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La reciprocità: un'alternativa al libero scambio



Come pensare un'alternativa al libero scambio? Emmanuel N'Dione, sociologo, responsabile dell'associazione ENDA GRAF Sahel a Dakar, fa qui una sintesi delle sue riflessioni alla luce dei suoi numerosi anni di lavoro sul terreno in Senegal. Questo testo è estratto dal numero speciale della rivista "L'écologiste" n°6.


Un gran numero di società africane vive ancora dentro il modello della reciprocità "Io ricevo, dunque esisto. Io dono, dunque io sono rispettato." In questa logica, il dono costituisce la relazione principale, e il prestigio di colui che dona è un elemento chiave; il fatto di donare, che in realtà significa ridistribuire il surplus che si è riusciti a creare, conferisce rispettabilità e prestigio. Quello che è decisivo, è il contesto sociale che legittima il dono e non ne fa mai un atto isolato: il dono crea o rinforza il legame sociale, richiama un contro dono mai definito, né nella sua natura, né nella sua scadenza. La logica dello scambio intende universalizzare un modello di sviluppo mirato alla soddisfazione dei bisogni individuali che ognuno può avere per assicurare il suo benessere personale. Lo scambio si realizza sul tono di "io ti dono quello che tu non hai, e in cambio, tu mi doni quello che io non ho proporzionalmente al valore del mio apporto." L'accento è messo sulla cosa e sul suo possesso, conformemente ad una logica d'accumulazione: "Più ho, più sono." Il valore di ciò che è scambiato è soggettivo e relativo, fissato dalla legge della rarità: vale solo quello che è raro. Tutto è suscettibile d'essere classificato su una scala di valore e sanzionato da un peso monetario. Ovunque si espanda, questa logica dello sviluppo tende a sostituirsi alle relazioni di reciprocità. I rapporti economici colpiti dall'impronta del libero scambio portano alla decomposizione del tessuto sociale ed alla disintegrazione dei rapporti di solidarietà. Là dove un'economia di sufficienza prevale, la logica del libero scambio ne parla definendola economia di sussistenza: essere, semplicemente, non è più sufficiente; per essere di più, bisogna avere di più, sempre di più, pena non essere che dei sussistenti.

Quattro orientamenti
Globalmente, la nostra strategia tende a facilitare lo sviluppo di un movimento che metta in sinergia le risorse umane capaci di mobilitarsi in vista della riappropriazione delle relazioni di qualità tra gli uomini e i loro territori in tutte le loro dimensioni naturali e spirituali.
Per promuovere la risorsa umana, per ricostruire il pertinente qui e ora, per ricreare il legame sociale portatore di senso collettivo, per ristabilire la reciprocità e il sapere popolare, noi abbiamo scelto di privilegiare quattro assi strategici che sostengono questi obbiettivi:
- utilizzo degli spazi di tensione;
- valorizzazione della creatività popolare;
- valorizzazione delle risorse culturali e del senso degli spazi simbolici;
- critica dei "bastioni" e promozione del sapere popolare.
Nostri alleati in questa strategia sono le vittime dell'attuale sistema dominante, in particolare coloro che sono stati esclusi dalle loro ricchezze simboliche, e, in ciascuno di loro, più particolarmente il ribelle, il creatore, il ricercatore e lo sperimentatore che sonnecchia dentro di loro. Assieme a questi "dominati", noi dovremo discernere le ricchezze, le risorse e i valori che sono ignorati o rifiutati dal sistema dominante. Nei territori rurali, tutto ciò ci conduce, per esempio, ad interessarci a ciò che altri hanno devalorizzato e a quello che la gente del villaggio guarda oramai senza speranza, come gli spazi abbandonati perchè insufficientemente produttivi, le specie in via di estinzione in seguito a sovra sfruttamento o al loro abbandono, le piante e le pratiche fito terapeutiche che sono loro associate, i riti religiosi legati alle attività agro pastorali.

