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Bioregionalismo e economia sostenibile

Panorama di Calcata

Incontro - Convegno: Calcata 9.10.11 Maggio 2003

Martedì, 20 Marzo 2003

A maggio di quest'anno, dal 9 all'11, si terrà a Calcata, a cura del Circolo Vegetariano, l'incontro nazionale della Rete Bioregionale Italiana contemporaneamente ad un convegno di esperti in economia, ambientalismo e cultura locale. Scopo di questa manifestazione è trovare ed indicare vie possibili per il raggiungimento di un elevato livello di civiltà in chiave ecologica.

A introduzione di questo discorso si è andata redigendo una 'brochure' di interventi propositivi redatti da membri della R.B.I e da altri gruppi e dal Circolo medesimo. Quello che segue è il testo integrale di essa.



Brochure del convegno edita a cura del Circolo vegetariano VV.TT.


LETTERE E COMMENTI

A tutti gli amici, provenienti da luoghi diversi d'Italia siamo stati in tanti a partecipare a questo lavoro per tentare di rispondere, dando voce alle nostre esperienze, a una domanda che potremmo riassumere con queste parole: difendere la Terra, come? Il nostro scopo è stato raggiunto: abbiamo raccontato e messo in luce la varietà colorata dei paesaggi, delle forme di vita e dei sentimenti, ma soprattutto ci siamo ricordati che abbiamo in comune la consapevolezza che la nostra crescita dipende dalla terra che ci nutre. Ogni storia sembra connettersi alle altre per la forza che la pervade e per la volontà di rispettare e di difendere tutto ciò che è ancora vivo. Le descrizioni concordano sull'importanza di mantenere o salvare territori che hanno perso col tempo la loro identità perché, nessuno li cura più. Molti fra noi sono dei ri-abitatori che hanno cambiato stile di vita per ritornare ai ritmi naturali del lavoro della terra. Per loro è stato fondamentale descrivere un percorso lungo e laborioso che li ha portati, dopo anni e tante fatiche, a raccogliere i frutti, a far prosperare gli orti e pascolare gli animali che animano i prati. Ora, molte stagioni sono passate, le famiglie sono cresciute e alla sera tutti si sentono soddisfatti conversando intorno alla tavola. E' ritornato il linguaggio della selvaticità, il richiamo profondo delle radici che ci collegano attraverso i mondi sotterranei e cosmici. Siamo nel bel mezzo, con i piedi per terra, visibili e invisibili, immobili e mobili, nella rete senza inizio e senza fine, immersi in una danza rivolta alla Terra. Difenderla è il grido di tutti noi viventi, piante, rocce e animali. I paesaggi del nord, del centro e del sud sono fatti di montagne che ti guardano con l'occhio amorevole della madre, di frutteti che sembrano divertirsi giorni e notti, di cieli silenziosi e profondi, di animali che guizzano tra le erbe, e dei nostri passi lenti per andare al lavoro. Sprizza gioia da tutte le parti, una leggera ebbrezza dovuta ai profumi dei fiori, della terra, delle erbe, dei dolci e del pane. La poesia si è fatta arma per difendere la Terra. Quelli che vivono nelle città hanno dimostrato quanto lo spazio del selvatico non abbia confini, esso si diffonde ovunque si crei uno spiraglio di vita, attecchisce e cresce in forme e luoghi impensabili, e chi li sa riconoscere si trova a parlare lo stesso linguaggio di chi vive lontano, sulle colline. Pertanto non ci sono segni di rottura tra un pensiero venuto dalla terra lavorata e un pensiero venuto dalla città. Al contrario, la molteplicità dei luoghi ha creato, come per magia, la diversità e l'unicità nella partecipazione.Ogni luogo, ogni esperienza si rivela sacra, il centro di un mondo caratterizzato da una fisionomia e una cultura propria, con i suoi significati, e nel contempo questo luogo è in comunicazione con un altro luogo, un altro centro caratterizzato da innumerevoli altre risorse.
Riconoscendo l'esistenza delle diverse realtà delle nostre quotidianità, ne abbiamo colto la ricchezza e l'unicità, e conservato la nostra memoria quale eredità culturale. Abbiamo colto l'anima del luogo dove abitiamo, mente e corpo si sono fusi in un atto profondo d' amore e di gratitudine verso questa terra che ci ha donato la vita, la quale racchiude le leggi cosmiche.Difenderla implica tutto questo, nella piena consapevolezza che esiste un'altra realtà molto insidiosa, quella della perdita delle identità, della distruzione delle culture con i loro paesaggi uniformi, prossimi ai deserti. E' proprio per cercare di trasformare questa visione dominante che ogni racconto assume il ruolo di "attrattore strano" dando un contributo ad un pensiero dinamico, creativo e costruttivo. Non si tratta di propagandare vaghi miti di ritorno ai tempi passati, bensì di riflettere sulle nostre condizioni di vita odierna, sulle loro radici, e di agire nel modo più aperto possibile comunicando fra noi, tutti i viventi, in collaborazione, con umiltà e rispetto riscoprendo quei valori, sì antichi, essenziali alla comprensione della complessità e delle difficoltà del nostro mondo. Un vero impegno, un "programma politico" che servirà a stabilire un patto di alleanza gioiosa con la Terra.

