Biellese. Una decina di persone, coppie e single, avevano acquistato un piccolo casale e messo in comune tutti i loro averi e le loro conoscenze per cercare di vivere il più possibile fuori dagli schemi stereotipati della cultura del sistema di allora. Io non ero un residente fisso di quella piccola comunità ma, con una altra ventina o più di persone, sono stato di supporto ai residenti nella ristrutturazione del casale, nei lavori di manutenzione, nella preparazione di conserve alimentari, nella raccolta della verdura, nella potatura degli alberi da frutto. Inoltre i residenti dipendevano in buona parte dagli "esterni" per i loro eventuali spostamenti, in quanto possedevano una sola vecchia auto sempre piena di acciacchi. Ricordo quel periodo come il migliore della mia vita, pieno di entusiasmo, allegria e speranza. L'idea originaria era che attorno a quel nucleo si sviluppasse una comunità più allargata e sempre più autosufficiente. Sono stati infatti acquistati altri piccoli appezzamenti di terreno nelle immediate vicinanze del casale, anch'esso ingrandito e reso più confortevole per ospitare la venuta al mondo dei primi bambini. Per anni le cose hanno funzionato a meraviglia e, anche se non sono mai stato un membro residente della comunità, ho potuto assaporare i vantaggi della vita comunitaria, imparando a superare gli inevitabili conflitti che tale vita poteva comportare. In base alla mia esperienza personale posso dire che il gruppo ti faceva vivere con più sicurezza, togliendoti ogni preoccupazione che invece questo sistema delega al singolo individuo. Se ci pensiamo bene siamo disperatamente soli davanti ai problemi della vita, che le istituzioni pubbliche e private possono a mala pena mitigare, a patto che ci guadagnino. Far parte di un gruppo affiatato, legato da vincoli di forte amicizia o di parentela, ti dava invece la sensazione di poter moltiplicare le tue forze e accresceva la voglia di aiutare gli altri. Non c'é proprio paragone con lo stile attuale di vita individualista o mono famigliare, anche se supportata da ogni tipo di elettrodomestico o altri sofisticati strumenti tecnologici. Ciò che più mi appagava era una vita più "umana", piuttosto che una vita più sofisticata: questo era lo spirito che teneva unito il gruppo. Posso dire che si viveva in modo soddisfacente anche senza televisori, radio, telefono, frigorifero, lavatrice o altra diavoleria elettrodomestica che oggi, da individualisti praticanti, ci pare assolutamente indispensabile. Ora purtroppo quella comunità non esiste più.
Non ci sono stati traumi o fratture all'interno del gruppo, ma solo un banale errore di valutazione che possiamo condensare in una frase: mancato ricambio generazionale. Si é dato per scontato che i figli nati nella comunità (alcuni di loro hanno ora più di trent'anni) accettassero di buon grado di seguire le orme dei genitori, dando continuità all'esperienza comunitaria, ma non erano animati dal loro stesso spirito (i fondatori della comunità avevano quasi tutti qualche anno più di me ed erano stati umanamente e culturalmente toccati dalle esperienze del "68"). Per chi era nato in comunità la vita in gruppo era una cosa del tutto normale e per niente eccezionale, ma quando per motivi di istruzione obbligatoria i giovani dovevano recarsi a scuola (in condizioni disagevoli, visto l'isolamento del casale dai centri abitati), hanno scoperto un mondo per loro tutto nuovo, fatto di comodità e tanti spazi privati, che nella comunità erano scarsi. Per farla breve le luci del mondo esterno e i suoi aspetti superficiali sono stati più forti dell'educazione dei genitori, così i giovani se ne sono praticamente andati raggiunta la maturità, disinteressandosi della comunità (a volte quasi vergognandosi del tipo di vita "diverso" dei loro padri e delle loro madri)...

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Questo è stato il mio primo approccio con gli “ecovillaggi”. Quella esperienza mi ha fatto capire che se non c’è una completa autosufficienza alimentare, energetica e amministrativa qualsiasi ipotesi di comunità è destinata all’insuccesso. La comunità ideale, naturalmente secondo il mio punto di vista, dovrebbe essere un “libero” comune (cioè in grado di emanare tutte quelle disposizioni amministrative che tutelano il suo territorio e i suoi abitanti) formato dalla federazione di un certo numero di gruppi sociali.

Ho visto “arrabattarsi” altre esperienze più o meno comunitarie con risultati simili a quella storia biellese. A pochi chilometri di distanza da quest’ultima, contemporaneamente, esisteva una comunità “di preghiera”, di ispirazione cattolica. In essa vivevano quasi un centinaio di persone, ma che permanevano in comunità solo per pochi mesi e poi c’era il ricambio. Solo in parte erano autosufficienti alimentarmente, però ricordo che tra loro c’era un medico fisso, che è stato utile anche alla comunità che frequentavo io. Per pregiudizi culturali (alla luce dei fatti, solo motivazioni futili) tra le due comunità non correva buon sangue, per cui non ho elementi sufficienti per descrivere il loro tipo di vita, anche se a grandi linee sapevamo che i componenti di quella comunità cattolica venivano in quel luogo soprattutto per sottoporsi a una scuola teocratica. Sono ormai parecchi anni che non ho notizie di quella comunità e non so nemmeno se esiste ancora.

Ho un amico toscano che conosce molto bene Mario Cecchi, uno dei fondatori degli Elfi del Gran Burrone. È stato con loro alcune volte ed è perciò in grado di descrivere il loro tipo di vita, che si può sintetizzare in questo modo: “libera ma dura”, in ogni caso non praticabile se non si è sostenuti da una buona dose di spirito di sacrificio. La mia previsione è che alla lunga le nuove generazioni modificheranno lo stile attuale di vita o se ne andranno, come è successo alla comunità biellese.

Un tentativo di conciliare la tecnologia con la vita comunitaria sta avvenendo nella “Federazione di Damanhur”, situata (in provincia di Torino) a un’ottantina di chilometri da dove abito io. Anche in questo caso il legame è di origine etico-religioso (perciò più labile dei legami di parentela) e certi atteggiamenti sono propri del sistema da cui si intende evadere. Hanno coniato una loro moneta locale, che col tempo hanno agganciato all’euro. Questo, se da un lato li può prevenire dai ricatti delle banche, d’altro lato denota la commercializzazione interna e la diversa remunerazione dei ruoli.

Come ti dicevo nella mail precedente, sono stato favorevolmente impressionato da una comunità “atipica”, sorta non per il valore della comunità in se stessa ma per tutt’altri motivi. Ho avuto occasione di visitarla perché ero amico di un loro amico e ho trovato molte cose interessanti. Non scandalizzarti: sto parlando della filiale dei Testimoni di Geova che si trova poco fuori Roma. Qui vivono circa 500 persone, legate anch’esse, com’è prevedibile, da motivi religiosi. Sono quasi autosufficienti alimentarmene (“per non gravare troppo sulla Società”) e, anche se la loro convivenza è motivata dalla produzione della loro letteratura (non sto certo a discutere sulle loro convinzioni), all’interno della struttura non solo non esiste proprietà privata, ma pur facendo uso di alta tecnologia non c’è diversa remunerazione dei ruoli: é il solo caso a mia conoscenza. Ti faccio presente che ci sono (o c’erano, all’epoca della mia visita, qualche anno fa) quattro ingegneri, un architetto, due medici, un agronomo, due avvocati, insieme a vari altri tecnici specializzati. Tutti gli abitanti hanno un determinato incarico che non è remunerato in denaro (all’interno praticamente non se ne fa uso), ma gratificato solo moralmente, per il solo fatto di far parte di un sistema equo.

Ecco, ti ho raccontato in maniera “quanto più dettagliata possibile” la mia esperienza negli ambienti degli ecovillaggi. Ci sono molte esperienze che non conosco direttamente, ma so della loro esistenza. Ancora non considero gli ecovillaggi il “motorino d’avviamento” ma solo un “brodo di coltura” da cui potrebbe partire la prima scintilla. Tutte le attuali forme di aggregazione comunitaria li paragono invece alle varie specie di antichi organismi unicellulari, dai quali è sorta, dopo innumerevoli tentativi, la specie di cellula che ha dato origine a tutti gli organismi pluricellulari. Chissà che da un particolare tipo o modello di gruppo possa nascere la prima federazione autosufficiente…

Un caloroso saluto

Piero

Venerdì, 18 Aprile 2008
Caro Piero,

Quando parlavo di stabilità dei sistemi (sottinteso: ecologici) non estesa agli individui mi sono espresso un pò impropriamente. Un individuo infatti è in sè, come dici tu, un sistema stabile. Avrei dovuto più esattamente dire: una forma di stabilità dei sistemi che viene perseguita senza tutelare l'integrità degli individui, la cui distruzione può essere addirittura prevista come parte integrante del meccanismo che garantisce la stabilità del sistema stesso (tipico esempio: la legge preda-predatore). Penso soprattutto ai rapporti fra le specie, nei quali è di gran lunga prevalente la competizione. E. Goldsmith è molto chiaro su questo punto quando, negando quest'ultima mia affermazione, parla della prevalenza dei rapporti cooperativi negli ecosistemi. La specie preda e quella predatrice, dice, cooperano nel garantire l'equilibrio anche se - aggiunge significativamente - la singola gazzella sarebbe ben poco disposta a vedere in tal modo il rapporto che la lega al singolo leone. Ed è questo il punto: quello stesso rapporto che, se consideriamo gli individui (come ho fatto io poche righe fa) è nettamente di competizione, e di distruzione di uno a favore dell'altro, se saliamo di un gradino nella scala sistemica e vediamo ciascuna specie come una unità, ecco che può ben essere concepito come cooperativo o, come dice Goldsmith, omeotelico, nei confronti della stabilità del sistema cui entrambe le specie appartengono.
Altro esempio, che Goldsmith cita come caso di comportamento omeotelico, è quello della popolazione degli Tsembaga (Nuova Guinea) che hanno messo su un singolare sistema di controllo della popolazione. La loro vita è in stretta relazione a quella delle mandrie di maiali che essi allevano. La popolazione umana e quella dei maiali aumentano parallelamente. Quando si raggiunge una certa soglia si celebra una "festa" nel corso della quale buona parte della mandria viene uccisa e subito dopo la quale viene dichiarata una guerra contro una delle tribù vicine che provoca ovviamente un certo numero di morti umani. Dopo di che il ciclo ricomincia, con cadenza circa quindicennale. Il meccanismo è efficace, garantisce la stabilità del sistema, non è nemmeno antropocentrico perchè riserva la stessa sorte a uomini e maiali. Anche qui se analizziamo il sistema a livello di specie, possiamo vedere il rapporto uomini-maiali e Tsembaga-altre tribù come cooperativo, se invece scendiamo a livello dei singoli individui, converrai che non è questo il migliore dei mondi possibili.
Di esempi del genere se ne potrebbero fare molti, ma il punto è che quando autori come Goldsmith parlano di omeotelia ne parlano sempre "rispetto a..." e più esattamente considerano sempre e solo l?omeotelia del sottosistema rispetto al sistema di scala piu? grande di cui fa parte, mai - simmetricamente - l'opposto. E che in natura esista e sia dominante una tale asimmetria mi pare indiscutibile.
Ora, in fondo, qual'è il fine di questo nostro parlare? Cosa vogliamo? La risposta credo sia semplice: vogliamo un mondo in cui si stia bene. Ma qual'è il soggetto di questa affermazione? Do per scontato che siamo proprio noi, gli individui. L'individuo in altre parole è il livello sistemico che dobbiamo porre al centro della nostra attenzione. Ecco dunque che, se l'omeotelia "verso l'alto" considerata da Goldsmith è necessaria per la stabilità dell'insieme, l'omeotelia verso il basso, che Goldsmith ignora, è necessaria per evitare di cadere in un sistema funzionante ma oppressivo (anzi, oppressivo e per giunta funzionante).

Per quanto riguarda la natura istintiva o culturale dell'istinto sociale, rileggendo le ultime mail mie e tue ho avuto la sensazione che la distanza fra le nostre posizioni, per quanto ci sia, sia meno netta di quanto mi era in un primo tempo apparso. Proverò dunque a spiegare meglio il mio punto di vista. Non esistono due forme di istinto distinte, sociale e gregario, ma una sola, che chiamerò nell'uno o nell'altro modo, diciamo per comodità "gregario". Alla nascita essa è ancora amorfa e si manifesta semplicemente in una tendenza a mettersi in relazione ai propri simili. Ma di che natura divengano queste relazioni è la sociocultura in cui l'individuo si trova immerso a determinarlo. Fermo restando il fine ultimo di ogni organismo - mantenere la propria struttura - ogni individuo cercherà, si, istintivamente, di instaurare dei rapporti di cooperazione con altri individui ma in alcune socioculture essi avranno la funzione di alleanze nella competizione con altri individui o gruppi, in altre socioculture i confini della cooperazione saranno più allargati fino, al limite, ad escludere la competizione. Il problema dunque non è tanto una contrapposizione istinto/cultura ma quello dell'estensione dei rapporti di cooperazione a scapito di quelli di competizione nell'ambito del modello culturale accettato dal gruppo.
Purtroppo non abbiamo modo di sottoporre queste teorie ad alcuna verifica sperimentale, proprio perchè come dici tu: "Tutte le forme di organizzazione che l'umanità si è data nel corso dei millenni, dopo il disfacimento dell'antico gruppo sociale dei raccoglitori, si possono definire come 'socialità artificialè." Insomma, il nostro termine di paragone - il gruppo di raccoglitori -, dal tardo paleolitico in poi ha cessato di esistere. Forse questo dovrebbe essere un valido argomento a favore dell'adozione del "peggior scenario possibile", quello della sociobiologia, in base alla considerazione che facevo nella precedente mail: ogni soluzione capace di funzionare in questo scenario funzionerà in ogni altro.

Trovo verosimile quanto scrivi sulle cause della mancata realizzazione del sistema federativo nel paleolitico, ovvero sulla mancata diffusione di un modello culturale avente caratteristiche di fondo comuni. È anche opportuno dire a questo punto che in genere non è un modello culturale che genera una prassi ma il contrario: un gruppo elabora un insieme di pratiche che servono a garantirne la continuità e, in funzione di queste, elabora un sistema culturale che le giustifichi. Esempio: la caccia nelle popolazioni primitive: percependosi esse come animali fra gli animali (l'antropocentrismo è venuto dopo, per giustificare pratiche di dominio espansionista come l'allevamento e certe forme invasive di agricoltura) la caccia era assimilata a un omicidio e dunque, trovandosi nella necessità di praticarla, avevano elaborato una mitologia e dei rituali che in determinate circostanze la rendevano culturalmente accettabile.
Tutto ciò per dire che non dobbiamo illuderci che la semplice elaborazione di un modello culturale alternativo, per coerente e dettagliato che possa essere, possa indurre una qualsiasi trasformazione nel mondo reale. Modello culturale e pratiche produttive e associative devono procedere di pari passo, cosa che non capiscono nè gli antispecisti (modello culturale senza prassi alternativa) nè i "decrescenti" (pratiche alternative ma senza porre in discussione il modello antropocentrico, nato guarda caso proprio per giustificare le pratiche della crescita). Una teoria deve dunque intrinsecamente sfociare nell'indicazione esplicita di una prassi e la diffusione dell'una e dell'altra devono andare di pari passo. Questo, fra parentesi, mi pare uno dei punti di forza del tuo scritto, dato che ha proprio questa caratteristica.