Valorizzazione delle risorse culturali e del senso negli spazi simbolici
Le pratiche, che siano sociali o economiche, fanno parte della cultura allo stesso modo delle vicende, delle attitudini o dei comportamenti. Attualizzano i modi di "vivere il mondo" nel quotidiano. Costatiamo un po' ovunque una perdita di senso provocata dal ricorso sempre di più frequente a sistemi di sapere estranei agli attori popolari: non sono più veri o falsi perchè lì si è sperimentati o perchè i loro parenti li hanno vissuti o accettati come tali, ma perchè coincidono con un sapere legittimato da istanze lontane: la Scienza, la Religione, la Ragione. Fin quando gli attori sono deprivati della loro capacità di spiegare il perchè delle cose, diventano culturalmente dominati e pronti ad accettare la loro esclusione. In pratica, la perdita di senso proviene dalla disappropriazione, tanto a livello della gestione delle risorse che della trasmissione culturale. E' quello che succede, per esempio, quando la gestione degli alberi è confinata ad una amministrazione che ridefinisce le regole e, attraverso esse, impone la definizione di quello che è un albero o una foresta. Succede lo stesso per i progetti che sostengono le donne in materia di risparmio e di credito. Questi progetti mettono spesso l'accento sulla gestione del denaro e sulla dimensione del profitto individuale quando invece, dal punto di vista delle donne, quello che importa è la redistribuzione e le nuove relazioni che permettono l'accesso al credito. Per ricreare il senso di quello che si vive realmente, bisognerebbe piuttosto parlare di economia relazionale, quando invece i "progetti" si focalizzano spesso, e a volte esclusivamente, sull'economia monetaria o sulle tecniche contabili. I nostri principali obbiettivi nel'ambito della rivalorizzazione del senso e delle culture locali sono le seguenti:
- identificare le pratiche ed i comportamenti portatori di senso;
- nello stesso tempo aiutare i "dominati" a trovare o a riscoprire a loro uso il senso di quello che vivono;
- far cessare uno stato di parità, nel "métissage" delle culture e delle tecniche, fra quello che arricchisce e quello che limita o distrugge;
- smascherare le deviazioni di senso della pubblicità, la stampa, la scuola ...
Questa riscoperta si farà efficacemente attraverso l'analisi e la disamina della cultura dominante imbevuta dal mito dello sviluppo, in confronto con le situazioni e le realtà sensibili, qui e ora.

Messa in accusa dei "bastioni" e valorizzazione della sapienza popolare
Noi definiamo "bastioni" tutte quelle istituzioni che producono ed impongono a tutti la "buona" maniera di comprendere il mondo e il suo funzionamento e che, facendo questo, di fatto legittimano tutte quelle pratiche che portano all'esclusione della maggior parte delle persone. La Scuola e l'Università, la Pubblica Amministrazione, la Banca, sono qualcuno di questi "bastioni". Il sistema scolastico ed universitario legittima la Scienza e la Ragione scientifica come ultima spiegazione e giustificazione di tutto. Più che mai, la scuola, occasione di promozione e di proiezione verso l'esterno per una minoranza, è marginalizzante per la grande maggioranza: crea lo sradicamento culturale e nello stesso tempo fabbrica quelli che vengono chiamati senza pudore gli "scarti" (nessun diploma significa meno possibilità d'impiego e di responsabilità nell'Establishment).
La Banca è l'istanza che rende operativa la logica di mercato ed il potere assoluto del denaro come criterio di valutazione dell'utile e dell'inutile, di quello che ha valore e di quello che non ne ha. Nello stesso tempo, assieme al sistema bancario, stiamo osservando la mercantilizzazione dell'economia.
L'Amministrazione, e dietro di lei lo Stato che lei serve, legittima la concezione centralizzante della gestione del collettivo, e rende "naturale" l'idea dell'appropriazione del diritto e dei mezzi di sussistenza.
L'autonomia individuale diviene un riferimento permanente che giustifica e rende legittimi questi tre bastioni. Il nostro obiettivo, a questo livello, è di svelare il monopolio del sapere dei bastioni e, nello stesso tempo, svelare e riappropriarsi dei valori e dei punti di vista locali. Non neghiamo l'interesse insito in questi sistemi di sapere, ma noi non li riconosciamo come riferimenti universali e definitivi. Promuovere il sapere popolare, a degli esperti scelti direttamente dalla base, ci sembra un cammino utile per giungervi, anche se puo' apparire come quello più lontano.

Decentralizzazione delle nostre pratiche
La scelta di questi assi strategici ci ha portato logicamente a rivedere le nostre pratiche, a "decentrarci". Questa decentralizzazione ha preso molte forme e ci ha portato a cambiare le nostre priorità.
Le attività intese come finalità sono meno importanti rispetto a quelle che permettono agli attori di imparare. Riuscire nello scavo di un pozzo, un rimboschimento, un'operazione di bonifica o una cassa di risparmio sono altrettante azioni che possono facilitare la vita, ma la loro riuscita non sarà reale e di duratura coerenza se, in occasione di queste azioni, gli attori popolari non abbiano vissuto un'esperienza emancipatrice.
E' la conduzione del processo che va dalla domanda alla sua risposta, vale a dire, alla scoperta progressiva di una soluzione, dopo la sua identificazione e la scelta che s'impone fino alla sua sperimentazione che è decisiva e liberatrice. Il cammino è importante almeno quanto il risultato.