Storie Bioregionali - Presentazione di Jacqueline Fassero


"Wilderness fantasma" si riferisce all'ampio potenziale che flora e fauna hanno di ricolonizzare il paesaggio nel momento in cui la supremazia dell'uomo cessa. Tutta questa flora e fauna sta, per così dire, in attesa dietro le quinte e sono tanti i semi e geni che il mondo naturale ha già sviluppato e adattato per ogni specifico paesaggio. Alcune specie di piante ed animali sono andate perdute, è vero, ma ne rimangono migliaia per ricostruire un dato bioma. Diventare consapevole del selvatico? Dentro e fuori? Apprezziamo quello che la mente corpo fa per noi, in modo naturale, senza particolari istruzioni. Come respirare.
In una poesia dedicata a Washington D.C. scrissi: "il mondo fa ciò che vuole", intendendo il mondo naturale. Gli esseri umani vogliono vivere una vita espressiva, profonda, gioiosa, spirituale. Il bioregionalismo è l'arte di vivere ad un livello più ampio di quello personale. Alcuni ne saranno inevitabilmente attratti. Sarà d'aiuto.

Gary Snyder - Lato Selvatico


Da qualche giorno la mia noiosa solitudine da singola è stata interrotta da graziose e profonde brevi poesie, in cui l'anima di un abitante dell'Alto Lazio ha reso tranquilla la sua autrice che scrivendo ha potuto dipingere il suo bel passato, presente, futuro ricordando appunto lontani e recenti attimi delle sue esperienze di vita. Così, da quando ho ricevuto questo libricino di poesie lo lascio volontariamente fuori posto che, nel corso delle mie attività quotidiane di casalinga, possa interrompermi un attimo, lo apro e mi immergo nelle parole sensibilmente avvicinate, anche se debbo finire di spazzare mezzo appartamento. E le poesie rilette così telegraficamente, qualcuna in cui affiorano i luoghi ove l'autrice vive, mi hanno ricordato, risentendola fievolmente, l'atmosfera e l'armonia di quei luoghi. Certo fievolmente perché laggiù vi andai più volte quando ragazzina spontaneamente assorbivo le sfumature più invisibili di quei paesi dai nomi un po' buffi, come Calcata o Poggio Bustone. Quando cantavo, più di vent'anni fa in cui stonavo poco, in un coro gregoriano il cui direttore francescano era nato proprio a Poggio Bustone. Succedeva così che varie volte, in occasione di qualche festività o santo, arrivavamo noi ragazzine a cantare in latino. Grazie a queste esperienze potevamo gustare l'ospitalità e l'atmosfera, non solo quella religiosa in cui eravamo immersi, anche quella degli abitanti. Ancora oggi mi succede, dopo tanti anni, che posso gustare questa atmosfera dell'Alto Lazio quando parlo o scrivo a Paolo D'Arpini oppure a Stefano Panzarasa. Son passati oltre vent'anni dalle mie frequentazioni con Calcata e Poggio Bustone e non ricordo più architetture o bellezze naturali di particolare spessore, però ricordo (possiedo) la profonda sensazione di aver visitato un luogo simile alla mia Umbria. Dove è ancora tangibile l'equilibrio armonico fra il corpo degli abitanti e l'anima che si esprime attraverso il rispetto e l'accoglienza, verso tutto e tutti, e verso lo spirito che tutto ha generato, per potersi al meglio rispecchiare. Risentendo, riprovando, quelle belle esperienze mi sorge il timore di non poter lasciare in eredità ai miei figli una ricchezza così completa, giacché ogni giorno veniamo informati di ciò che stiamo cancellando con una Prestige o con il comodo egoismo noncurante.

Aurora Bussi


Caro Paolo, grazie alle tue intense parole ecco ciò che il mio pennino bioregionale è riuscito ad esprimere sulle mie rare esperienze nell'Alto Lazio. Spero che ciò possa soddisfare il piacere di un approfondimento (della conoscenza) del luogo - vivendoci. Sono veramente entusiasta di come il mio impietoso -per vuotezza- lunghissimo tempo si è arricchito dell'interesse bioregionale. Auguro altrettanto ad ognuno di noi continuando a percorrere questo non incatramato sentiero.

A.B.


Se il mondo dovesse andare alla guerra dell'acqua -come titola Minerva- noi potremmo non essere fra gli aggressori giacché fortunatamente la regione Lazio (ed in particolare la Tuscia) è ricca di acque. Ma quante saranno ancora potabili nei prossimi anni? Noi sappiamo che nel giro breve l'inquinamento atmosferico potrebbe causare l'avvelenamento delle acque di superficie lasciando intatte solo le polle sotterranee. La riserva naturale rappresentata dalle polle d'acqua sotterranea rappresenta un bene inestimabile per noi tutti e per le future generazioni, vorrei quindi suggerire che l'acqua non è solo merce di vendita ma un elemento vitale insostituibile per la sopravvivenza. Allorché le trivelle scavano a centinaia di metri (sia pur con regolari concessioni minerarie regionali) si pone il grave rischio di contaminazione delle falde acquifere sottostanti.
I serbatoi geologici -sino ad oggi incontaminati- potrebbero venire infatti inquinati da infiltrazioni di acqua superficiale che percola nelle falde interessate alla captazione. L'O.N.U. sta cercando da tempo una soluzione equa e pacifica per l'acqua della terra (con scarsi risultati) pensiamo intanto all'acqua potabile del Lazio -del 2000 ed oltre- limitando al massimo lo sfruttamento industriale dell'acqua.