Per quanto riguarda quanto scrivi in "I sentimenti che legano il gruppo", seguendo ancora Laborit non mi sento di definire disinteressate le quattro forme di amore che elenchi. L'amore, dice Laborit, è un mezzo per creare attorno a noi uno spazio gratificante, di cui il nostro sistema nervoso ha bisogno. Tuttavia, aggiungo io, il mantenimento di tale spazio è così dipendente dalla conservazione della persona "amata" che l'agire per il proprio bene è inscindibile dall'agire per il suo, o meglio, per il bene comune. È questo, credo, il caso in cui si realizza con maggior evidenza quel meccanismo dell'egoismo intelligente di cui parlavo, e in particolare la sua indistinguibilità dall'altruismo, ovvero dall'agire disinteressato. Questa distinzione, dunque, è priva di effetti pratici, tuttavia credo che sia opportuno, o meglio prudente, averla sempre presente. Per il resto, credo (senza che ciò sia in contrasto con te) che il legame prodotto da cultura o ideologia sia necessario ma non sufficiente: necessario perchè i legami di forte amicizia presuppongono a monte delle affinità di quel genere, non sufficiente perchè queste affinità, essendo su un piano puramente intellettuale, non necessariamente producono quell'empatia che invece serve all'instaurazione di un legame forte. Infine, mi trovo ovviamente d'accordo con quanto scrivi sull'importanza di agire non individualmente: io stesso potrei raccontare molto su quanto ogni esperienza alternativa praticata in isolamento sia fragile e destinata a non durare.

Parliamo infine di ecovillaggi. Ho letto con moltissimo interesse quanto mi hai scritto in proposito, e devo dire che le esperienze di cui mi hai raccontato (a parte Damanhur) si collocano qualche gradino al di sopra di quelle che ho conosciuto io. Forse non è trascurabile la differenza che nel mio caso non si tratta di comunità ma di singoli nuclei familiari; il più noto, almeno negli ambienti bioregionalisti, è quello di Pratale, vicino Gubbio. Ebbene, ho notato che queste persone giungevano a quel tipo di vita portandosi dietro molto del bagaglio culturale competitivo accumulato durante la precedente vita "normale". Considero non casuale a questo proposito il fatto che l'attività maggiormente praticata a Pratale sia l'allevamento. Anche lì inoltre i figli hanno seguito strade diverse dai genitori e sono stati reinghiottiti dal mondo esterno. In molti resoconti di altre esperienze che ho letto ricorre l'accenno più o meno pronunciato a dissidi interni, a volte anche notevolmente disgreganti, segno che il modello culturale di partenza ha una forza da cui è difficile prescindere. Pensa che non sono state immuni da questi problemi nemmeno le comunità dell'Arca di Lanza del Vasto, il che mi ha dato molto da pensare: persone che si uniscono nel nome di un uomo che insegna a comprendere le ragioni del proprio nemico e che non riescono a comprendere le ragioni del proprio amico.
Per questo motivo credo che le prime esperienze di società parallele dovrebbero essere strutturate secondo un modello di insediamento "distribuito", ovvero che non preveda una vita comunitaria obbligata al 100%. Questo, credo, ridurrebbe i rischi di contrasti disgreganti e preparerebbe il terreno a ulteriori evoluzioni.

Ciao,

Filippo.

Sabato, 19 Aprile 2008
Caro Filippo,

Avresti potuto liquidare questo argomento con poche battute, invece hai voluto essere chiaro e dettagliato, perciò apprezzo davvero il tuo sforzo intellettuale e il necessario impiego di tempo ed energia.

Il tuo ragionamento non fa una grinza, solamente c’è un equivoco sul significato del termine “sistema”. Io intendo per sistema non un semplice ordine di cose che lega un insieme di unità in qualche modo in rapporto tra loro, ma un organizzazione di unità simili che cooperano per il proprio interesse attraverso una forma di comunicazione diretta accessibile a tutti. Ufficialmente hai ragione tu, in quanto parliamo spesso di sistema politico, elettorale, monetario, operativo, economico, educativo, ecologico, ecc…, tuttavia, per poterci intendere, quando io parlo di “sistema” mi riferisco alla tabella che ho fatto all’inizio del mio scritto e alle spiegazioni che ne ho dato. Purtroppo non trovo altri termini che “sistema” e livello sistemico” per identificare l’organizzazione della natura, comprendo quindi che possa generare equivoci.

Alla luce di questa premessa non potrebbe esserci un “sistema” composto da leoni e gazzelle o da uomini e maiali. Esiste invece un equilibrio dinamico tra queste varie specie animali. In un sistema stabile, inteso sempre con la definizione che ne ho dato prima, non potrebbe esistere un livello competitivo tale da disgregare il sistema stesso, a meno che sia un’organizzazione ancora in formazione, perciò che ancora non ha raggiunto il suo “climax”.

La stabilità di un sistema si fonda sulla cooperazione, e tanto più questa è forte tanto più il sistema è stabile. Il risultato, è vero, è quello che dici tu, vale a dire la possibile “sacrificabilità” dell’individuo per mantenere la stabilità del sistema. Credo che i pochi maschi riproduttori di una colonia di api (i “fuchi”), se potessero scegliere, probabilmente preferirebbero, una volta assolto il loro compito, non essere scacciati dalla colonia o addirittura uccisi dalle compagne. Così nel sistema pluricellulare vi sono cellule, come quelle delle pareti intestinali, che vengono sostituite dopo solo pochi giorni, mentre altre vivono quanto l’intero sistema pluricellulare (i neuroni della corteccia cerebrale).

Questo non va inteso come ingiustizia sociale, ovvero la dominanza di una classe a danno di un’altra. La rinuncia della propria indipendenza delle singole cellule del corpo umano comporta un certo dispendio energetico, ma è ampiamente compensato dal guadagno energetico che ogni singola cellula trae dal sistema pluricellulare. Così un’ape potrebbe vivere individualmente come uno scarafaggio, non destinando una parte della sua energia potenziale alla stabilità della comunità, però non potrebbe usufruire dei vantaggi che il collettivo può dare.

Se lo scarafaggio è rimasto un insetto individualista mentre l’ape è diventata sociale, dipende ovviamente da delle caratteristiche strutturali di queste due singole specie, che indirizzano sempre alla ricerca del minor dispendio di energia. In pratica allo scarafaggio conviene stare da solo e all’ape conviene stare in comunità. Il fatto è che gli esseri umani sono come api che vivono da scarafaggi, per il semplice motivo che tra noi e l’ambiente di adattamento si è interposta la tecnologia. Si tratta di trovare un modo che ci permetta di vivere da api pur facendo uso di tecnologia complessa.

Hai chiarito in modo impeccabile il concetto di “omeotelia” verso l’alto e verso il basso, ma qualsiasi tipo di organizzazione che l’umanità saprà darsi in questa direzione non potrà prescindere, come sempre, dalla ricerca del minor dispendio energetico. Un corpo umano è un sistema poco dispendioso di cooperazione cellulare. Una colonia di formiche è un sistema poco dispendioso di collaborazione di individui. Ora, possiamo intendere il corpo umano o una colonia di formiche come “un sistema funzionante ma oppressivo (anzi, oppressivo e per giunta funzionante)”? Credo che ogni cellula o ogni formica, se potessero rispondere a questa domanda, direbbero di no.

Do anch’io per scontato che siamo noi individui l’oggetto della ricerca di “un mondo in cui si stia bene”, ma è logico pensare che quando dovremo fare i conti con il rapporto dispendio di energia e benefici ottenuti (prima o poi questi conti dovremo farli) ci sarà una spinta verso la socialità. Fino a quale livello si estenderà questa socialità? Probabilmente fino a quando sarà energeticamente conveniente per i singoli individui e questo non esclude a priori la ricerca di “una vita comunitaria obbligata al 100%”.

Affermi che per ridurre i rischi di contrasti disgreganti “le prime esperienze di società parallele dovrebbero essere strutturate secondo un modello di insediamento ‘distribuitò”. Questo punto non riesco bene a decifrarlo. Ti riferisci al concetto di villaggi cohousing? Se è così non ho niente contro questi tipi di insediamento, perché, anche se l’abitazione è privata, ci sono occasioni per azioni comuni. Il problema è che la “diffusione” delle abitazioni comporta dei costi di insediamento e di gestione notevoli, molto maggiori rispetto a un insediamento “centralizzato”. Inoltre l’azione comune si risolve in pochi servizi collettivi e, quel che temo di più, raggiungerebbe una sua stabilità che impedirebbe di proseguire in “ulteriori evoluzioni”.

Al momento sono convinto che qualsiasi tipo di comunità, anche se sorge con lo scopo di evadere l’attuale ordine di cose, ben presto esaurirebbe la sua carica rivoluzionaria e sarebbe riassorbito dal sistema o, nel migliore dei casi, porterebbe al suo isolamento progressivo. Le ragioni le hai spiegate tu: “Modello culturale e pratiche produttive e associative devono procedere di pari passo”. A mio avviso, prima di avventurarci nel cambiamento attraverso una “società parallela” a questo sistema, è necessaria l’elaborazione di un modello socioculturale verificabile attraverso la realtà virtuale.

Perché mai dici che “il nostro termine di paragone - il gruppo di raccoglitori -, dal tardo paleolitico in poi ha cessato di esistere”? Ci sono ancora gruppi di raccoglitori viventi che custodiscono gelosamente il loro modo di vivere. Ci sono ancora culture ed etnie integre (anche se i rispettivi gruppi non esistono più) che tramandano i loro saperi da generazioni. Sono in contatto con un amico di Vicenza che si interessa da tempo dei nativi americani e conosce personalmente “Story” (Manitonquat), “uomo medicina” della tribù degli Assonet-Wampanoag del Massachusetts. Egli va in giro per il mondo proprio per predicare la cultura del “cerchio”, ossia il ripristino del gruppo sociale, come unica soluzione ai mali prodotti dal sistema competitivo. Se ti interessa posso darti spiegazioni più dettagliate.

Un’ultima cosa. Hai ragione quando affermi che anche l’amore rientra in quel “meccanismo dell'egoismo intelligente”, ma è l’unico legame che può dare stabilità a un gruppo sociale.

Un caro saluto.

Piero

Venerdì, 9 Maggio 2008
Caro Piero,
ci ho messo un po’ più di tempo del solito a risponderti questa volta perchè la tua definizione di "sistema" apre un problema di vasta portata che avevo a suo tempo abbozzato in una mail inviata a una persona che, dopo averla giudicata "interessantissima" aveva lasciato totalmente decadere la discussione. Da Merate non sono riuscito a ritrovare questa mail e dunque ho dovuto attendere di tornare nel Lazio.

Ma cominciamo appunto dal tuo concetto di sistema: effettivamente io avevo utilizzato la parola in un significato diverso, dunque direi di usare d'ora in poi la convenzione: "sistema" nel senso inteso da te e "ecosistema" nel senso inteso da me.
Ora, è chiaro che l'oggetto del tuo lavoro è l'organizzazione interna dei sistemi e dunque la tua è una visione verticale in cui le diverse entità sono i "livelli sistemici" organizzati in una scala crescente di complessità. Non dobbiamo però dimenticare che, all'aumentare della complessità, aumenta il numero di configurazioni possibili nel rispetto della condizione di energia minima. Proverò a spiegarmi con una metafora: immagina un paesaggio collinoso in cui si alternano alture e valli. Se qualcuno da un aereo gettasse una palla, questa rotolerebbe lungo il pendio su cui cade fino al fondo della valle più vicina (stato di energia minima) ma di tali valli ce ne sono tante, e tutte soddisfano appunto la condizione di energia minima, ed è casuale in quale di esse la palla andrà a fermarsi.
Dico ciò perchè a ciascun livello sistemico, almeno da un certo grado di complesità in poi, sono presenti varie tipologie di sistemi, diversi l'uno dall'altro ed interagenti fra loro. La presenza, a ciascun livello sistemico, di una molteplicità eterogenea di sistemi (internamente omogenei ma, ripeto, diversi l'uno dall'altro) è fondamentale per il funzionamento di quel livello sistemico. Sono questi i concetti di ecosistema e biodiversità. Bene, credo non ti sia sfuggito che queste relazioni orizzontali fra componenti eterogenee di uno stesso livello sistemico sono una parte fondamentale delle mie argomentazioni, e lo sono perchè ogni sistema non è un'isola indipendente dal mondo esterno ma deve relazionarsi obbligatoriamente con gli altri sistemi di pari livello sistemico insieme ai quali forma l'ecosistema cui appartiene. Ebbene, l'insieme di queste relazioni "esterne" è altrettanto importante per la stabilità del tutto, di quanto lo sono le relazioni interne fra i membri di ciascun sistema.
Ricorrendo di nuovo all'esempio degli Tsembaga, siamo di fronte a due sistemi di pari livello (tribù degli Tsembaga e mandria di maiali - ipotizzo qui che all'interno di ciascuno di tali gruppi esistano quei rapporti di cooperazione necessari alla tua definizione di sistema) ciascuno dei quali da solo sarebbe instabile ma che ricava la propria stabilità dall'interazione con l'altro. Nel loro insieme Tsembaga e maiali formano - con riferimento al controllo delle popolazioni - un ecosistema. Parlavamo nelle mail precedenti dell'importanza di un modello culturale. Questa importanza non è solo limitata a dar forma alle relazioni fra i membri del gruppo/organismo che forma il sistema, esso non è rivolto cioè solamente all'interno, ma dà forma anche alle relazioni del sistema con l'esterno. Esempio ovvio: l'antropocentrismo, modello culturale che serve a giustificare le attuali pratiche di dominio indiscriminato dell'uomo sul resto del mondo vivente. Se immaginassimo di poter cancellare l'antropocentrismo dalle menti degli uomini la maggior parte delle attività umane oggi esistenti diverrebbe inconcepibile agli occhi degli stessi uomini. In sintesi, un sistema umano (e non è detto che non sia vero anche per altre specie) è composto da tre elementi: un insieme di pratiche che ne assicurano la sopravvivenza materiale, un'organizzazione sociale che rende possibili quelle pratiche e infine un modello culturale che giustifica le une e l'altro. Tutti e tre questi elementi coinvolgono indissolubilmente sia l'organizzazione interna del sistema sia i suoi rapporti con l'esterno, ovvero con l'ecosistema, e sono in non trascurabile parte determinati da esso.
Non trascurare la realtà ecosistemica che circonda ciascun sistema dunque è fondamentale proprio a causa della forte influenza che la realtà esterna ha nel determinare l'insieme delle attività pratiche che assicurano la sopravvivenza del gruppo (chiamiamole: produzione): la realtà esterna, ovvero l'ambiente o anche, per dirla in maniera meno impersonale, i rapporti con la comunità biotica, ovvero con l'ecosistema. La produzione poi determina modello culturale e assetto sociale.