Cambiamenti portatori di senso inclusivo
Cambiamento non significa forzatamente rottura. Al contrario, può essere la riscoperta di valori o di pratiche messe in pericolo dalla modernizzazione e dall'ideologia dello sviluppo. Può anche essere innovazione nel senso che non è riproduzione meccanica dell'eredità del passato. Quale che sia la sua forma o la sua natura, l'essenziale è che s'inscriva in una dinamica nata e condotta dagli stessi attori locali. Il cambiamento non è dunque solamente fisico o materiale, nel cui caso corre il rischio di non essere che un "avatar" del "progresso mercantilizzatore". Il vero cambiamento, secondo noi, proviene dall'interno delle società e si contraddistingue da un avanzamento verso una più grande integrazione di tutte le dimensioni della vita: è creatore di sinergie e di senso inclusivo. Il mondo non è solamente un universo di problemi e d'emergenze. Ci sono delle difficoltà enormi, non le si può negare, e i bisogni sono infiniti. Pertanto, questi bisogni e questi problemi non devono mascherare i reali centri d'interesse che solo i poveri possono prioritariamente identificare e legittimare. Non devono occultare la ricerca di coesione e di coerenza che sono una preoccupazione permanente di numerosi gruppi umani impoveriti dal sistema dominante. Così, non è così irragionevole, come appare a prima vista, svuotare i granai per festeggiare dei funerali durante il periodo di coesione, come certi lo deplorano a proposito dei contadini che lo sostengono. "Il ventre pieno non riempie il cuore né l'anima, per contro, l'anima e il cuore in pace possono attendere il grano nella serenità.", ci spiegano dei contadini Mossi in Burkina Faso. Questo genere d'esperienze ci ha portato a prendere una certa distanza in rapporto a nozioni quali quelle di "bisogni" o "problemi". L'ideologia dello sviluppo è interamente costruita sull'idea che bisogna a tutti i costi soddisfare i bisogni; a tal punto che si potrà definire lo sviluppo come un'impresa tesa alla soddisfazione progressiva di bisogni sempre di meno "sostanziali". In quest'ottica, i più sviluppati sono coloro che hanno soddisfatto i loro bisogni primari bere, mangiare, guarire, ecc. e che cercano nel presente di soddisfare i nuovi bisogni attraverso il consumo di prodotti di minore necessità. In realtà, la soddisfazione d'un bisogno fa nascere l'insoddisfazione per dieci o cento altri nuovi bisogni, e così di seguito all'infinito. Partire dai bisogni ci sembra condurre ad un'impasse. I bisogni sono alienanti nel senso che spingono l'individuo a guardare sempre di più lontano e fuori da sé stesso, lontano e fuori della sua comunità di riferimento. Il solo bisogno veramente essenziale, secondo noi, è il senso e l'armonia di quello che si vive, là dove lo si vive, con coloro con cui lo si vive. Un'armonia e un senso che non è in vendita. "Io non ho niente, non ho dunque dei bisogni.", dice un proverbio marocchino.
Aderire a ciò che è prossimo non implica che si escluda quello che lo è meno, a condizione che non si finisca col pagarlo a prezzo di distruzioni irreparabili e di sradicamento. Il bisogno dell'altro, d'altronde, fa parte della vita; fonda anche le migrazioni temporanee o durature che bisognerebbe un giorno meglio comprendere nella loro complessità.
Dopo tutto, piuttosto che basarci sull'ideologia controversa dello sviluppo, noi preferiamo partire dalle situazioni come base di lavoro. Sia che noi provochiamo queste situazioni, per esempio nell'ambito dei nostri interventi, sia che queste situazioni esistano indipendentemente da noi e che noi le utilizziamo. L'una e l'altra attitudine, se escludono l'alternativa, pongono una domanda. Ogni situazione costituisce un punto di partenza per la riflessione, la nostra, ma anche e sopratutto quella di coloro con cui interagiamo in città o nelle campagne. Ogni situazione è utilizzabile come un'occasione di ricerca suscettibile di sboccare in un'azione o in un'acquisizione di conoscenze che possono, allo stesso modo, portare alla rimessa in causa di tutte quelle certezze che davamo oramai come acquisite. Perché esse costituiscono la vita di tutti i giorni, tutte situazioni che offrono occasioni per stimolare la riflessione di base.

Valorizzazione del locale in prospettiva con il globale
Il qui e ora non deve fare perdere di vista la relazione col mondo esterno. Noi viviamo ormai nel "villaggio globale", nulla di quello che succede nel "centro" o nelle altre periferie può lasciarci indifferenti. Al contrario, i complici sono da ricercare tanto a livello locale che planetario. Senza volere pertanto intonare il refrain "Esclusi del mondo intero, unitevi!", la conoscenza e una buona comprensione di quello che succede in scala nazionale o planetaria possono aiutare a meglio discernere le priorità locali. Locale non significa isolazionismo. Il cambiamento auspicato negli ambienti popolari dove noi interveniamo dipende direttamente dal cambiamento effettuato in noi, al nostro livello. E' perchè noi cambiamo come anche gli altri cambiano. Il cambiamento non è dunque un fenomeno unilaterale. E' per questa ragione che noi mettiamo ormai molto l'accento sulla nostra specifica dinamica interna, sulle nostre proprie capacità. Nello stesso tempo mentre cerchiamo di valorizzare le capacità degli attori popolari con cui lavoriamo, cerchiamo di migliorare le nostre. Questo ci porta sempre di più ad utilizzare gli stessi strumenti di coloro che scopriamo nella base, al contatto con i gruppi o gli attori con cui noi interagiamo. Come strumenti di scoperta suscettibili di attraversare la realtà degli altri, dobbiamo vigilare e prendere della distanza in rapporto a noi stessi.

Emmanuel N'Dione

Su Gondrano dal 1 giugno 2006