Come cambiare. Il secolo par stanco e pieno d'acciacchi, come allo stremo, vuoto e denutrito, ma viene il millennio nuovo, supponente, farà rivivere ogni poter a chi è smarrito. Non sai perché ti tocca di cambiare, di gioire per quel che ti dicon domani potrai avere, da questo secolo potente, in cui tutti potran godere come sultani. La terra crea ancora queste illusioni di cui lo struzzo sogna e fa gran festa, la storia del passato è una Cassandra e come il re anche noi perdiam la testa. Urge cambiare ma come non si sa, ma certo, tornando sì troverem la pace fra quei monti, nella casa abbandonata, prova a dirlo, per veder s'altri piace. Ma da poeta ti dico ch'è cosa vieta quella che abbiamo usato a piene mani, la ricchezza da goder, anche chi viene, di certo non può durar anche domani. Ahimé, non so più che cosa dire, sol che vorrei avere la forza di volare, di tener quella cima con la neve e di là spiccar per far quel che mi pare.

Senza un programma porre i semi al suolo e aspettar che nasca qualche frutto e d'esso viver, poi vagando intorno, che da noi con forza ancor facciamo tutto. Questa è la novità del secol nuovo che, aspettando sol, poi non così pare, ma se ognun la parte sua s'assume, potremo, anche diman, forse campare.

Toni Basili


Caminante, no hay camino, se hace camino al andar.
Antonio Machado (Nulla dies sine linea)

Carissimi, grazie per le informazioni, che faccio subito circolare! Se organizzate qualcosa in maggio/giugno sarò felice di partecipare. Nel frattempo mando un abbraccio a Antonio d'Andrea (che non ho più visto dai tempi della mia Associazione Culturale Vegetariana/Centro Verde di Milano), a Gloria Gazzeri (idem) e Paolo Mancini (che invece ho visto recentemente nel mio ultimo viaggio in Italia). Continuate il vostro ottimo lavoro!

(Parama)


La visione della globalità.

L'ecologia del profondo non ipotizza il ritorno al primitivismo bensì individua nelle attuali condizioni della società avanzata l'occasione di un riequilibrio. La continuità della nostra società, in quanto specie, richiede una chiave evolutiva, una visione globale, per mezzo della quale aprire la nostra mente alla consapevolezza di condividere con l'intero pianeta l'esperienza vita. Questa visione è l'ecologia del profondo, la scienza dell'inscindibilità della vita. Ne consegue che l'economia umana può e deve tener conto dell'ecologia per avviare un progresso tecnologico che non si contrapponga alla vita e che sia in sintonia con i processi vitali del pianeta. La scienza e la tecnologia in ogni campo di applicazione dovranno rispondere alla domanda: "E' ciò ecologicamente compatibile?" I macchinari, le fonti energetiche, lo smaltimento dei sottoprodotti, dovranno essere realizzati in termini di sostenibilità ecologica. Verrà avviato un rapido processo di riconversione e riqualificazione industriale ed agricola che già di per se stesso sarà in grado di sostenere l'economia. Infatti la sola riconversione favorirà il superamento dell'attuale stato di enpasse impartendo grande input allo sviluppo economico e sociale. Una grande rivoluzione umana comprendente il nostro far pace con la vita "globale" del pianeta.

Dopo oltre mezzo secolo di incertezze possiamo dichiarare concluso quell'intermezzo temporale chiamato "dopo-guerra". Chiudiamo così il momento iniziato con Yalta (di equilibri precari in termini di "destra & sinistra") per approdare ad un'alba di genuini valori umani ed ecologici basati sul reciproco rispetto delle forme esistenti. Ciò avviene anche attraverso l'acquisizione di un antico/nuovo modo di pensare che fa riferimento alla basilare legge della vita. ovvero: vivi e lascia vivere. La possibilità che il presente sistema di civilizazzione porti ad un enpasse ed alla caduta di ogni valore vitale è sempre più evidente osservando l'arretratezza con cui i nostri governanti ed amministratori affrontano le problematiche sociali ed ambientali. La chiave evolutiva da noi proposta sta nel cambio radicale di visione, passando dal criterio di "destra-sinistra" (ormai superato dalla situazione) ad una coscienza di compresenza e compartecipazione del contesto vitale, una coscienza priva di ipocrisia e furbizia, tesa all'approfondimento dei valori della vita (nella società e nell'habitat).
Questa visione è alternativa al vecchio sistema superficiale che tien conto solo dell'apparire e del consumo. Infatti abbandonando il concetto ormai obsoleto di "destra-sinistra" possiamo tranquillamente entrare nel mondo "dell'appartenenza e condivisione". La consapevolezza di essere parte integrante del tutto è l'unica strada per uscire dal vortice di una ripetitiva e rovinosa barbarie.

(P.D'A.)


Per quindici miliardi di anni l'universo ha generato stelle, galassie, supernove, le prime cellule, i progrediti eucarioti, la proliferazione di animali e piante sino all'autocoscienza che è arrivata a permeare con tale abbondanza le molte componenti della comunità terrestre. Il futuro di questa comunità risiede specialmente nelle decisioni che verranno prese dagli uomini che si sono introdotti così profondamente persino nei codici genetici dei processi naturali della Terra. Questo futuro emergerà dalla tensione esistente fra coloro che si affidano al Tecnozoico, cioé ad un crescente sfruttamento della terra come risorsa, tutto a beneficio degli uomini, e quelli che si affidano all'Ecozoico, che prospetta un nuovo tipo di realazione uomo-pianeta-Terra la cui principale preoccupazione è il benessere della comunità terrestre nella sua totalità.

Brian Swimme e Thomas Berry


Una riflessione personale. La storia dell'uomo.