A questo punto però vorrei mettere in discussione proprio la distinzione fra interno ed esterno, ed è questo il punto in cui entra in gioco la mail di cui parlavo in apertura. Premetto che essa è solo l'abbozzo di un'ipotesi, e dunque senza dubbio alcune affermazioni sono da correggere. Credo comunque che il quadro in essa tracciato non sia lontano dalla realtà. La mail dunque era questa:

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Caro Marco,
durante la mia ultima escursione lassù nel selvaggio nord sono stato invitato alla presentazione di un libro sulla cucina brianzola. Ho messo mano al mio collaudatissimo antidoto contro le delusioni (aspettarsi sempre il peggio del peggio) e ci sono andato.
È stata prevedibilmente una serata fra il macabro (che lascio alla tua più truculenta immaginazione) e il comico surrealista ("non è vero che il lardo è pesante"... ma dico, i fanatici non eravamo noi vegetariani???). E infine è stata una serata infinitamente istruttiva. Perchè seduto lì, ad ascoltare quella congrega di bipedi umanoidi che con ogni possibile naturalezza discutevano di quanto è bello ingurgitare pezzi di testicoli di toro, budella di maiale e zampe di gallina, mi sono venute in mente un po’ di considerazioni "anomale".

Uscito dall'ameno luogo (che per colmo di promiscuità è quello che a luglio 2006 ha ospitato la mia mostra e a novembre la presentazione di "Caccia all'uomo") ero convinto che lo specismo è un falso problema e che esso è al più, al pari di nazionalismo, razzismo, ecc., un sintomo del vero problema.
Quale è dunque quest'ultimo? Bene, secondo me è il rapporto fra aggressività e istinto gregario.

Andiamo con ordine e fissiamo un po’ di punti, ma prima un'avvertenza: sicuramente troverai una notevole parte delle cose che scriverò piuttosto antipatica ma non dimenticare che viviamo in un mondo che è ben più che "antipatico", dunque ogni ipotesi di descrizione di esso tanto più gli sarà aderente, tanto più risulterà sgradevole.
Quanto sgradevole? Ad esempio così:

- l'uomo è un animale, ovvero un organismo biologico dotato di sistema nervoso.
- un sistema nervoso serve a generare azioni
- scopo di un'azione è la conservazione della struttura dell'organismo - se l'azione è efficace l'organismo prova una sensazione di piacere, che rappresenta il "monitoraggio" di tale efficacia
- per conseguire tale scopo un organismo deve creare intorno a sè uno "spazio gratificante" e lo fa nella prassi dominante stabilendo una relazione di competizione con altri organismi.
- questo tipo di relazione implica l'aggressività, e la implica al livello più profondo, ovvero come parte del proprio bagaglio genetico.
- nelle specie in cui gli individui sono fisicamente poco dotati, allo scopo di rendere più efficace l'azione essi tendono ad aggregarsi in comunità. Quelli che lo fanno hanno maggiori probabilità di sopravvivere.
- ciò genera in essi, per selezione naturale, ciò che in psicologia delle masse si chiama istinto gregario.

Entrano con ciò a far parte della realtà due cose: il gruppo e, nell'individuo, la percezione di sé come parte di un gruppo. Un punto è però fondamentale: scopo della partecipazione a un gruppo da parte di un individuo rimane la conservazione della struttura dell'individuo stesso: di sè. Il gruppo pertanto per l'individuo è sempre un mezzo, mai il fine. Ogni contributo al benessere del gruppo è dunque subordinato al fatto che sia percepito come utile al proprio benessere individuale. Queste considerazioni preesistono e giustificano quanto scrivevo nel mio penultimo messaggio in questo passo:

"Così come non è mai esistita una società totalmente pacifica al suo interno e aggressiva verso l'esterno, non è pensabile un'umanità rispettosa dell'uomo e che continui a sfruttare il non umano. La pratica dello sfruttamento ha se mai una struttura a cerchi concentrici, essendo meno intensiva nei cerchi più interni al solo scopo di non provocare la distruzione della struttura del gruppo. I meccanismi dello sfruttamento sull'umano e sul non umano vanno dunque trattati all'interno di un'unica analisi".

Dove più che sfruttamento avrei dovuto scrivere competizione essendo il primo un caso particolare della seconda.
L'individuo è il cerchio più interno. Egli agisce stabilendo con i cerchi che lo circondano una rete di relazioni in cui coesistono cooperazione e competizione e la prima decresce a favore della seconda man mano che si va verso cerchi sempre più esterni. Quando si raggiunge il cerchio più esterno che è quello delle relazioni interspecifiche la cooperazione è nulla (la simbiosi è, nella storia dell'evoluzione, l'eccezione, non la regola) e la competizione è massima.

Cosa importante affinché questo meccanismo funzioni: la percezione dell'aggressività. Essa non è percepita come tale se è praticata entro i limiti previsti dalla sociocultura in vigore nel gruppo in relazione ai cerchi (di solito diversi, ma non necessariamente) cui appartengono il soggetto e l'oggetto di essa. Certe socioculture giustificano perfino l'omicidio interno al gruppo in determinate circostanze. Quella sera ascoltavo i bipedi brianzoli parlare di tagliare zampe di galline o ammazzare tori come se parlassero di cogliere insalate, il che non deve stupire: la sociocultura cui appartengono ha inculcato loro la "verità " che quelle azioni non sono da considerarsi violente. Non dobbiamo però fare confusione fra aggressività e percezione dell'aggressività. Quelle azioni implicano l'esercizio dell'aggressività, e in dosi massicce, ma essa, benché praticata, non è percepita, in quanto legittimata dalla sociocultura.
Teniamo infine presente che l'individuo percepisce la "verità " che gli viene dal gruppo in maniera acritica, ma non perchè "ci creda" bensì perchè, venendo essa dal gruppo, egli la vede come il modello più confacente al mantenimento della struttura del gruppo stesso, e dunque della propria struttura che da esso ormai dipende.

Un punto fondamentale in tutto ciò è che il "gruppo" non è qualcosa di ben definito nel tempo e nello spazio ma i suoi contorni sono sfumati (i cerchi concentrici), che in realtà non c'è un interno e un esterno e non c'è dunque una diversità nei meccanismi che governano la violenza al suo interno e verso l'esterno essendo venuti meno questi due concetti.

Ultimo, frettoloso avviso: ho scritto tutto ciò usando il linguaggio della sociobiologia ma non dubito che un identico percorso possa essere fatto usando i mezzi del marxismo, ovvero che si possano scoprire notevoli affinità fra questa visione e la tua.

Filippo

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Riassumendo il tutto in una frase: non si possono individuare confini netti fra un sistema e l'ecosistema cui appartiene.

Vorrei aggiungere che in tutto ciò che ho scritto fino ad ora non vedo alcuna contraddizione con quanto affermi tu: nel momento in cui diciamo che l'interazione fra istinto gregario e aggressività mette in gioco dei meccanismi di inibizione di quest'ultima, diciamo anche che genera comportamenti alternativi alla competizione ovvero la cooperazione che tu vedi come interazione naturale fra simili negli animali sociali.
Affermare l'importanza determinante delle relazioni orizzontali fra sistemi diversi di pari livello non toglie nulla alla validità del tuo studio; significa semplicemente che esso affronta un tema che va ulteriormente ampliato fino a introdurvi i rapporti ecosistemici. C'è invece una certa diversità fra la tua definizione di sistema e il mio modello a "cerchi concentrici" che tende a far sfumare il confine fra sistema ed ecosistema. Ma anche qui, se ci si limita ai cerchi più interni, il grado di eterogeneità è tale da essere entro certi limiti trascurabile e la cooperazione prevale largamente sulla competizione; si rientra dunque nell'ambito di validità del tuo studio.

Per quanto riguarda ciò che ho chiamato "omeotelia verso il basso", fai l'esempio delle cellule e delle formiche ma non bisogna dimenticare che questi esempi sono difficilmente estendibili agli animali superiori, fra cui l'uomo. Credo ci sia un punto oltre il quale l'aumento di complessità cessa di essere solo un fatto quantitativo e genera un salto qualitativo. È quel livello oltre il quale l'individuo assume una propria specifica identità, che gli dà coscienza di sè in quanto tale e che lo distingue da ogni altro proprio simile. Nel caso delle formiche ciò non è, e meno che mai nelle cellule di un organismo (qui siamo oltre tutto a un livello sistemico sottostante). Quando insomma la complessità supera la soglia in cui genera una qualità nuova, la coscienza individuale, entra in gioco un insieme di problemi nuovi, quelli che fin'ora sono stati argomento dell'etica, anche se io credo che bisognerebbe riformularli in termini più legati alla realtà ecosistemica. Tu noti che se le cellule o le formiche potessero rispondere alla domanda: "il sistema cui appartenete è oppressivo?" risponderebbero di no, ma la chiave del problema è proprio in quel "se potessero". Infatti non possono, mentre un animale superiore può darsi una tale risposta.
Nella mail precedente ho portato un esempio ecosistemico di omeotelia oppressiva: la simbiosi Tsembaga-maiali; avrei potuto portare anche un esempio sistemico, anche questo citato positivamente da Goldsmith come metodo omeotelico di controllo della popolazione: il divieto di risposarsi per le vedove in India. E qui valgono le stesse considerazioni negative fatte per il caso precedente. Dunque credo che uno dei problemi fondamentali sia introdurre in ogni progetto di società futura quella simmetria omeotelica che tuteli simultaneamente individui, sistemi ed ecosistemi.

Sulla natura concentrata o distribuita di un insediamento, lasciamo perdere la mia posizione soggettiva che mi induce a trovare gratificante il fatto di essere circondato da ampi spazi verdi isolati: questo può facilmente essere attribuito alla natura stile "infezione batterica" che la presenza umana sulla terra ha assunto e dunque al sano desiderio di isolarsi da essa. La mia considerazione aveva però ragioni più oggettive: l'assuefazione ai rapporti competitivi con gli altri è tale che sarà inevitabile portarsene dietro un retaggio per un pò di generazioni, e ciò potrebbe avere, come di fatto ha avuto in molte esperienze comunitarie reali, effetti destabilizzanti gravi. Questo credo sia il pericolo maggiore, che un assetto inizialmente distribuito ridurrebbe drasticamente. Quanto allo stabilizzarsi di un tale assetto, che tu vedi come un pericolo, credo che lo stesso meccanismo della ricerca del minimo dispendio energetico col passare delle generazioni e il progressivo venir meno del retaggio competitivo indurrebbe per vie naturali alla ricerca dell'assetto ideale, qualunque esso sia.
Il caso degli insediamenti cohousing è sicuramente un'esperienza interessante a condizione che ciascuno di essi abbia quelle caratteristiche di autosufficienza di base che sono indispensabili a farne ciò che io chiamo un'unità bioabitativa.

Nel penultimo paragrafo dici in breve una cosa che vorrei invitarti a sviluppare molto più dettagliatamente: "è necessaria l'elaborazione di un modello socioculturale verificabile attraverso la realtà virtuale". Questo è un punto che mi interessa molto. Cosa intendi esattamente?

Infine, ho scritto che le culture tipo raccoglitori hanno cessato di esistere perchè ogni volta che ho sentito parlare di culture "primitive" le ho sempre viste descrivere come "inquinate" dall'invasività della società occidentale che poco a poco le sta assorbendo. Le mie conoscenze in questo campo tuttavia sono ben lontane dall'essere complete e dunque, se in qualche luogo così non è, ben venga. Dammi senz'altro le spiegazioni cui accenni in chiusura

Ciao,

Filippo.

Lunedì, 19 Maggio 2008
Caro Filippo,
(...)
Innanzi tutto condivido pienamente tutto quello che hai scritto e mi rammarico che lettere come questa non abbiano l’eco che meriterebbero. Mi piace soprattutto quello che hai scritto a Marco (...)

Effettivamente nella logica del mio pensiero è mancata quella visione “orizzontale” verso l’ecosistema, perché ho focalizzato l’attenzione più all’organizzazione interna dei sistemi e ai meccanismi per il passaggio a un livello sistemico superiore. Nella mia idea di comunità autosufficiente i rapporti con l’ecosistema si estendono solamente all’interno del territorio della comunità, tuttavia, la stessa federazione e il suo territorio sono un ecosistema funzionante (almeno dal punto di vista teorico). Che rapporti ecologici possa avere questo ecosistema con la comunità biotica esterna non l’ho preso in considerazione, perché ho dato per scontato che solamente con la continua formazione di federazioni di gruppi sarà possibile risolvere i problemi ecosociali creati dall’economia del mercato globale. D’altra parte, anche se ogni comunità autosufficiente si costituisse come libero comune (e per forza di cose sarebbe sempre soggetta alle leggi dello Stato) potrebbe amministrare solo il suo territorio e non potrebbe interferire con le vicende altrui, salvo diffondere il buon esempio.

Riguardo alla tua metafora della palla e della valle, è senz’altro vero che sarà casuale in quale valle andrà a finire la palla, ma non è affatto casuale che la palla andrà comunque a finire in una valle. Questo è un processo irreversibile tanto quanto la ricostituzione di nuovi gruppi sociali. Sarà un processo del tutto casuale come questi si riformeranno e le caratteristiche strutturali che sapranno darsi, così come sarà difficile ipotizzare il meccanismo col quale si costituiranno federazioni autosufficienti, ma il salto a un livello sistemico superiore è inevitabile. Ho sempre paragonato il fiorire di queste comunità tra loro diverse (per caratteristiche e moventi) all’evoluzione sul nostro pianeta dei batteri, che hanno assunto le più disparate adattabilità, ma non sono mai stati in grado di produrre un livello sistemico superiore (anche se ci sono ceppi batterici gregari che si organizzano in dipoli, grappoli, catenelle….), fino a quando non sono comparsi sulla scena i mitocondri, che potremmo definire come gli unici batteri “sociali”, che hanno prodotto il sistema cellulare. Purtroppo sarà solo l’esperienza maturata sul campo che consentirà di capire quale tipo di gruppo sociale sarà il più adatto per formare federazioni stabili e quali di queste saranno idonee per aggregazioni più complesse.