La storia dell'uomo è molto semplice e rispecchia i quattro mutamenti fondamentali della vita. L'uomo nella sua corsa evolutiva compie quattro salti stagionali. All'inizio l'uomo succhia il latte, alla base del latte c'è la verdura e la carne che lo produce e ciò diviene il suo cibo, poi ancora oltre c'è la terra ed ecco l'uomo che la divora ma oltre la terra c'è lo spirito e l'uomo nutrendosi di spirito completa un altro ciclo di spirale nella scala dell'evoluzione. Questa simbologia può essere tradotta così: il latte rappresenta il momento in cui l'umanità si pone reverente verso la nutrice, la natura, che lo accudisce e lo sostiene nel suo grembo (corrisponde al momento del paradiso terrestre); subentra poi la capacità di autosostenersi e di ricorrere a tecnologie appropriate per ricavare da se stessi il nutrimento (corrisponde al momento della fondazione patriarcale); ecco quindi il momento del massimo sviluppo tecnologico e sociale in cui l'uomo tende a divorare, a consumare, persino la terra che lo sostiene (il momento della decadenza e dell'idolatria); infine viene il momento dello spirito, l'uomo vien toccato da esso si compenetra in esso e trova la sua unità primigenia (corrisponde al quid all'origine della coscienza) quindi il ciclo si ripete passo dopo passo.
E' evidente che questo momento storico è segnato da un grande sbalzo fra il massimo del materialismo consumistico a quello di un ritorno allo spirito. Come possiamo affrontare questa contingenza così diametralmente opposta? Innanzi tutto c'è da considerare una cosa: in quanto evoluzione la natura dell'uomo non è spinta da ideologie di massa, il pensiero di massa serve solo al mantenimento della compattezza psicofisica della razza umana, l'indice è sempre e solo rappresentato da forme pensiero, pseudopodi, che si irradiano verso possibili sbocchi evolutivi, questi pseudopodi non rappresentano che una piccolissima percentuale della massa, si tratta di minoranze. Le due minoranze attualmente in antitesi, nel programma di sviluppo, son rappresentate da una parte dall'accentramento individuale del potere (lobby politico economiche autoforaggianti) e dall'altra da una rete smagliata di piccole persone che emanano forme pensiero collegate al tutto (consapevolezza di un sincretismo universale).
Questi cicli o percorsi si manifestano sia nell'arco di una sola vita individuale che in stagioni o onde storiche, ere cosmiche (yuga). Mi sembra che questo momento di transizione sia dedicato all'aspetto distruttivo di ogni sovrastruttura umana (Shiva), un azzeramento dei canoni, infatti oggi come non mai la pulsione verso l'uscita (una direzione o l'altra del percorso) provoca uno stato sismico permanente (scossoni psichici) al corpo massa.
Basta sapere che, come avviene nel processo realizzativo del sé, ogni singola cellula del corpo sociale umano deve essere toccata e deve essere in grado di percepire la reale possibilità evolutiva in corso. Infatti la tendenza egocentrica agisce sulla massa con meccanismi di aggregazione forzata mentre l'aumento della coscienza avviene sui piani emotivi individuali. Dobbiamo essere consapevoli di ciò quando, come precursori, proponiamo un indirizzo bioregionale che non può certamente usare i mezzi della controparte ma deve comunque comprenderli all'interno di sé. In tal modo si scioglie il senso di differenza e la coscienza può trovare il suo spazio. L'interno dell'uomo è ancora tutto un mondo da esplorare ma anche l'esterno è altrettanto infinito ed inconoscibile. Per questo si ripropone sempre la via di mezzo, la moderazione, come unica strada possibile per la continuità della specie.
Il bioregionalismo integra non divide. E' per questo che nell'ecologia del profondo si narra il ritorno alla terra, ascoltandone il suo messaggio, pervenendo così a quell'integrazione con essa. Godendo della gioia di vita qui ed ora. Una gioia che non ha costrutto, nessuna causa, nessun meccanismo da soddisfare, nessun possesso, solo è. Si chiama vita.


"Il Nuovo Olismo" emerge nei settori più disparati, dalla fisica quantistica alla cosmologia, dalla biologia alle scienze cognitive e caldeggiato da personaggi come E. Laszlo, I. Prigogine, D. Bohm, R. Sheldrake, K. Pribram, F. Capra, D. Chopra, I. Licata, N. Montecucco - per citare i più conosciuti. L'innovazione della scienza e il cambiamento di paradigma comporta una rielaborazione continua delle teorie più accreditate in un dato periodo storico. Una rivoluzione scientifica avviene improvvisamente, come una rivoluzione politica, quando si accumulano anomalie nelle teorie, o disagi nella popolazione, oltre una certa soglia di tolleranza. Nella storia della scienza non possono essere giustificati indefinitivamente dogmi ideologicamente in antitesi con la realtà vivente della natura e dell'uomo. Oggi tutto lascia supporre che ci stiamo pericolosamente avvicinando a soglie critiche di tolleranza. In termini di costi economici, di sofferenze e di "patologie sociali".

Paolo Mancini



INTERVENTI

Il ruolo delle città nella riconcettualizzazione ecourbana.