Mi piace la distinzione che fai tra “aggressività e percezione dell'aggressività”. In effetti sarebbe limitativo un codice culturale che miri solo alla stabilità di una comunità autosufficiente, dove però non sia prevista la futura cooperazione con le altre comunità simili. È necessario che lo stesso codice culturale che dovrà servire a ricostituire il gruppo, dovrà essere il legante dei gruppi nella federazione ed essere alla base del sistema planetario, ossia l’aggregazione coordinata di tutte le federazioni della Terra. Spero di non essere noioso, ma è mia convinzione, lo ripeto, che questo codice culturale debba orbitare attorno alla "regola aurea cristiana", vale a dire: "Ciò che vuoi che gli altri ti facciano, tu similmente fallo a loro". Per la verità, già 600 anni prima di Cristo era stata elaborata una formula simile da Confucio (che ha comunque influenzato la filosofia orientale), anche se nella sua forma negativa: "Non fare agli altri ciò che non vorresti che gli altri facciano a te". Se ci pensiamo bene, però, questa formula spinge all'indifferenza e non certo alla solidarietà. Secondo questa logica l'individuo non deve sentirsi in obbligo di aiutare gli altri (umani e non), ma limita i rapporti con un generico reciproco rispetto. L'amore cristiano, invece, spinge ad agire per fare del bene. Nel gruppo dei raccoglitori, nella sua stabilità plurimillenaria, io intravedo l'amore cristiano e non un generico amore. Non penso proprio che l'amore sia solo cristiano, ma in prospettiva di una società che dovrà rinnovarsi attraverso l'istituzione di nuovi gruppi sociali, che fondano la loro stabilità sull'aiuto reciproco, la regola aurea cristiana la ritengo elemento indispensabile. Questa è la regola che ha guidato l'umanità nella sua preistoria e, se oggi siamo testimoni di derive culturali che contrastano la diversità, è perché ci siamo allontanati progressivamente da quel tipo di amore "naturale". In ogni caso il termine cristiano non deve aver niente a che fare con le strumentalizzazioni clericali, che tutto sono meno che cristiane. Mi chiedo (e ti chiedo) se la regola aurea cristiana potrebbe soddisfare l’esigenza di una “simmetria omeotelica che tuteli simultaneamente individui, sistemi ed ecosistemi”.

Condivido parola per parola tutta la lettera che hai scritto a Marco, ma voglio fare una piccola precisazione su questo tuo passo: “il "gruppo" non è qualcosa di ben definito nel tempo e nello spazio ma i suoi contorni sono sfumati (i cerchi concentrici)”. Questa affermazione è valida se ti riferisci a un qualsiasi gruppo “gregario” ma non se è rivolta verso un gruppo “sociale”. È provato che gruppi di raccoglitori hanno vissuto per migliaia di anni nei loro rispettivi territori, senza intaccare l’ambiente del loro insediamento e la loro cultura di adattamento. Pur senza mutare la validità del tuo ragionamento dei cerchi concentrici, nel quale evidenzi che al centro di tutto c’è l’individuo (anche l’individuo, inteso come persona, è però formato da elementi più semplici e questi, a loro volta, da elementi ancora più semplici e così via), i confini dei singoli sistemi dentro a un ecosistema si attenuano ma non sfumano fino a scomparire. In una grande federazione intercellulare come il corpo umano vengono enormemente facilitati i rapporti tra le cellule, ma ognuna di esse mantiene ben salde le proprie pareti esterne e la propria identità. A sfumare progressivamente non sono i confini di un determinato sistema, ma sono i rapporti sociali con sistemi di livello superiore.

Avvalersi della realtà virtuale, ossia di un programma simulato al computer, faciliterebbe la verifica di un determinato insediamento comunitario, prevenendo rischi e imprevisti. Mi rendo conto che un programma del genere comporterebbe un lavoro enorme da parte di esperti e programmatori, ma buttarsi a capofitto nella costruzione di comunità o ecovillaggi senza un progetto dettagliato sarebbe perlomeno imprudente. Si tratta di capire, dati alla mano, quale tipo di insediamento è il più idoneo alle caratteristiche umane e, nello stesso tempo, il più integrato nell’ecosistema, senza trascurare ovviamente il dispendio energetico per realizzarlo. Deve altresì rispondere all’esigenza di rapporti proficui con strutture simili ed essere valido e fattibile per tutta l’umanità.

È difficile capire se “l'assuefazione ai rapporti competitivi con gli altri è tale che sarà inevitabile portarsene dietro un retaggio per un po’ di generazioni”, per questo non vedo con favore alcun tipo di insediamento comunitario se non è prima supportato da una grande organizzazione popolare internazionale che abbia la funzione di preparare culturalmente gli individui alla vita comunitaria. È per mezzo di questa organizzazione che si troveranno i fondi necessari ai primi insediamenti, dopo previa ideazione di un modello virtuale funzionante. Dal mio punto di vista questa organizzazione la vedo composta da gruppi formali (quindi inizialmente gregari e non sociali) di aiuto reciproco, con l’arduo compito di combattere la cultura del sistema senza combattere le leggi del sistema. Rispettosi verso le autorità costituite, ma determinati a livello locale a superare l’economia competitiva attraverso un’intensa collaborazione tra i gruppi e tra gli individui all’interno dei singoli gruppi.

Per quanto riguarda gli ultimi gruppi di raccoglitori è vero che la società occidentale li sta progressivamente assorbendo, anche se ci sono ancora gruppi la cui cultura non è ancora inquinata ma solo infastidita dalla nostra civiltà (penso a pochi gruppi di Pigmei centrafricani e a pochi gruppi di Indios amazzonici). In ogni caso, anche quando un gruppo si disgrega ci sono individui che caparbiamente tramandano ai figli la cultura millenaria del proprio popolo: è il caso di Story, di cui ti accennavo nella mail precedente. È stato organizzato un suo seminario nei giorni 6-7-8 giugno a Celleno, in provincia di Viterbo. Io sono stato invitato ma non potrò parteciparvi. Valuta tu se la cosa può interessarti: nel qual caso ti metterei in contato con quel mio amico di Vicenza.

Ciao e a risentirci a presto.

Piero

Venerdì, 30 Maggio 2008
Caro Piero,
(...) è il caso di Marco (Maurizi), autore fra l'altro del saggio "La domesticazione dell'uomo" dal quale ho sicuramente imparato non poco e che ti segnalo qui perchè credo che possa essere utile alla nostra discussione, almeno dal paragrafo "Quando?" in poi:

http://www.liberazioni.org/liberazioni/articoli/MauriziM-04a.htm

Passo ora alla risposta vera e propria.

Ho usato la metafora della palla e delle valli per esprimere il concetto di ecosistema come insieme organizzato di specie (le valli) animali e vegetali interagenti e interdipendenti. Ogni specie soddisfa il tuo requisito di sistema ad energia minima. L'uomo è una di tali specie. Questo discorso è nato implicitamente dall'esigenza di chiarire il concetto di autosufficienza che, con riferimento alle comunità umane, può essere riferito ai rapporti con le altre comunità della federazione (apro una parentesi perchè il discorso sull'autosufficienza va articolato a seconda dei beni che si prendono in considerazione. Qui parlo di autosufficienza di base: cibo, servizi fondamentali ecc.) ma non a quelli con le altre specie del proprio ecosistema. A questi rapporti interspecifici locali mi riferivo quando dicevo che i rapporti orizzontali fra sistemi di pari livello sono altrettanto importanti di quelli verticali. E lo sono perchè essi determinano il modello culturale che giustifica ogni aspetto della comunità: struttura sociale, attività produttive ecc. Pratiche di dominio (è a questo che mi interessa arrivare) nei confronti delle altre specie che formano la comunità biotica del proprio ecosistema sono inscindibili da pratiche di dominio interne alla specie. In questo senso credo sia illuminante il saggio di Marco Maurizi che ho citato all'inizio, a cui ti rimando.
Un'altra cosa importante: non ciascuna specie dell'ecosistema che ha rapporti con la comunità biotica esterna ma l'ecosistema nella sua totalità. Un ecosistema può essere descritto come un organismo di specie differenziate così come un organismo può simmetricamente essere descritto come un ecosistema di cellule differenziate. Secondo questa visione io riscriverei le ultime tre righe della tua tabella così:


Componenti: Livello sistemico:
... ...
ORGANISMI ECOSISTEMI
ECOSISTEMI BIOREGIONE
BIOREGIONI PLANETARIO


Includendo così anche i rapporti ecosistemici fra la nostra specie e le altre, fra le quali è inestricabilmente immersa e rispetto alle quali è interdipendente e mai autosufficiente.

Tu hai dato alla mia metafora un'interpretazione in cui le valli sono i diversi assetti e corrispondenti modelli culturali che possono essere adottati dalle varie comunità umane. Come ho scritto sopra non era questo che intendevo, tuttavia l'interpretazione rimane valida lo stesso. Se si restringe l'orizzonte alla sola specie umana e si prescinde da limiti spaziali le valli possono essere effettivamente le diverse strutture comunitarie di una stessa specie. Una diversità che io trovo non meno importante della biodiversità interspecifica.

A proposito della "regola aurea cristiana" cui giustamente dai tanta importanza, io non la legherei specificamente al pensiero cristiano perchè mi sembra che la si ritrovi in vari contesti. Ad esempio, la "compassione universale" del buddhismo è qualcosa di molto simile e il concetto di "società del bene comune" della decrescita se volessimo riassumerlo in una frase sarebbe proprio quel "fai agli altri ecc." che costituisce la "regola aurea". A parte queste precisazioni, direi che mi identifico totalmente in essa, così come condivido quanto scrivi in proposito. Per quanto riguarda la domanda che mi fai sulla sua capacità di creare una situazione di simmetria omeotelica, la risposta è sicuramente sì se ci riferiamo ai sistemi "comunità umane". Se estendiamo il discorso in orizzontale ai nostri rapporti con la vita non umana, la risposta può essere ancora si, a patto di intenderci sul significato della parola "altri". Molti anni fa le ACLI Anni Verdi organizzarono un convegno dal titolo "Ambiente e tradizione cristiana" cui partecipò fra gli altri Giorgio Nebbia con l'intervento "La natura come prossimo". Il suo discorso cominciava con questa splendida definizione di ecologia: è lo studio dei nostri rapporti con gli altri. Ecco in che senso la risposta può essere ancora sì.

Per quanto riguarda la questione dei "cerchi concentrici", premetto, per rispondere all'obiezione che mi fai tra parentesi, che sono partito come livello base dall'individuo perchè esso è il primo livello in cui entra in gioco quanto scrivevo nella stessa mail, ovvero che "l'aumento di complessità cessa di essere solo un fatto quantitativo e genera un salto qualitativo. È quel livello oltre il quale l'individuo assume una propria specifica identità, che gli dà coscienza di sè in quanto tale e che lo distingue da ogni altro proprio simile."
Passo ora all'obiezione principale: non volevo dire che i confini del gruppo scompaiono bensì che appunto non sono netti, "a gradino", ma hanno un andamento più morbido. Il caso dei raccoglitori è un esempio molto appropriato. Queste comunità preesistono alla nascita dell'antropocentrismo (vedi ancora il saggio di Marco Maurizi), hanno una forte identità di gruppo (il confine) ma allo stesso tempo hanno la percezione dell'appartenenza del gruppo umano a una comunità biotica più ampia (il proprio ecosistema) col quale sentono di dover mantenere gli stessi rapporti di cooperazione che li governano all'interno del gruppo. In queste comunità umane i rapporti col non umano erano quotidiani e costanti ed erano soprattutto su un piano paritario. Il raccoglitore preneolitico non si sentiva "al di sopra" di ciò che millenni dopo avrebbe chiamato "natura", ma se ne sentiva parte integrante, il che si esprimeva nelle varie religioni animistiche che avevano appunto il compito di definire regole di rispetto verso il non umano. Proprio questi confini sfumati fra umano e non umano hanno consentito ai popoli raccoglitori di mantenere la propria e l'altrui stabilità per un periodo di lunghezza oggi inconcepibile. All'opposto, quando, dal neolitico in poi, le pratiche di dominio hanno progressivamente prevalso, è stato proprio l'aver postulato dei gradini netti fra un cerchio e l'altro, che ha giustificato tali pratiche. I gradini più interni sono quelli del dominio dell'uomo sull'uomo (società gerarchica, xenofobia, sessismo ecc.), quelli più esterni sono i gradini del dominio dell'uomo sulla vita non umana.
Sia in positivo che in negativo, insomma, siamo di fronte a un identico meccanismo che guida sia i rapporti umano/umano che quelli umano/non umano. Cosa mi aspetto dunque da un gruppo sociale (e non gregario)? Mi aspetto che l'andamento della curva della cooperazione decresca molto lentamente andando dai cerchi interni a quelli esterni e che, varcati i confini del gruppo locale, ovvero i confini locali della specie, e inoltratasi nell'ambito dei rapporti con le comunità non umane dello stesso ecosistema, essa continui a decrescere molto lentamente, come una giusta visione ecologica (quella di Nebbia) richiede.

Sulla possibilità di realizzare una realistica simulazione informatica dei possibili modelli di comunità umane, in teoria direi: perchè non tentare? Il rischio che i modelli non funzionino è grande ma ancor più lo è il rischio che non funzioni una comunità creata senza avere a monte adeguate valutazioni. In teoria.
In pratica credo che una simulazione di questo genere richieda un lavoro di altissimo livello specialistico, non meno di quello che negli anni '70 furono i rapporti del MIT sui limiti dello sviluppo. Dunque esso presuppone una rete (non dico una comunità che è un'altra cosa) di persone almeno a livello nazionale (ma anche di più) che includa gli ambienti universitari e che sia fortemente motivata. Ne siamo lontanissimi, almeno in Italia. Così come siamo lontanissimi da quella organizzazione popolare internazionale che auspichi tu, caratterizzata da "un'intensa collaborazione tra i gruppi e tra gli individui all'interno dei gruppi". Pensa che in Italia esistono almeno tre organizzazioni che si identificano nei principi della decrescita (Movimento per la DF, Rete per la DF e Centro Nuovo Modello di Sviluppo), tutti reciprocamente impermeabili e perfino in concorrenza fra loro. Come non parlare di "assuefazione ai rapporti competitivi" se li troviamo perfino in chi parla di società del bene comune?
Rimane da capire come aggirare questo ostacolo ed avviare il processo che tu auspichi. Qui vorrei buttarmi su una proposta molto terra terra, ma che forse potrebbe non essere priva di efficacia: fare quello che anni fa avevo deciso di non fare più, ovvero partecipare a discussioni sui vari forum di internet, ritenendole soltanto un'inutile perdita di tempo. In fondo devo ammettere che se noi due siamo qui a discutere è solo perchè qualcun altro l'anno scorso ha fatto una scelta opposta alla mia e ha "perso" il suo tempo sulla mailing list della decrescita. Mal gliene incolse (ho letto alcune delle risposte che ha ricevuto) ma non tutto il male è venuto per nuocere. Forse può essere un primo gradino per mettere insieme un nucleo iniziale di persone valide con cui cominciare a lavorare. Un'altra cosa da fare potrebbe essere far sentire la nostra presenza all'interno del movimento per la decrescita. Sono proposte a bassissimo rendimento (tanto impegno di tempo e totale incertezza di risultati) ma se tu hai idee migliori, naturalmente, ben vengano.