Il primo passo verso la riarmonizzazione delle aree urbane è il riconoscimento che esse si trovano tutte in bioregioni, all'interno delle quali possono divenire protagoste ed ecosostenibili. La peculiarità dei suoli, bacini fluviali, piante e animali nativi, clima, variazione stagionale e altre caratteristiche che sono presenti in un luogo-vita bioregionale (ecosistema), costituiscono il contesto base per l'approvvigionamento delle risorse quali: cibo, energia e materiali vari. Affinché questo avvenga in modo sostenibile, le città devono identificarsi e porsi in reciproco equilibrio con i sistemi naturali. Non solo devono reperire localmente le risorse per soddisfare i bisogni dei propri abitanti ma devono altresì adattare i propri bisogni alle condizioni locali. Questo significa mantenere le caratteristiche naturali che ancora rimangono intatte e/o ripristinarne quante più possibili. Per esempio risanando baie inquinate, laghi e fiumi affinché possano ridiventare habitat salubri per la vita acquatica, contribuendo in tal modo all'autosufficienza delle aree urbane. Le condizioni che contraddistinguono le aree geografiche dipendono dalle loro peculiari caratteristiche naturali: una ragione in più per adottare i principi base del bioregionalismo, appropriati e specifici per ogni luogo e -soprattutto- utilizzabili per orientare al meglio le politiche municipali. Le linee guida di questo mutamento possono essere prese da alcuni principi base che governano gli ecosistemi:
1) Interdipendenza. Accrescere la consapevolezza dell'interscambio fra produzione e consumo, affinché l'approvvigionamento, il riuso, il riciclaggio e il ripristino possano diventare integrabili.
2) Diversità. Sostenere la diversità di opinione così da soddisfare i bisogni vitali oltreché una molteplicità di espressioni culturali, sociali e politiche. Resistere a soluzioni che privilegino i singoli interessi e la monocultura.
3) Autoregolamento. Incoraggiare le attività decentralizzate promosse da gruppi di quartiere-distretti. Rimpiazzare la burocrazia verticistica con assemblee di gruppi locali.
4) Sostenibilità economica. Scopo della politica è quello di operare con interessi lungimiranti, minimizzando rimedi fittizi ed incentivando un processo di riconversione ecologica a lungo termine.
La parola "Bioregionalismo" è stata coniata negli anni '70 da Peter Berg e Raymond Dasmann, uno scrittore ed un ecologista, e da allora contraddistingue un modo di pensare che muove dall'esigenza profonda di riallacciare un rapporto sacrale con la terra. Questo rapporto si conquista partendo dalla volontà di capire -riabitandolo- il luogo in cui viviamo. Una bioregione infatti non è un recinto di cui si stabiliscono definitivamente i confini ma una sorta di campo magnetico (aura - spiritus loci) distinguibile dai campi vicini solo per l'intensità delle caratteristiche che formano la sua identità, alla stessa stregua degli esseri umani, contemporaneamente diversi e simili l'uno all'altro.

(Tratto da Bullettin e da Roma Olistica e Naturale).


Capacità di intenti.

E' arrivato il momento. Quante volte abbiamo sentito questa frase? Nella foga della vita, nella mischia degli eventi, c'è sempre un momento "extra tempora" in cui si sente che le cose dovrebbero realmente cambiare, evolversi.
E' arrivato il momento, direbbe anche chi, stanco dell'arrabbattarsi nel soggiacere alle presenti strutture della società decide questa volta di partecipare direttamente alle scelte della comunità. Forse, me lo auguro, per tante persone sarà arrivato questo fatidico momento, in cui ci si interroga sul nostro presente e futuro e quello dei nostri figli. Eppure è arrivato il momento per noi di rappresentare tutto ciò nelle forme costituite accettando quindi di impegnarci in prima persona.


Preliminari.

In una ottica bioregionale - dovendo analizzare i requisiti di una città ideale - occorre prima vedere gli aspetti di cosa è una città. Noi usiamo il termine città che deriva da civitas ma c'è anche l'altra definizione che si chiama urbs ed ha pari valore nella fondazione ed urbanizzazione del luogo abitativo. Una piccola comunità di 1000 persone consente a tutti i suoi membri la conoscenza personale ed inter-relazione reciproca. Ogni cosa prodotta ha come fruitori i membri tutti ed altrettanto dicasi per quanto è scartato. Nelle comunità antiche, nelle tribù che furono la base della vita umana per migliaia di anni (molti di più di questa nostra società moderna), la reciprocità era elemento di sopravvivenza e sviluppo. Quando lentamente si giungeva ad una summa di tribù dello stesso ceppo originario (diciamo cento entità di 1000 componenti) si diceva che era nato un popolo, una società, insomma una civitas. Dobbiamo quindi partire da un elemento precostituito e cioé che l'ambito di una "comunità ideale" non può superare i centomila abitanti. Ciò vale anche per una metropoli che è suddivisa in quartieri di tale entità. Perché? Per un semplice motivo: se tutti i componenti di una comunità "originaria" hanno interrelazioni in allargamento (diaspora) sarà possibile connettersi indirettamente o direttamente con gli appartenenti ai vari gruppi che compartecipano allo stesso luogo.
Tutti individui diversi dal gruppo originario ma tutti "elementi effettivi" della stessa collettività. Ampliando così il ramo di interesse dalla parentela vicina o lontana alla compartecipazione, somiglianza e convivenza nello stesso luogo. A questo punto le varie entità (o gruppi di individui) son paritetiche l'un l'altra, intrecciate in un contesto di relazioni e formano la base della città ideale. Forse i membri della città apparterranno a ceti diversi ma assieme a noi vivono nella città, con essi manteniamo numerosi rapporti personali come fra membri di una tribù ideale. Questa si può definire società ed il processo descritto conduce a forte correlazione e socializzazione e vivifica l'intera comunità. Ma si può dire che centomila abitanti son un limite. Giacché questo è il livello d'interrelazione possibile. Quindi anche la città bioregionale deve comprendere criteri di suddivisione sociale che rispettino questi termini numerici.

P. D'A.


Bioregionalismo e urbanistica

Quel che in principio la Carta d'Atene indicava per l'ordinata crescita della città era la razionalità dell'edilizia inserita in un reticolo di vie di comunicazione correlate tra loro ma non interferenti, per modo che mentre il traffico urbano fluiva per suo conto, nella apposita sede stradale, parallelamente ed analogamente, i percorsi pedonali e le piste ciclabili assolvevano a compiti di comunicazione locale. Le premesse del Piano avrebbero fatto sì che lo scorrimento degli uomini su quattro ruote fosse separato nettamente da quello degli uomini su due ruote. Gli urbanisti prefiguravano la città moderna, ancora futuribile, come un quadro idilliaco in cui gli uomini su quattro ruote, montate sotto un abitacolo di lamiera di ferro, munito di motore, potessero scorrere silenziosamente e velocemente per la loro strada, un po' come nei film di fantascienza, mentre gli uomini a piedi, o su due ruote mosse a pedali, si sarebbero occupati di raccogliere fiori nei prati verdi adiacenti alla pista, oltre la quale, la zona industriale nascosta nel verde ma a portata di mano. Gli urbanisti disegnavano la città come si disegna un quadro: molto verde al centro, le case a "stecca" o a "torre", tutte rigorosamente orientate a mezzogiorno rigidamente parallele tra loro, accanto al verde, come patatine fritte in un piatto, il cuio e tante altre belle cose. Continuarono onestamente a disegnare la città come un quadro fino agli anni settanta, fino a Spinaceto e Corviale a Roma, allo Zen di Palermo, alle Vele di Napoli, ai Paradiso e Cappuccini di Brindisi ecc. Oggi l'urbanistica non c'è più, i quadri urbanistici non si dipingono quasi più, ad essa si è sostituito un Blob giuridico ramificato e vischioso che tutto paralizza, emettendo un reticolo sempre più intricato di leggi, ordinanze, circolari, interpretazioni, autentiche che hanno la pretesa di pianificare il territorio e regolare l'attività umana dalla culla alla tomba, con l'unico risultato di costringere l'uomo-massa a ricorrere all'abusivismo edilizio per disperazione.
Contemporaneamente qualcuno o qualcosa, che non ha capito che il quadro non si può più dipingere, continua a tracciare piste ciclabili al centro della città, in mezzo al traffico o al piede degli argini del fiume. In natura non v'è essere vivente, dal più piccolo al più grande, che non goda della libertà di costruire il proprio nido o la propria tana, dove più l'aria è dolce e l'acqua è fresca, eccetto l'uomo, costretto dalla società degli uomini a pagare affitti e tasse e arricchire speculatori. Tuttavia al mondo ogni essere vivente che non avesse sembianze umane fu sempre considerato inferiore. Ma qual è oggi l'essere inferiore? Occorre perciò che l'uomo, abitante della città e suo cittadino, divenuto urbanista, elabori i nuovi principi della urbanistica bioregionale in base alla quale, non può e non deve limitarsi a chiedere solamente verde e piste ciclabili, ma deve lottare per la sua aria, per la sua acqua, per il suo spazio domestico e urbano, per la salute fisica e mentale sua e dei suoi figli, per la salvezza dell'ambiente antropico e culturale, deve difendere i parchi, i giardini, le statue, le fontane, riconoscere amare e diffondere l'arte, pretendere il silenzio necessario al riposo ed alla meditazione, di notte e di giorno. Deve lottare per non soccombere nella polvere nera e grassa degli incombusti del petrolio che tutto rendono lurido, dalle sue lenzuola ai suoi polmoni.
E' allora necessario che l'uomo-massa urbanista divenga ecologista, sociologo, psicologo, medico naturista, poeta, in breve uomo di cultura, di una cultura nuova al cui centro sta l'uomo, meno consumista, meno asalutista e sprecone, non più preda inconsapevole (ma anche complice) dei miti televisivi e pubblicitari. Colpevole di non impedire per tempo la sua rovina psichica e quella delle nuove generazioni, la loro distruzione fisica e lo spreco delle loro intelligenze e forze.
L'urbanista uomo-massa consapevole si dovrà conquistare spazio ai livelli della Decisione, mediante l'associazionismo tematico diffuso, dovrà proporre modelli di vita nei quartieri e città basati sulla resurrezione dell'uomo, dove questi possa gradualmente riacquistare la libertà negata, possa godere di alloggio e lavoro in un ambiente sano dove l'aria sia aria e non un composto chimico, dove l'acqua si possa bere direttamente dal rubinetto e non dalle mani della mafia delle minerali, dove i rifiuti siano solamente quelli indispensabili, completamente riciclabili, sotto forma di recupero di materie prime e di energia pulita, al 100%. Dove scompaia la vergogna, il delitto, delle discariche, siano pure esse autorizzate, poiché codeste autorizzazioni puzzano di corruzione, una città insomma, "dove buongiorno voglia dire ancora buongiorno". L'urbanista-massa si farà politico nel senso della invenzione ma soprattutto in quello della gestione del territorio, in senso tecnico-umanistico, egli sarà esperto di cultura ambientalista. Dopo queste utopiche premesse, siamo i primi a riconoscerlo, occorre da parte nostra una qualche ricetta, una qualche indicazione conclusiva.
A parere del "circolo vegetariano di Calcata" ecologista ed ambientalista, nella cui sede sono stati ospitati in questi anni oltre 20.000 soci provenienti da vari centri ma soprattutto dal Lazio e da Roma, è necessario fare in modo che l'interesse per il risanamento dell'ambiente e l'ecologizzazione tecnoloca divengano l'obbiettivo principale del "capitalismo" e delle amministrazioni, poiché l'andamento dello sviluppo ormai è negativo in termini di capitale. Se è vero come è vero che "la BMW, la Mercedes e la Wolkswagen si fanno promotrici della bicicletta nelle città superintasate della Germania. L'automobile sta perdendo la sua funzione, quella di dare mobilità in città, poiché aumenta continuamente di numero. Ogni anno l'automobilista tedesco spreca sessantacinque ore nelle file in macchina, con un danno di dieci miliardi di marchi di lavoro perduto cui si aggiungono cinque miliardi di marchi di benzina bruciata con dodici milioni di tonnellate di anidride carbonica rilasciate nell'atmosfera". Si può e si deve a questo fine, influire sulle future decisioni in campo urbanistico e, più in generale, ambientale della nostra città-bioregione, lavorando sodo a livello delle associazioni già presenti e diffuse sul territorio, allargandosi con studi, proposte, progetti e quant'altro sia in grado di esercitare una forte pressione etica.