Infine, mi avrebbe sicuramente interessato l'intervento di Story a Viterbo, ma in quei giorni purtroppo sarò in Brianza. Peccato.

Ciao,

Filippo.

(...)

Domenica, 1 Giugno 2008
Caro Filippo,
(...)
Comincio a risponderti proprio “toccando” l’argomento dello specismo, che è stato all’origine della vostra corrispondenza.

Nell’Antico Testamento la traduzione letterale dall’ebraico del termine “animale” viene resa “essere dotato di anima”. Va comunque notato che il termine ebraico “nefesh”, anima, non sottintende affatto a qualcosa di etereo e immortale separato dal corpo, ma alla stessa vita. Animale significa perciò essere dotato di vita o, più semplicemente, “essere vivente”. È curioso che sia gli animali sia l’uomo in Genesi vengono definiti entrambi esseri dotati di anima, quindi animali. Naturalmente in tutto il contesto biblico l’uomo è fortemente specista, dominatore per volontà divina su tutti gli altri esseri viventi, nonostante che la figura dell’uomo che vive dentro il Giardino di Eden sia un puro raccoglitore vegano.

In effetti, se lo specismo è esatto farlo risalire ai primi ordini gerarchici oppressivi che l’uomo si è dato, o ha dovuto darsi, allora è chiaro che era specista anche quando era ancora cacciatore-raccoglitore. Questo perché una rigida gerarchia è stata necessaria proprio quando i gruppi di raccoglitori cercavano di federarsi in entità più complesse, per meglio far fronte alla minaccia di popoli culturalmente diversi, innescata probabilmente dalla pressione demografica in una determinata regione. L’agricoltura e l’allevamento non sono state forme economiche “inventate” da qualche genio primitivo, perché tutti i raccoglitori conoscono qualche forma di agricoltura, ma non ne fanno uso per il semplice motivo che è meno dispendioso il prelievo diretto dal territorio, piuttosto che lavorare la terra per incentivare l’ambiente a produrre il necessario. Sono stati proprio i primi ruoli specializzati (persone adibite a tempo pieno a determinate mansioni), capi, sacerdoti, soldati, ossia una rigida struttura gerarchica, che hanno obbligato a incentivare agricoltura e allevamento, perché la semplice raccolta era insufficiente al mantenimento di persone che non erano più legate direttamente alla produzione di alimenti. Siamo stati cacciati dall’Eden non perché abbiamo “inventato” l’agricoltura, ma perché abbiamo “inventato” la gerarchia.

Qui caro Filippo si pone ancora la questione deterministica sulla nascita della storia umana. Indubbiamente è stato casuale che proprio in una determinata zona si innescasse questo processo (probabilmente in ambienti molto “generosi”, che potevano permettere ai gruppi dei territori relativamente piccoli per il loro sostentamento, ma che aumentava alquanto la densità di popolazione in quella regione), ma non può essere solo attribuibile al caso che questo sia effettivamente avvenuto. Come si spiegherebbe che lo stesso fenomeno (con la conseguente nascita delle “civiltà”) sia sorto, anche se non in contemporanea, praticamente in tutti i continenti del pianeta? Io me lo spiego col fatto che il percorso per un livello sistemico superiore al gruppo sociale dei raccoglitori è ineludibile. Solo i tempi, i modi e le occasioni sono casuali. È come la palla che rotola a valle perché indotta dalla forza di gravità (determinismo), la quale potrà fermarsi solo se avviene qualche accidente di percorso (casualità). Ovviamente quella specifica palla o altre innumerevoli palle non arriveranno mai a valle ma, poiché sappiamo per certo che tutte le palle rotolano a valle, prima o poi una palla ci arriverà, e soprattutto nella valle giusta. Se l’innesco alla civiltà è stata la nascita di una rigida gerarchia, poteva, da qualche parte in quell’antico contesto, non nascere un’organizzazione gerarchica?

Nonostante io creda che l’evoluzione abbia un indirizzo preciso (non uno scopo), contesto questo passo di Marco Maurizi, che mi pare sia molto più determinista di me: ”Più di 30000 anni fa, quando i primi homines sapientes presero a gironzolare per il pianeta, l'evoluzione umana conobbe una spinta in avanti senza precedenti. La dimensione culturale dell'uomo, cioè il prodotto del suo lavoro e della sua intelligenza, cominciò a svilupparsi a un tasso di crescita sconosciuto nel regno naturale prima dell'apparizione della nostra specie”. Innanzi tutto da 30000 anni a questa parte non c’è stata alcuna evoluzione umana, perché le potenzialità intellettive della nostra specie sono praticamente bloccate proprio da circa quell’epoca. Ciò che si è modificata è stata la densità di popolazione umana sul pianeta, che ha determinato alla fine ciò di cui ho parlato sopra, ma “la dimensione culturale dell’uomo” ha progredito molto molto lentamente fino alla cacciata dall’Eden: è solo da quel momento che esiste un tasso di crescita significativo “del prodotto del suo lavoro”. Comunque affermo (ancora una volta) che la civiltà è stata una forzatura sulla volontà dell’uomo e non una deliberata scelta: l’uomo ne avrebbe fatto volentieri a meno. Ecco perché gli ultimi raccoglitori difendono strenuamente il loro modo di vivere e non sono affatto ansiosi di diventare “civili”.

Poco fa ho sentito una notizia al telegiornale che mi ha fatto piacere e subito dopo è stato fatto un commento che mi ha fatto cadere le braccia. Nella foresta amazzonica, al confine tra Perù e Brasile, un aereo ha sorvolato e fotografato un gruppo di raccoglitori ancora sconosciuto, che li ritraeva proprio nell’atto di tirare frecce all’aereo, nell’estremo tentativo di allontanare quella potenziale minaccia. Ora il commento era grosso modo questo: “ Il nostro “senso civico” ci dice che dobbiamo lasciarli vivere in quell’ambiente ostile, con la loro cultura primitiva, oppure ci spinge ad andare a “salvarli” da quella scomoda situazione”? Non voglio fare commenti a questo commento….

Concordo che se esistono pratiche di dominio degli esseri umani verso la comunità biotica “altra” del proprio ecosistema questo riflette rapporti di dominanza sugli altri esseri umani. Per citare il gruppo di raccoglitori appena scoperto, è chiaro che i loro archi servono sia a cacciare gli animali sia a colpire elementi umani di altri gruppi. Può anche essere ribaltato il discorso, senza mutare di una virgola il risultato: il fatto di essere armati per difendersi da attacchi potenziali di altri gruppi inducono quel gruppo a cacciare gli animali del loro territorio. Forse la metafora di Genesi, dove l’ uomo viveva ancora da solo nel Giardino, significa che gli uomini sarebbero vegani se non sentissero la minaccia di altri uomini. Questo mi porta a fare una considerazione che è centrale in tutto il mio pensiero, vale a dire che la costituzione di un sistema di livello superiore è possibile solo se gli elementi semplici che si stanno aggregando hanno modificato la loro identità originaria (vedi a proposito il capitolo del mio scritto “Il paradosso della storia”). Se una federazione autosufficiente di gruppi sociali deve essere un ecosistema armonico, dove i rapporti tra esseri umani e tra questi ultimi e gli altri viventi deve avvenire su un piano paritario (e qui su una cosa mi hai convinto: gli abitanti umani di questa federazione potranno essere solo vegani), è fondamentale che gli individui dovranno prima modificare la loro cultura e il loro modo di porsi con tutti gli esseri viventi.

Il suggerimento per la modifica alla mia tabella (che per altro ha nomi convenzionali che possono essere benissimo cambiati) può essere valido a condizione che per ECOSISTEMI si intendano territori nei quali una federazione stabile di gruppi sociali umani abbia rapporti paritari con col resto della comunità biotica. Non vorrei che si perdesse di vista la necessità di ricostituire i gruppi sociali e la loro federazione organizzata, accontentandosi di denominare un ecosistema come una determinata quantità di umani in rapporto paritetico col resto della comunità biotica. Come ho già affermato precedentemente credo che i rapporti tra l’uomo e il resto dei viventi non potrà sostanzialmente mutare se non muta radicalmente il modo di vivere dell’uomo, e questo non credo possa avvenire senza l’istituzione di federazioni autosufficienti di gruppi sociali.

Per quanto riguarda l’applicazione della regola aurea intendevo proprio quello che hai specificato, che viene riassunto col titolo dell’intervento di Giorgio Nebbia: La natura come prossimo.
C’è però una cosa che non mi torna. Che tipo di rapporto paritetico posso avere ad esempio con la zanzara anofele che ogni anno uccide circa due milioni di persone? Nemmeno vale il discorso che sono stati gli uomini a invadere i suoi Habitat originali. Uno sciame di locuste percorre migliaia di chilometri per invadere e devastare gli habitat umani. So perfettamente che la maggior parte delle malattie sono la conseguenza del “rimescolamento” ambientale che ha operato l’uomo, ma ora, dopo l’incuria del sistema competitivo, l’ambiente terrestre deve essere ristrutturato. Non potrebbe nemmeno ritornare come quello delle origini (oltretutto in natura l’ambiente cambia di continuo già per conto proprio). Qualsiasi opera di ristrutturazione ambientale “scontenterà” una specie o l’altra di viventi, che si erano adattati comunque a questa situazione in mutamento. Anche una riforestazione pianificata (o non) comporterebbe sicuramente dei vantaggi per delle specie ma sarebbe letale per altre. A questo punto mi pare più logico pensare che l’ambiente del territorio di una federazione autosufficiente debba prima di tutto soddisfare le esigenze della popolazione umana. Ho sentito che anni fa, dalle mie parti, i “Verdi” hanno immesso delle vipere in zone dove era certo si fossero estinte. Non so quanto specista possa essere il mio ragionamento ma ti assicuro che vorrei passeggiare tra i boschi sapendo di non temere di essere morso da una vipera. Se è possibile vorrei approfondire con te l’argomento.

La possibilità di realizzare un programma informatico che simuli le future comunità umane autosufficienti per me è legata proprio alla realizzazione di una organizzazione popolare internazionale, che lo veda come suo esplicito interesse. Non penso proprio che istituzioni pubbliche o private abbiano qualche interesse in merito: se non è bene in vista il guadagno economico non si muovono. Sulla fattibilità di questa organizzazione internazionale non sono così pessimista. L’esempio che mi fai della divisione all’interno di chi si richiama ai valori della decrescita non mi stupisce affatto, perché, in tutti i casi, è inesistente l’applicazione della regola aurea. Come ti dissi in un’ altra mail non vedo attualmente ancora nessuna organizzazione umana che abbia reciso di netto il cordone ombelicale che la lega al sistema competitivo. Se esseri umani che si dichiarano solidali con le altrui sofferenze non riescono a collaborare tra loro, potranno mai amare la “natura come prossimo”? A me sembra che ogni organizzazione, che nasce per essere alternativa a questo sistema, nasca per mettersi contro qualcosa o qualcuno. L’organizzazione popolare che intendo io, incentrata sulla regola aurea (il resto viene da solo), dovrebbe nascere per costruire qualcosa e non per contrastare qualcosa d’altro, per questo tale organizzazione non potrebbe essere politica.

Penso così di aver risposto alla tua affermazione: “Rimane da capire come aggirare questo ostacolo ed avviare il processo che tu auspichi”. Purtroppo “per mettere insieme un nucleo iniziale di persone valide con cui cominciare a lavorare” siamo costretti a “perdere tempo”, sia in internet sia attraverso conoscenze dirette. Tu, essendo titolare di un sito internet, possiedi già uno strumento valido di diffusione culturale. Si potrebbe utilizzare il tuo sito come base, tagliando a metà il suo contenuto: senza rinunciare alla tua impronta personale metà del sito puoi continuare a gestirlo come meglio credi, l’altra metà lo gestisci avvalendoti della collaborazione di altri. Da parte mia posso informare altri che esiste un sito internet dove si parla di questi argomenti e dell’intenzione di organizzarsi in futuro in una specifica associazione. Resta inteso che le spese di gestione andranno divise tra i membri di questa nascente associazione, che inizialmente sarà solo formale, in seguito, se c’è un riscontro, può darsi uno statuto e ufficializzarsi. Altre soluzioni per non disperdere le nostre energie inutilmente non riesco a vederle. Se riusciamo in questa prima sequenza di lavoro sarà lo stesso movimento della decrescita a sentire la nostra presenza. Ovviamente dovrà essere un’azione programmata e concertata, perché non è sufficiente ad esempio che io abbia chiaro dentro di me un iter preciso, ma è necessario che questo sia approvato all’unanimità. Mi ripeto: atteniamoci alla regola aurea e tutto il resto verrà da solo.

Ciao e a risentirci.

Piero

Mercoledì, 11 Giugno 2008
Caro Piero,
premetto che condivido gran parte di quanto hai scritto. Quel che segue è dunque soprattutto un trarre spunto da alcuni dei punti del tuo discorso per estenderlo e approfondirlo ulteriormente.

Comincio dalla questione della presenza dello specismo in epoca preistorica. Vari autori concordano nel dividere il periodo preneolitico in due fasi che potremmo chiamare dei raccoglitori-cacciatori e dei cacciatori-raccoglitori. Nella prima l'attività prevalente è la raccolta mentre la caccia è praticata come attività secondaria (forse in alcuni casi non è praticata affatto) e soprattutto lo è secondo rigide regole limitative (il mito del "Signore degli Animali", cui chiedere il permesso di cacciare e vari altri analoghi rituali) che lasciano supporre vi fosse una concezione fondamentalmente negativa di questa attività. L'uomo vedeva negli (altri) animali membri paritari della sua stessa comunità biotica e non prendeva alla leggera la loro uccisione. Tuttavia il fatto che in particolari circostanze essa potesse essere tollerata apriva una porticina che fu progressivamente allargata fino a giungere, nella seconda fase, alle grandi cacce organizzate, che avevano la struttura di vere e proprie azioni di guerra. Qui le limitazioni e i rituali della fase precedente sono probabilmente già scomparsi e io credo che si possa identificare in questa fase quella cui accenni tu, in cui lo specismo era già nato.
Un altro punto su cui vorrei concentrarmi è la distinzione fra agricoltura e allevamento. Perchè non necessariamente entrambe richiedono l'inserimento dello specismo nel proprio modello culturale. L'agricoltura, se praticata in forme non intensive, può essere un coltivare "con" la natura anziché "sulla" natura (vedi, oggi, la permacoltura) mentre l'allevamento è sempre un atto di dominio e presuppone una visione gerarchica del vivente. Inoltre, mentre l'agricoltura non è necessariamente espansionista, l'allevamento, richiedendo ampi spazi, lo è. Abbiamo visto all'opera la contrapposizione fra civiltà agraria e pastorale in epoca protostorica quando la prima fu spazzata via dall'Europa dalle prime invasioni dei pastori indoeuropei, un processo iniziato se non ricordo male 7000 anni fa, proseguito con l'impero romano, poi con l'era delle cosiddette "scoperte" geografiche e conseguente colonialismo e giunto a compimento oggi con la globalizzazione (perchè quegli aggressivi pastori che dilagarono per l'Europa alla ricerca di sempre nuovi territori per le proprie mandrie, non siamo altri che noi).
Riassumiamo: particolari circostanze storiche indussero l'evoluzione dei gruppi umani verso una struttura sociale piramidale e parallelamente un ribaltamento del modello culturale, da egualitario e orizzontale a gerarchico e verticale. Allo stesso tempo la caccia organizzata prima e l'allevamento poi divennero attività primarie e accentuarono le tendenze espansioniste e aggressive. Per giustificare tutto ciò dovettero necessariamente nascere vari "ismi", uno per ciascuno dei cerchi concentrici di cui parlavo nella lettera a Marco, ma soprattutto lo specismo che fu probabilmente il più importante. Ogni volta infatti che si è voluto trovare giustificazione culturale per un'operazione di dominio nei confronti di altri gruppi umani si è cercato di descriverli come "vicini alla natura" o "vicini agli animali". L'esempio più gigantesco è probabilmente l'invasione del continente americano e il genocidio dei popoli nativi, giustificato culturalmente proprio in questo modo.