Elio Rinaldi


Capitale Bioregionale.

La prima cosa che chiediamo per il riequilibrio di una città, in chiave bioregionale, è di risolvere il problema della circolazione. Innanzitutto la città deve essere resa fruibile alla circolazione pedonale in sicurezza, va studiato un reticolo di vie pedonali per rendere possibile ed agevole il percorso a chi intende rinunciare alla macchina e godere delle bellezze cittadine, senza scontrarsi con moto e auto in corsa od altri impedimenti. In verità occorre prendere coscienza che lo strumento meccanico ha esaurito la sua funzione di dare mobilità, la prova sta nelle strade superintasate di Roma. Il movimento in automobile comporta troppo spreco di ore produttive, d'inquinamento, di caoticità e porta allo stress di tempi insostenibili, semplicemente per andare e tornare dal lavoro.
Va riesaminato pure l'utilizzo dei mezzi pubblici, oggi talmente disorganizzati da costringere gli utenti a due tre ore al giorno fra andata e ritorno. Vanno studiate forme di divulgazione dei tragitti e della disponibilità delle varie corse, anche comunicandolo a mezzo televisione e radio, come pure va particolarmente curata la segnaletica dei mezzi pubblici, fatta direttamente sui luoghi in connessione. Scartati i grossi ed ingombranti maxibus e ripensati i percorsi tranviari (come ad esempio il ripristino del tranvetto per i Castelli Romani, il potenziamento della Roma Nord, va immediatamente dotata la città di almeno 400 minibus a metano (meno inquinanti di quelli elettrici che allo stato attuale, finché cioè non funzioneranno ad energia solare, son poco pratici e di dubbia ecologia) in modo da coprire le esigenze di collegamento per un territorio di 40 chilometri attorno alla capitale. Il traffico veicolare va comunque ridimensionato, all'interno della cerchia urbana, ripensando anche, per specifici percorsi, le famose carrozzelle trainate da cavalli con il doppio ruolo di servizio pubblico (ad abbonamento) e turistico. Una tale prospettiva non è poi tanto fantasiosa se pensiamo che nelle strade delle grandi città tedesche la stessa Wolksvagen si è fatta promotrice della bicicletta. Ed anche a Roma sarebbe ora d'intervenire sul caos-traffico, divenuto una piovra tutto risucchiante a cominciare dalla possibilità di prendere iniziative per la vivibilità del luogo, che va limitato e corretto. Ad esempio da uno studio della Coop. Le Due Città di alcuni anni fa risulta che si potrebbero ciclare 250 chilometri di percorso urbano con pochissima spesa. Occorre aprire un dialogo sul "falso storico" della divisibilità della vecchia città dalla nuova. L'abusivismo edilizio sta minacciando l'area archeologica di parecchie città italiane. Ma sarà vero che i monumenti e il patrimonio archeologico debbano restare avulsi e isolati dalla cittadinanza e dalla vita della comunità? Il Pantheon, che si trova al centro di Roma, ad esempio, ha mantenuto la sua funzione di "Tempio" proprio in seguito all'uso sociale continuato della struttura che in tal modo non può divenire un "rudere". Questa visione di memoria storica salvaguardata assieme al monumento stesso si inserisce il discorso di come poter riabitare i luoghi, a partire dal primo habitat umano: la campagna. Come poter garantire al luogo una sua sopravvivenza ed all'uomo prosperità? Questo è un altro messaggio, comprensibile e rappresentativo, in cui si restituisce valore alla quotidianità ed alla presenza non invasiva sul territorio.


La comunità bioregionale di Roma.