Detto ciò, trovo verosimile quanto scrivi sulle condizioni che determinarono l'innesco della storia umana, vorrei però soffermarmi su un punto: la gerarchia non la vedo come una causa prima bensì, a sua volta, come un effetto. Mi spiego: come forse ho già scritto in un messaggio precedente, una società umana è una sorta di tavolo su tre gambe: un insieme di attività materiali che consentono il sostentamento del gruppo, un'organizzazione sociale che consente quelle attività e un modello culturale che le giustifica e le fa apparire dunque accettabili a ciascun membro del gruppo. Nessuna di queste tre "gambe" è sovrastrutturale ma tutte e tre sono co-strutturali; ciascuna ha bisogno delle altre per sostenersi. Tuttavia ce n'è una, la prima, che preesiste alle altre e dà loro forma. Ecco perchè dico che la gerarchia, appartenendo all'organizzazione sociale, è conseguenza di qualcos'altro, ad esempio proprio di quelle necessità di difesa di cui parli tu, ma anche dell'aggressione espansionista propria delle culture pastorali. Questo concetto è implicito in quanto scrivi tu ma ci tenevo a esplicitarlo per ribadire quello che considero, come ti è certamente ormai chiaro, un punto fondamentale: che un ordinamento sociale egualitario è possibile solo nell'ambito di certe attività materiali e non in altre.

Per quanto riguarda la frase di Marco Maurizi da cui dissenti, mi sembra che abbiate usato la parola evoluzione in due sensi diversi. Marco parlava di evoluzione culturale, tu biologica. Marco non dice che si è sviluppato il potenziale intellettivo ma, a parità di esso, il suo prodotto, ovvero per dirla con la tua terminologia, la quantità di informazione che l'uomo ha elaborato in questi millenni. Forse il dissenso nasce solo da una diversa valutazione dei tempi. Quando situi ciò che hai chiamato "cacciata dall'Eden"?

Apro una brevissima parentesi su quella notizia televisiva e soprattutto sul commento del cronista: da un paio di decenni mi tengo lontanissimo dalla televisione e quanto mi hai raccontato mi conferma una volta di più la saggezza di questa scelta. Non aggiungo altro.

Concordo anche su quanto hai scritto nei due punti seguenti e preciso che i diversi termini che ho usato per l'ultima parte della tua tabella non toccano quanto tu hai scritto nel tuo testo, che per me rimane valido, se mai mirano a estenderlo "in orizzontale", tutto qui.

Nei rapporti fra le specie purtroppo la competizione ha un ruolo non trascurabile e dunque non possiamo fare a meno di attuare forme di difesa. Chiunque coltivi un orto (me compreso) lo sa. Ma il punto è che bisogna imparare a vedere tutto ciò come un male necessario e da minimizzare il più possibile, non come la normalità da praticare con indifferenza. Sui criteri che dovrebbero guidare la pianificazione di un ecosistema, non sono uno specialista ma credo che la linea guida dovrebbe essere: cercare di amplificare il più possibile i rapporti cooperativi fra le specie all'interno di un ecosistema e favorire la diversità degli ecosistemi. Questo secondo punto risponde, credo, alla tua ultima domanda: ci saranno (ci devono essere) degli ecosistemi in cui la presenza umana sarà accentuata, altri in cui sarà minoritaria, altri in cui sarà assente. Nei primi si attuerà il criterio che hai detto tu, negli altri si adotteranno criteri di intervento diversificati qualitativamente e quantitativamente. Credo che sia impossibile stabilire una regola unica; se mai un principio generale cui ogni altra regola dovrà conformarsi: la Terra non è dell'uomo, ma di una molteplicità di specie viventi, tutte necessarie l'una all'altra. Comprese le vipere (che sono poi meno pericolose di quanto comunemente non si creda), di fronte alle quali un raccoglitore del paleolitico credo non si sarebbe domandato: come faccio a eliminarle? Ma: come faccio a muovermi nel bosco senza incappare in una di loro? Ecco il know how che davvero ci serve ritrovare.

Quanto alla ristrutturazione di Gondrano, è già in atto e sarà effettivamente diviso in due parti, non la vedo però come una suddivisione fra personale e collettivo ma come una suddivisione per argomenti. La prima metà (Metafore), cui sto lavorando adesso, riguarda l'arte, la seconda (Oikos), che è poi quella che qui ci interessa, riguarderà proprio le tematiche di cui stiamo discutendo. Per entrambe mi piacerebbe avere la collaborazione di altri e dunque la tua proposta mi interessa. Ti anticipo che sarebbe mia intenzione impostare la zona Oikos non tanto sulle varie tematiche (decrescita, ecologia profonda, tecnologie sostenibili, antispecismo, nonviolenza ecc.) in quanto tali ma sulle relazioni fra esse, sulla reciproca necessità. Scrivevo proprio ieri a un membro del gruppo antispecista: "io credo che siano giusti interlocutori tutti coloro che siano non tanto dotati di una patente di compatibilità con l'antispecismo quanto consapevoli di essere in possesso solo di un pezzetto di verità e dunque disponibili al reciproco ascolto di coloro che possiedono gli altri pezzi. Spesso ciò che appare incompatibilità è solo reciproca incompletezza." Ecco, io credo che questa consapevolezza sia il principale chiamiamolo prerequisito che davvero serva a mettere insieme un gruppo di lavoro stabile e produttivo. Il tuo progetto avrebbe naturalmente un ruolo centrale nella struttura di questa parte del sito essendo esso quanto di più "solido" mi sia capitato di incontrare negli ultimi anni su queste tematiche.
(...)

Ciao,

Filippo.

Domenica, 29 Giugno 2008
Caro Filippo,
(...)
Quando mi riferisco a un gruppo di nomadi, che vivono di caccia e di raccolta e non fanno uso di tecnologia complessa, li definisco sempre raccoglitori- cacciatori, a sottintendere che la loro principale attività è la raccolta di vegetazione spontanea, mentre la caccia è un’attività sussidiaria. Ad esempio, i nativi americani delle grandi praterie, che vengono ricordati per la loro economia basata sulla caccia al bisonte, in realtà si nutrivano in maggior parte di vegetali. Questo discorso è valido anche per i Boscimani del Kalahari o gli Arunta del deserto australiano, pur vivendo in ambienti estremamente aridi.

Naturalmente è sempre l’ambiente a condizionare l’economia dei gruppi e dei popoli. Un Inuit che vive tra i ghiacci artici non potrà trarre dall’ambiente che alimenti quasi esclusivamente di origine animale (anche se nella breve estate artica, nelle coste libere dai ghiacci, riescono comunque a raccogliere vegetazione spontanea commestibile). Una predisposizione genetica permette a queste popolazioni artiche di sopravvivere senza assimilare vitamina C (e altre sostanze importanti per l’organismo) dai vegetali, perché riescono a produrle nel proprio organismo. Ora però voglio farti notare una cosa: gli Inuit (ovviamente prima della loro integrazione nella “civiltà”) non si sono mai fatti la guerra tra loro, unico caso, a mia conoscenza, tra i gruppi nomadi, pur essendo carnivori alla grande. Cade dunque il discorso che l’aggressività verso gli altri umani ha a che fare con l’alimentazione carnea? Non necessariamente, perché l’aggressività aumenta anche con l’aumentare della densità demografica (le grandi metropoli ne sono una prova), quindi gli Inuit non si sono mai fatti la guerra tra loro perché hanno vissuto in regioni con bassissima densità demografica. Viste le scarse risorse territoriali essi non vivevano nemmeno in un vero e proprio gruppo sociale ma in piccoli gruppi famigliari. Il loro grande senso dell’ospitalità derivava infatti dalla consapevolezza di appartenere a un gruppo “allargato” geograficamente e frazionato solo per ragioni logistiche.

Effettivamente c’è stato un passaggio dal raccoglitore-cacciatore al cacciatore-raccoglitore, che è avvenuto col formarsi di una gerarchia stabile, nel tentativo di istituire delle federazioni permanenti di gruppi di raccoglitori-cacciatori. Tuttavia, tutti i gruppi esistenti che ancora vivono di caccia e di raccolta, che ancora non sono in qualche modo toccati dalla pressione demografica, sono raccoglitori-cacciatori. Resta però da intenderci su cosa significa pressione demografica. Il modello demografico che propongo io, ossia un’intera federazione di gruppi sociali concentrata in un’unica grande abitazione altamente tecnologica, potrebbe far pensare, vista la grande densità demografica, a una pressione demografica asfissiante. In realtà non esiste competizione economica e ad ogni individuo è garantito un suo spazio fisico vitale. Possiamo perciò intendere come pressione demografica un alto concentramento di popolazione dove gli individui sono in competizione tra loro. La pressione demografica che, più volte in antichità, ha spinto determinati gruppi a coalizzarsi e dotarsi di una gerarchia intergruppo è stata causata dall’inevitabile competizione territoriale tra gruppi culturalmente diversi. Il maggior apporto calorico di una dieta maggiormente carnea si è reso necessario per mantenere le nascenti “caste” sacerdotali e militari, scevre da compiti legati alla produzione di alimenti. Si tratterebbe quindi di federare i gruppi (ovviamente bisogna prima formarli) senza necessità di una ferrea gerarchia, eliminando di fatto la competizione tra i gruppi e le federazioni: a queste condizioni credo che nell’alimentazione non sia necessario l’apporto calorico e proteico della carne.

Concordo sulla distinzione che fai tra agricoltura e allevamento, ma vorrei aggiungere una postilla. In realtà l’allevamento e l’addomesticamento degli animali esiste anche tra i raccoglitori-cacciatori, ma non certo per cibarsene. Ovviamente non sono ragioni economiche che spingono alcuni indios amazzonici ad adottare alcune scimmiette come membri della loro famiglia, e forse qualcuno potrebbe inorridire sapendo che esse vengono addirittura allattate dalle donne del gruppo. Varie specie animali vivono abitualmente tra i raccoglitori del pianeta, in un rapporto paritetico con gli esseri umani. È solo la visione distorta dalla nostra economia di rapina nei confronti della natura che fa vedere gli animali come potenziale fonte di reddito, anziché per quello che realmente sono: compagni di viaggio. L’Adamo del giardino dell’Eden (a proposito, “Adam” in ebraico significa genere umano, riferito all’umanità dei primordi) dava un nome a ciascun animale (a sottintendere un rapporto confidenziale), ma non viene menzionato affatto alcun utilizzo economico o egoistico da parte sua.

L’illustrazione del tavolo a tre gambe è azzeccata. In effetti qualsiasi società umana, antica o moderna, si fonda su queste tre costanti, anche se per la verità io non ne vedo una preesistente alle altre. Queste componenti sono state presenti lungo tutto il cammino evolutivo dell’uomo e sarebbe come chiederci se è nato prima l’uovo o la gallina. In ogni caso hai ragione: la gerarchia intergruppo (quindi l’organizzazione sociale) è l’effetto di una causa precedente, che non può però essere individuata in una delle altre due gambe del tavolo, ma in una causa esterna, vale a dire alla crescente pressione demografica. Concordo comunque che “un ordinamento sociale egualitario è possibile solo nell'ambito di certe attività materiali e non in altre”, perché è eliminando la competizione economica che “certe” attività materiali, deleterie all’ambiente e ai rapporti sociali di gruppo, possono scomparire.

La “cacciata dall’Eden” è avvenuta in seguito alla “disubbidienza”, ossia quando il nuovo modo di vivere, che alla lunga ha compromesso irreparabilmente l’ambiente del territorio, non corrispondeva più ai canoni che avevano permesso fino ad allora all’umanità di adattarsi alla natura senza stravolgerla. È stato un processo abbastanza repentino (accaduto più volte nella storia dell’ uomo) e il passaggio dalla raccolta/caccia alla caccia/raccolta ha coinvolto solo poche generazioni. Nessuno può datare con precisione questo cambiamento, ma di certo non c’è stata alcuna “evoluzione” culturale da 30000 anni (che corrisponde grosso modo al blocco della crescita numerica delle cellule nervose del cervello umano) fino ad almeno 10000 anni fa. Cerco di spiegartelo con la metafora del tavolo a tre gambe. Fino a quando la struttura cerebrale dell’uomo cresceva di dimensioni e complessità le tre costanti (attività di sussistenza, organizzazione sociale e modello culturale) si modificavano di continuo per adattarsi e complementarsi l’una all’altra, ma questo processo si è interrotto proprio con lo stop intellettivo di circa 30000 anni fa. Sappiamo che ogni attività materiale di sussistenza di ogni specie animale (uomo compreso) è direttamente legata alle sue caratteristiche fisiche e intellettuali, per cui, se queste caratteristiche rimangono invariate in un ambiente invariato, nemmeno l’organizzazione sociale e il modello culturale (il modello culturale è valido ovviamente solo per gli animali superiori, in misura crescente fino agli esseri umani) hanno necessità di modificarsi, in quanto già ottimali. È quindi fuorviante parlare di evoluzione culturale, almeno da 30000 fino a circa 10000 anni fa. Parlo di diecimila anni perché è da allora che esistono le prime prove concrete di una agricoltura metodica, avvisaglia del cambiamento dell’ organizzazione sociale e del modello culturale, almeno in alcune zone del pianeta. È solo da allora che le tre costanti hanno ripreso a modificarsi a ritmi crescenti, determinando quella che è stata la storia umana.

Io tendo a non dare estrema importanza all’allevamento nomade nelle sorti delle vicende umane. Una antica civiltà agraria, basata su degli insediamenti stabili, conteneva già il germe della dominanza dell’uomo sugli altri animali ed era, a mio avviso, ugualmente specista di popolazioni che seguivano (e sfruttavano) la migrazione di animali che inizialmente vivevano in condizioni naturali. Credo che se nella storia umana non fosse esistito l’addomesticamento e l’allevamento nomade di alcune specie animali, e la conseguente invasione delle culture agrarie, ora ci troveremmo nelle stesse condizioni. Il fatto che sia stato l’agricoltore Caino a uccidere il pastore Abele non significa solo che a scrivere la Bibbia sia stato un popolo originariamente allevatore, ma sta a indicare la resistenza armata e organizzata, quindi la non passività inerme, della civiltà contadina. Del resto il risultato delle invasioni “barbariche” non era la devastazione sistematica della civiltà contadina per far posto a nuovi pascoli, ma, al contrario, era l’autodistruzione in tempi brevi della stessa cultura “barbarica”, che veniva inevitabilmente fagocitata dalla cultura conquistata militarmente.

“Sui criteri che dovrebbero guidare la pianificazione di un ecosistema, non sono uno specialista ma credo che la linea guida dovrebbe essere: cercare di amplificare il più possibile i rapporti cooperativi fra le specie all'interno di un ecosistema e favorire la diversità degli ecosistemi ”. La formula che proponi certamente la condivido, però dobbiamo tenere conto che stiamo ormai parlando di ecosistemi “artificiali”. Tanto per citarti alcuni esempi, dalle mie parti i pescatori hanno immesso nei torrenti trote Iridee di lontana provenienza, che hanno progressivamente corroso spazio e vitalità alla specie locale di trota Fario. Oppure i cacciatori hanno immesso una specie di cinghiale est europeo, che ha presto estinto la specie locale meno prolifica. Oppure ancora i corsi d’acqua sono invasi da nutrie americane…. Questa manipolazione umana ha comportato squilibri nell’ecosistema e penso, purtroppo, che dovrebbero esserci altre manipolazioni, magari in senso contrario, per ritrovare un certo equilibrio. Qualsiasi criterio si userà per questa ristrutturazione ambientale sarà inevitabilmente “specista”, dovendosi basare su una scala di valori degli altri esseri viventi rispetto all’uomo. Ad esempio, sempre dalle mie parti, l’agricoltura intensiva e monoculturale del riso (tra l’altro competitivo nei confronti del riso orientale solo per una politica protezionistica) ha portato le risaie fino ai confini dei centri abitati, a danno di un habitat variegato originario, modificando perfino il clima locale, rendendolo più caldo e umido, favorendo non solo il proliferarsi delle fastidiose zanzare (che sono arrivate anche in zone collinari, prima assolutamente assenti), ma anche di molte specie animali a danno di altre. In un eventuale processo di ristrutturazione ambientale (quindi niente monocolture e niente uso di pesticidi e diserbanti, che hanno portato, sempre dalle mie parti, all’estinzione delle rondini, delle libellule, dei fiordalisi….) non è lecito pensare di poter sostituire le zanzare (alimento base di molte specie di uccelli, pesci e altri insetti) con insetti di pari funzioni ma molto meno fastidiosi (non solo nei confronti di noi umani ma anche di molti altri animali)? E la già citata vipera, non sarà possibile sostituirla con animali aventi la stessa funzione ma meno pericolosi? Un paio di mesi fa ho sentito la notizia dell’estinzione dell’ultimo esemplare di rinoceronte nero e nessuno, tra la gente che conosco, ha fatto il benché minimo commento a proposito, nemmeno i verdi più verdi. Cosa mai potrebbe cambiare per la stabilità di un ecosistema l’estinzione dell’ultimo esemplare di vipera? In ogni caso che ne sarebbe (ancora sempre dalle mie parti) della trota Iridea, del cinghiale dell’ est europeo o delle nutrie? Queste domande possiamo porcele perché possediamo, come specie, un bagaglio scientifico e tecnologico immensamente più grande del raccoglitore-cacciatore paleolitico. Ho la sensazione che salvare un qualsiasi ecosistema, così come ce lo può lasciare in eredità l’economia liberista, sarebbe come salvaguardare a tempo indefinito il tipo di vita degli animali in uno zoo, senza dimenticarci, soprattutto, che anche noi umani siamo animali “addomesticati” che vivono in uno zoo planetario.

Invidio la tua saggezza di tenerti lontano dal televisore. Io non sono un teledipendente, però confesso che mi capita spesso di guardare il palinsesto per verificare che ci sia qualcosa di meritevole di essere veduto.

Per quanto riguarda la ristrutturazione di Gondrano (...) Io vedo il tuo sito come potenziale polo di attrazione proprio per costruire un efficace gruppo di lavoro, senza riferimenti a qualcosa di “pubblico”, come un forum o una mailing list. Si tratta di far sapere a gente interessata che in questo sito vengono trattati determinati argomenti e dell’ intenzione di formare, in relazione a questi, un gruppo di lavoro. (...) L’importante, come dici tu, che tutti siano “consapevoli di essere in possesso solo di un pezzetto di verità e dunque disponibili al reciproco ascolto di coloro che possiedono gli altri pezzi”. Nessuno di noi dovrebbe pensare che le sue idee siano determinanti ai fini di un effettivo cambiamento, ma certamente utili per comporre il “puzzle” che è la chiave del cambiamento. Se avremo pazienza, serietà e determinazione qualcosa di buono verrà certamente fuori.

A risentirci,

Piero

Giovedì, 17 Luglio 2008
Caro Piero,
ripensando all'insieme di questa ormai approfondita conversazione mi sembra si possa dire che siano emerse fra me e te due visioni molto vicine e senz'altro compatibili e credo che sia il momento di arrivare a tirare un po’ le fila del nostro discorso.

Comincio prima col rispondere ad alcuni punti specifici della tua ultima mail.

Nel distinguere fra agricoltura e allevamento non mi riferivo tanto a ciò che storicamente è avvenuto ma a ciò che potenzialmente può avvenire. Possiamo immaginare un'agricoltura senza l'antropocentrismo ma non un allevamento senza di esso. Sul piano storico è tuttavia vero, almeno secondo alcuni autori, che l'antropocentrismo e la cultura della contrapposizione uomo-natura e del dominio hanno avuto origine con l'agricoltura anche se poi sono stati i popoli "pastorali" a perfezionarla.
Per allevamento intendo l'uso degli animali a scopo di reddito, o comunque di vantaggio unilaterale. Escludo da questo discorso ogni tipo di coesistenza uomo-animale (come quelle da te citate) che non implichi un rapporto di sfruttamento.
A questo proposito, credo che la zootecnia sia una disciplina che deve scomparire ma al suo posto non vedo il vuoto. La vedrei piuttosto sostituita da un'altra disciplina, oggi non casualmente inesistente, che potremmo ad esempio chiamare: tecnica dei rapporti simbiotici.
Credo che sia importante anche su un piano culturale perchè ci darebbe la percezione quotidiana dell'appartenenza a una biocenosi e dunque, come direbbero i buddisti o i nostri esperti di dinamica dei sistemi (interessante questa concordanza di due epoche storiche e di due continenti), dell'interdipendenza di tutte le cose.

Nel dire che le pratiche produttive preesistono alle altre due componenti ho usato un termine improprio; avrei dovuto dire che determinano le altre due. Non dunque un preesistere in senso storico ma semplicemetne causale. È verosimile infatti pensare che lo scenario del mutamento sia stato quello tracciato da te: una causa esterna ha imposto un mutamento di pratiche produttive le quali a loro volta hanno indotto un mutamento nella struttura sociale e nel modello culturale.

Per quanto riguarda il problema di cosa fare degli ecosistemi devastati che l'economia liberista ci sta lasciando in eredità, mi sembra che si possa riassumere così: dobbiamo procedere a un "restauro" o a una "ristrutturazione"?
Premetto quale è il mio punto di vista sull'atteggiamento da tenere nei confronti di ciò che con termine un pò troppo astratto chiamiamo "la natura". Riporto un passo di un mio testo di alcuni anni fa:

"(...) Riassumiamo dunque, e facciamolo partendo dalla formulazione di una domanda retorica in cui mi sono imbattuto qualche tempo fa durante una discussione su un newsgroup: E se non ho la "natura" come riferimento, da dove ricavo le mie leggi? E un concetto che ricorre costantemente, quasi ossessivamente, questo delle leggi naturali, dell'ordine naturale, di ci che giusto in quanto naturale e ingiusto in quanto contro natura. In tutti questi discorsi la visione della natura quella di una sorta di entit ultraterrena che ci sovrasta, una sorta di ordine eterno e rigido di fronte al quale null'altro possiamo fare che inchinarci (...).
Ma proviamo ora a porci la prima fra tutte le domande possibili: cos' la natura, e in particolare la natura vivente? E pensiamoci un attimo. La natura in fondo siamo semplicemente noi: la comunit delle comunit di tutti gli esseri viventi del pianeta. Il suo "ordine", come abbiamo visto dalle parole di Gould, dinamico, cio mutevole, e la sua continua mutazione non metaforizzabile con una linea ascendente bens con una sorta di moltitudine di ventagli di possibilit che continuamente, ad ogni passo, si aprono dinanzi a noi".

Queste molteplici possibilità sono la condizione che ci consente di esercitare una facoltà di cui alcuni organismi biologici hanno cominciato a essere dotati da un certo punto in poi dell'evoluzione: la facoltà di scegliere. La condizione di "essere senziente" in fondo non è altro che questo: possedere la capacità di scegliere.
Ho citato questo passo per chiarire la mia distanza, ad esempio, dall'ecologia profonda, che ha appunto quella visione trascendente di cui dicevo nel primo capoverso. Dunque nessun atteggiamento di passiva accettazione dell'esitente, presente o passato che sia, però attenzione: proprio perchè la natura siamo noi, tutti noi e non solo l'uomo, dobbiamo evitare di cadere nell'errore opposto: atteggiarci a demiurghi e tentare di agire "sulla" natura anzichè "nella" natura. Direi che ci sono due buone ragioni: la prima, culturale, è che si ricadrebbe nell'antropocentrismo, la seconda, pratica, è che le variabili che regolano l'equilibrio degli ecosistemi e fra gli ecosistemi sono tante che è impensabile "progettarne" uno senza commettere errori. Proverò ora a scendere un pò più nel concreto. Partiamo dalla constatazione che l'attuale stato di profonda alterazione della biosfera richiede degli interventi notevoli. Su questo è difficile obiettare. Si può pensare a un "restauro", ovvero riportare la biosfera allo stato precedente all'inizio dell'infestazione in grande stile da parte dell'uomo; ad esempio per le americhe questo potrebbe voler dire: allo stato preesistente all'invasione europea, ovvero all'immissione nelle grandi pianure di specie erbacee europee presto divenute dominanti, alla trasformazione di esse in sterminati pascoli per i bovini (importati anch'essi dall'Europa) e allo sterminio dei bisonti. Tuttavia, effettivamente, questa non è l'unica opzione. Ricordo di averti citato l'esperimento dell'isoletta di mangrovie che, dopo l'asportazione della fauna, veniva ripopolata spontaneamente da specie diverse ma che riproducevano la stessa struttura trofica delle precedenti. L'invariante in un ecosistema insomma sembra essere la struttura trofica, non l'insieme delle specie. E chissà se, un gradino di invarianza più a monte, non ci siano strutture trofiche alternative ma ugualmente valide.
Ciò che credo sia importante è il modello culturale che sta dietro questa azione. Credo che anche qui debba valere il principio della società del bene comune, visto nella sua forma più estesa; che si debba insomma tendere a una biocenosi del bene comune. Dunque, non credo che interventi di modifica dell'esistente siano necessariamente specisti perchè ancora una volta il perseguimento di un beneficio, affinchè esso sia veramente tale, può essere per il tutto, mai per la parte. Cito sempre a questo proposito Lanza Del Vasto per il quale ciò che percepiamo come "male" non è altro che il perseguimento di un bene per una parte sola.
Ricordo che un mio corrispondente degli ambienti antispecisti in un suo recente testo sosteneva l'opportunità, in una società antispecista, di portare alla progressiva scomparsa (incruenta) le specie introdotte o create artificialmente dall'uomo.
In generale, io credo che tutto ciò che va in direzione di una biocenosi più mite e cooperativa debba essere il benvenuto.

Credo, come ti dicevo in apertura, che siamo giunti al punto in cui si possa cominciare a lavorare concretamente alla "fase due", ovvero a tentare di formare, attorno a questi argomenti, un gruppo di lavoro.
E partiamo dalla fase 1 della fase 2, ovvero la ristrutturazione di Gondrano: (...)

http://www.gondrano.it/oikos/oikos.htm

Cominciamo dalla struttura generale: ho inserito le linee di pensiero che credo siano importanti per lo sviluppo degli argomenti che stiamo trattando.(...) Attribuisco centralità ai progetti per chiarire che lo scopo finale è realizzare, sia pur nel lungo periodo, non teorizzare. (...)
C'è poi da riflettere sui contenuti, naturalmente: è chiaro che questo primo insieme di articoli è insoddisfacente perchè troppo frammentario e mancante di equilibrio fra i vari argomenti. Si pone il problema di integrarlo e, soprattutto, rendere evidenti le connessioni, ma per ora mi fermo qui in attesa di un tuo parere sulla struttura generale.
A presto,

Filippo.

Sabato, 19 Luglio 2008
Caro Filippo,
effettivamente anche a me pare di capire che abbiamo vedute complessive tra loro compatibili, tanto che mi è difficile ribattere alle tue argomentazioni.

Voglio solo dire due parole sui possibili assetti ecologici del futuro nel nostro pianeta. Condivido il pensiero di Gould che la natura si regge su un equilibrio dinamico. La variabilità è un potente meccanismo evolutivo, e cercare a tutti i costi dei punti fissi di riferimento equivale a mettersi di traverso a un progredire “naturale” delle cose. Il sesso prima, con la conseguente variabilità genetica, poi l’intelligenza umana, che ha prodotto un’enorme variabilità culturale e, infine, la tecnologia, che ha dilatato l’informazione artificiale in misura esponenziale, non lasciano dubbi che la diversità in natura è sinonimo di potenziale evoluzione.

Vale bene il discorso che fai tu sull’agire “nella” natura e non “sulla” natura, senza regole umane “universali”. Ogni futura comunità autosufficiente dovrebbe agire autonomamente per il bene comune del suo ecosistema, secondo una “sua” variabilità ecologica specifica. L’operare per il bene comune (nel suo senso ecologico più ampio) porterebbe nel tempo a quell’equilibrio dinamico meno dispendioso di energia: non avrebbe più importanza se in questo ecosistema locale farebbero parte specie animali e vegetali di lontana provenienza e immesse artificialmente dall’uomo. È vero che la logica ci direbbe che per ripristinare un ambiente originario, come le grandi praterie nordamericane, sarebbe necessario l’eliminazione delle piante “straniere”, ma, altrettanto dovremmo pensare di eliminare dai nostri orti e dai nostri campi pomodori, patate, granoturco…. Insomma, cadremmo, come affermi tu, in quell’atteggiamento da “demiurghi” che mal si concilia con la libera scelta degli individui per il bene della propria comunità interspecifica. Concludo l’argomento con le tue stesse parole: “Ciò che credo sia importante è il modello culturale che sta dietro questa azione. Credo che anche qui debba valere il principio della società del bene comune, visto nella sua forma più estesa.”

Un’ultima cosa: il concetto di bene comune è applicabile materialmente solo in spazi d’azione ristretti. In una rete sociale complessa e mediata a più livelli istituzionali, come può essere una nazione, il bene comune è deciso dall’alto, dal “demiurgo” di turno, come potrebbe essere il ministro dell’ambiente o dell’economia o delle politiche agricole e via dicendo…. È inevitabile, dunque, che qualsiasi “restauro” all’ecosistema debba partire dal basso, in modo democratico, attraverso scelte collettive, e per fare ciò non vedo realisticamente altra soluzione che l’attuazione di una federazione di gruppi sociali, che si sforzi di trovare quell’equilibrio dinamico per il bene comune dei viventi nel proprio territorio.

La struttura generale di Gondrano, così come la prospetti, può andare benissimo. In quanto a rendere evidenti le connessioni, beh, è come il cervello di un bambino: le connessioni si formano attraverso le esperienze, e, per restare in tema di variabilità come incentivo all’evoluzione, temo che dovrai prendere mano alla disposizione del sito più di una volta. Non ho controproposte, ma un piccolo suggerimento. Gli approfondimenti di queste nostre lettere, e altri dialoghi che hai avuto con altre persone, contengono informazione che potrebbe avere un certo interesse per gente sensibile a queste argomentazioni. Pensi che sia possibile e utile renderle pubbliche o perlomeno estrapolare parte del loro contenuto? Fai spesso riferimento a scambi di opinione con altre persone, citando frasi contenute in quei dialoghi, come minimo stimoli la curiosità di conoscerne i passi integrali. Visto che di solito in questo tipo di corrispondenza si “spazia” in argomenti diversi, l’informazione contenuta potrebbe essere la “connessione” ai vari settori. Naturalmente valuta tu se il personale deve rimanere personale oppure potrebbe contribuire al dialogo con altre persone.

Ci sentiamo appena possibile.
Ciao

Piero

Venerdì, 25 Luglio 2008
Caro Piero, le considerazioni della tua ultima mail confermano la notevole compatibilità delle nostra posizioni. Non vi aggiungo nulla dunque. Piuttosto vorrei tornare su un argomento che mi ero per così dire "lasciato alle spalle", ovvero la struttura logistica fortemente concentrata che tu auspichi per un tipico insediamento umano. Non ti nascondo che questo aspetto mi ha destato all'inizio una forte perplessità, anche se in parte ingiustificata: quando pensiamo a una struttura quale è quella da te descritta la nostra mente, cercando appiglio nei modelli noti, va di corsa al condominio urbano da cui ogni mente sana, ovviamente, si ritrae. È una reazione in cui l'inconscio credo giochi un certo ruolo, ed è dunque in un primo tempo inevitabile, nonostante tu sia ben chiaro nel mettere in guardia da essa. Credo oggi che il modello reale più vicino a quello da te immaginato sia invece un altro: l'unità abitativa di Le Corbusier. Naturalmente sono consapevole delle differenze, ovvie del resto perchè essa era concepita per un contesto urbano in fondo non molto distante da quello contemporaneo e per un modello sociale identico a quello esistente (che Le Corbusier non ha mai messo in discussione), ma credo che nell'uno come nell'altro caso alla base dell'idea ci sia una razionale definizione degli spazi progettati a priori in funzione di un giusto equilibrio fra vita individuale e comunitaria, cosa che nel condominio ovviamente manca. Questo punto di riferimento mi rende già la tua idea di struttura abitativa più pensabile. Tuttavia c'è ancora una perplessità: tu immagini una struttura molto compatta, e lo fai sulla base di considerazioni di ottimizzazione dell'uso di materie prime ed energia, sicuramente ineccepibili. Ci sono però altre considerazioni che vanno in direzione opposta. Vorrei partire dai miei passati studi di estetica. Secondo Pareyson la forma di un manufatto (non importa se artistico o no) è sempre portatrice di un contenuto, nel senso che il modo di formare che ha condotto a essa è sempre conseguente a una certa visione del mondo e, in qualche modo, la "comunica" intorno a sè. Per esemplificare ciò che voglio dire ti riamando a questa pagina in cui analizzo la forma di due navi e la struttura logistica di un dipartimento universitario (Dalla riga: "È utile a questo punto fare una piccola digressione..." in poi):

http://www.gondrano.it/immag/lab/lezionicinema/lezioni1.htm

Ora, è chiaro che una forma, tanto più soddisfa i requisiti funzionali da te indicati, tanto più somiglia a quella della seconda nave: è una forma chiusa in sè, fatta di un "interno" e di un "esterno", di un "qui" e di un "altrove". Comunica insomma i concetti di separazione ed estraneità fra umano e non umano, fra tecnosfera ed ecosfera; ripropone un modello culturale in cui appare centrale l'antagonismo, o meglio: il dualismo e dunque il facilmente derivato antagonismo fra l'uno e l'altro. Da qui al ritorno dell'antropocentrismo il passo è breve.
Dunque io credo che si dovrebbe mediare fra le esigenze funzionali e quelle comunicative/culturali dell'edificio integrandolo nell'ambiente circostante, rendendo flessibile la differenziazione fra esterno e interno e, insomma, facendo dialogare il più possibile l'edificio con l'ecosistema circostante, anche a costo di sacrificare qualcosa in termini di efficienza energetica. Detto in altre parole, bisogna considerare fra le funzionalità primarie di cui tener conto in fase di progetto la capacità dell'edificio di generare o comunque catalizzare vita di relazione umano/umano e umano/non umano.

Per quanto riguarda Gondrano, la proposta di pubblicare questa corrispondenza l'avevo fatta anch'io qualche mail fa (forse fra le tante cose ti era sfuggita), dunque non posso che essere d'accordo. (...)

Ciao,

Filippo.

Lunedì, 28 Luglio 2008
Caro Filippo,
mi fa piacere che affrontiamo questo argomento, che più di una volta ha allontanato, purtroppo, persone ben intenzionate e aperte a un ideale di vita alternativa. Sì, effettivamente è un tema da affrontare (il più possibile) senza pregiudizi, anche se personalmente non ne faccio una condizione vincolante all’accettazione della vita comunitaria.

Tutto è partito da concetti di funzionalità e di risparmio energetico, ma questo non esclude che una forma architettonica con queste peculiarità non abbia una sua bellezza intrinseca e, soprattutto, non abbia canali di comunicazione con l’ambiente circostante. In natura ci sono parecchi esempi di questo tipo. Un grande termitaio, dal solo punto di vista estetico (forse dal nostro punto di vista estetico), è un pugno in un occhio all’ambiente circostante, così come può esserlo la casa dei castori in mezzo a un laghetto che loro stessi hanno prodotto. È evidente che la loro bellezza coincide con la loro funzionalità, col loro meraviglioso e istintivo progetto tecnologico. Nemmeno si può dire che queste strutture siano isolate dal contesto ambientale di cui fanno parte. Anzi, esiste una forma di comunicazione bilaterale: struttura architettonica e ambiente si modellano a vicenda, tanto da stimolare dinamismo e adattamento degli altri abitanti animali del territorio. Credo che questo genere di discorso possa valere anche per la struttura abitativa multifunzionale di una futura federazione di gruppi sociali umani.

Avrai notato che ti ho fatto solo esempi di animali sociali, tanto quanto è (o meglio potrebbe ritornare ad essere) l’essere umano: la cosa mi dà la possibilità di cercare di spiegarti il significato che io attribuisco all’arte e al gusto estetico. Ora, parlare di questo a uno come te che è del mestiere, mi sembra uguale a un ragazzino che tenta di spiegare ai suoi genitori come vengono al mondo i bambini, anche se sono certo mi ascolterai senza pregiudizi. Esiste una differenza tra l’arte veduta e vissuta dall’individuo da quella veduta e vissuta dal gruppo? Se non fosse mai nata la storia umana e avessimo sempre vissuto in gruppo, invece di comportarci come animali individualisti, avremmo un’altra concezione del gusto estetico? L’arte e il gusto estetico sono prerogativa della specie umana oppure possono essere estesi a tutti i viventi? Rispondendo a queste domande intendo fornire una logica alla struttura abitativa comunitaria, così come l’ho formulata.

Qualsiasi espressione artistica è comunicazione e qualsiasi forma di comunicazione è arte. È arte stringere la mano a una persona, esternare uno stato d’animo o dichiarare la propria disponibilità. Considero arte anche il canto di un uccello che segnala il suo territorio o il ruggito di un leone per lo stesso motivo. Cosa differenzia sostanzialmente l’esternazione del significato di una scultura di Giò Pomodoro dal rilascio di un feromone di una semplice formica? Credo sia unicamente la quantità di informazioni contenute in quei due diversi tipi di messaggio. L’arte ha dunque una funzione: fornire informazione e stimolare la reazione del destinatario. Io credo che la ricostituzione di un gruppo sociale e il suo mantenimento nel tempo, sia una grande opera d’arte, comprensiva di una grande quantità di informazioni necessarie alla sua esistenza. A maggior ragione una federazione autosufficiente di gruppi sociali sarebbe un “capolavoro” artistico ed estetico.

Sarà certamente diverso il tipo di comunicazione di un licaone da quello di un giaguaro. Il primo è un animale sociale e utilizza una fitta comunicazione “interna” che serve a rafforzare la coesione del gruppo, cosa che il giaguaro non può fare, se non in misura molto più modesta durante la fase del corteggiamento, ma entrambi gli animali comunicano all’”esterno” la loro presenza con segnali olfattivi, sonori e visivi. I diversissimi modi di fare e vivere l’arte risente del fatto che la competizione sempre più accanita ha continuato a distanziare tra loro gli individui, diversificando, di conseguenza, anche i modi di comunicare. Affinché la comunicazione inviata arrivi a buon fine è necessario che l’informazione sia recepita nel suo esatto significato, altrimenti si sarà sprecata inutilmente energia o addirittura si provocheranno danni. In sostanza il sistema di competizione ha favorito il proliferare dei più disparati modi di fare arte, il più delle volte incompresi, mentre la ricostituzione dei gruppi sociali creerebbe forme d’arte molto meno diversificate, che mirano inevitabilmente più alla funzionalità che al lato estetico. Va da sé che la struttura architettonica abitativa di una federazione di gruppi sociali sarà condizionata molto dalla sua funzionalità.

Dobbiamo tener presente che il gusto estetico è fortemente influenzato da fattori storici, culturali e sociali. Tutto quanto era prodotto dagli antichi raccoglitori, abitazione, strumenti di lavoro, armi, indumenti o oggettistica decorativa, era considerata sacra, perché ricavata da materiali provenienti da animali, piante e minerali, che tutti, indistintamente, possedevano uno “spirito”. Tutto quanto era reale era accompagnato parallelamente da un significato simbolico, determinato dal tipo di cultura del gruppo. Ogni tipo di manufatto aveva non solo una funzione materiale, ma doveva comunicare un messaggio tra gli individui del gruppo, tra il gruppo e gli abitanti non umani del territorio e tra il gruppo e le invisibili autorità superiori sovrumane. Era dunque considerato bello ciò che era più funzionale a questo scopo. Non era una gara individuale a chi disegnava, scolpiva, modellava, cantava, suonava, danzava meglio degli altri, perché per comunicare era necessario quel tipo di disegno o di danza o di immagine o di comportamento e non altri. Le modalità di fare arte sono praticamente rimaste invariate fino all’inizio del progressivo disfacimento del gruppo sociale. Oggi l’arte non ha più la funzione di comunicazione simbolica collettiva e non può più essere recepita come tale, così che il gusto estetico è ormai libero da vincoli funzionali.

Dobbiamo necessariamente fare uno sforzo di fantasia per immaginare una società dove il gusto estetico abbia ancora una funzione di comunicazione simbolica collettiva, tanto più che dobbiamo andare oltre il gruppo sociale come punto di riferimento. Come potrebbe avere, dunque, un collegamento estetico con l’ambiente del suo territorio la grande struttura abitativa multifunzionale? Innanzitutto, il fatto stesso che la popolazione di un determinato territorio sia concentrata in spazi ridottissimi, sta a significare che l’ecosistema è già stato liberato dall’invasività delle abitazioni umane diffuse su tutto il territorio. La maggiore superficie a disposizione darebbe indubbiamente “ampio respiro” all’ecosistema, perché non sarebbero più necessarie coltivazioni intensive e superproduttive, ma l’economia alimentare sarebbe più diluita nel territorio della federazione. Credo che gli animali e le piante, se potessero dire la loro, direbbero: “Ben venga nel nostro ecosistema questo tipo di abitazione degli esseri umani”. Ecco perché penso che più questa struttura abitativa è funzionale, più è esteticamente in armonia con l’ecosistema e, quindi, tecnosfera ed ecosfera sono tra loro conciliabili.

Probabilmente il concetto di arte e di gusto estetico, all’interno di questa costruzione multifunzionale, subirebbe una trasformazione radicale, perché è concepita per ospitare delle persone che possono liberamente chiamarsi “fratelli” e collaborano strettamente tra loro. Come già hai fatto notare tu, Le Corbusier e molti altri architetti che si sono pronunciati (ed espressi) a favore di unità abitative autosufficienti di una certa dimensione, prendono come scontato e non modificabile l’individualismo competitivo che caratterizza la nostra società. Del resto l’interno dell’edificio avrebbe una dinamicità spaziale che consentirebbe (attraverso pareti e infrastrutture mobili) l’adeguamento alle esigenze del gruppo, delle famiglie e degli individui, garantendo priorità ai rapporti sociali senza trascurare la privacy di ognuno, cosa che non sarebbe consentita a qualsiasi altra struttura architettonica che si basa sulla competizione.

Un’ultima cosa: l’efficienza energetica, che garantirebbe l’autosufficienza da questo verso alla federazione, consentirebbe l’annullamento totale del depauperamento ambientale causato dagli elettrodotti (immagina quanto di estetico può avere un traliccio, e relativi cavi dell’alta tensione, piazzato nel bel mezzo di un parco o di un campo coltivato, senza contare il relativo rischio e inquinamento elettromagnetico) o dalle arterie stradali (che servono per lo più ad alimentare il “consumo” e che sono vere ferite all’ecosistema) oppure dal sistema di raccolta e smaltimento dei rifiuti (che non solo spreca un’enorme energia e non incide in alcun modo sulla causa che ha prodotto i rifiuti, ma ha un grosso impatto ambientale). “Sacrificare qualcosa in termini di efficienza energetica” non servirebbe affatto a far “dialogare il più possibile l'edificio con l'ecosistema circostante” ma avrebbe effetti esattamente opposti. (...)

Piero

(...)

Piero Nigra
Filippo Schillaci

2008