Quando penso al bioregionalismo mi viene immediatamente alla mente un bosco, un fiume, una catena montuosa, una palude, etc. C'è però un'altra realtà ambientale, ormai maturata in secoli di civilizzazione, ed è la realtà bioregionale di una grande città. Quando ho proposto di istituire una Regione specifica per Roma e sua area metropolitana non pensavo certo ad una ghettizzazione forzosa di una parte dell'umanità, costretta a vivere nel degrado e nell'inquinamento, mentre il circostante popolo campagnolo si difende con una serie di barriere. Non credo infatti, al contrario di Mao Tze Dong, che "la campagna deve assediare la città", questa è una visione parziale che non tien conto della parità dei diritti di tutti gli esseri viventi, in qualsiasi ambito geografico ed ambientale essi vivano. Una parte sostanziosa di umanità vive attualmente in aree urbane ed è un dato di fatto che questi particolari territori omogenei esistono. Ciò mi sprona a porre l'accento sull'attuazione di una sana qualità della vita. Se in città esistono dei problemi è evidente che le condizioni della vita devono essere riequilibrate alle esigenze dell'organismo bioregionale metropolitano e di tutti i suoi abitanti, rendendo così la città un luogo ideale. A parer mio una città diventa ideale non soltanto attraverso il rispetto di alcuni requisiti, per altro indispensabili, di armonia ambientale e sociale fra "civitas" ed "urbs", ritengo infatti che le caratteristiche dell'idealità risiedano soprattutto nel pervicace e costante perseguimento di tale idealità. Con ciò immagino che sia sempre presente nel consesso sociale ed ambientale della città una tendenza correttiva che porti a modificare, all'occorrenza, qualsiasi devianza dal criterio di armonia socio-ambientale. In verità questo è il compito da sempre delegato alle Leggi che hanno regolamentato la nostra società ma c'è differenza tra la compulsione forzosa di una Legge e l'autoaggiustamento spontaneo che dovrebbe essere sempre presente in una città ideale. Vanno però considerate alcune "condizioni" per il mantenimento di un centro urbano che persegua l'armonia ed alcune d'esse riguardano gli aspetti sociali del bioregionalismo, ovviamente altri aspetti vanno visti ed integrati con l'analisi delle diverse realtà, della composizione geomorfologica, architettonica, della flora e della fauna che compartecipa del particolare ambiente urbano esaminato. Ma l'idea politica di base, riguardo Roma, è di avvicinarsi al criterio federalista europeo attraverso il suo "riconoscimento" di Città Regione. Questo modello è stato già in parte attuato in Francia (con la Region Parisienne). Questo sarebbe un ottimo metodo per rendere le pari opportunità effettive, soprattutto in considerazione del fatto che le grandi città debbono essere europee e quindi il più possibile staccate da legami e concetti campanilistici. Quindi le capitali europee, secondo il nostro metodo, dovrebbero tutte divenire Città-Regione (è avvenuto anche in Germania con Monaco di Baviera).
Vorrei ora inserire un altro elemento di discussione, quello del controllo sull'espansione dei grandi nuclei urbani, una espansione spesso incontrollata che viene indicata come causa di sperequazione ecologica. Tale crescita delle aree metropolitane, sproporzionata alle reali possibilità di assorbimento del territorio, è dovuta alla rivoluzione industriale e tecnologica degli ultimi anni. Questo aspetto delle città moderne potrebbe esser compreso come un necessario sfogo prima della spallata finale: un'ultima ratio consumistica che, succube del criterio di un utilizzo incondizionato delle risorse, è in realtà una rincorsa prima del salto finale che porterà l'umanità all'attuazione del bioregionalismo. In verità non dovrebbe esserci antitesi nella presenza umana su questa Terra, una città in sé stessa non può esser considerata negativa, infatti esistono città per molti esseri viventi (formiche, api, etc) e l'importanza del bioregionalismo sta nel capire il valore di un giusto equilibro fra la crescita ed il mantenimento della città che si pone armonicamente nell'ambiente. Tutti conoscono la teoria dello Yin e dello Yang; secondo questa filosofia la Vita (Tao) adatta costantemente le sue manifestazioni all'ambiente che le ospita. Se un agglomerato urbano "Yang" è in espansione, oppure se esso è troppo cresciuto, bisognerà aprire al suo interno una fessura naturale "Yin". Per far ciò occorre restituire alla natura ed al verde una parte della città, nonché interrompere la crescita delle sue appendici esterne. Un esempio? Il centro di Roma dovrebbe assomigliare a ciò che era ai suoi inizi, ovvero un territorio in cui nulla (o poco) veniva modificato, essenzialmente accettando i soli cambiamenti imposti dal trascorrere del tempo e delle stagioni. Insomma la parte storica di Roma diverrebbe uno spazio "liberato" in cui la vegetazione sia padrona di ammantare piazze e palazzi ed in cui gli animali si riapproprino di un loro habitat naturale. La presenza umana può essere mantenuta rispettando questi aspetti di riequilibrio. Le strade, ad esempio, potranno essere dei percorsi in terra battuta o selciato frequentati da animali come gli asini ed i cavalli. In questa "nuova" città, situata nel cuore della "vecchia", si dovrebbero consentire unicamente quelle attività ecocompatibili, come l'artigianato, l'arte ed il gioco; tutto all'insegna di una semplicità di vita. Ovviamente non si può tornare all'età della pietra ed il cordone ombelicale con la tecnologia va mantenuto attraverso l'uso di energia pulita e di materie prime riciclabili. Un siffatto Centro Urbano Bioregionale sarebbe inoltre una valvola di sfogo impagabile per gli abitanti metropolitani che ritroverebbero nella città stessa quelle condizioni di vita "selvatica" che vanno cercando nell'hinterland extraurbano. Questo esperimento potrebbe essere inizialmente attuato in alcune aree specifiche della metropoli, meglio se le più antiche, in modo da riarmonizzare lentamente l'ambiente naturale con il costruito, mantenendo così la necessaria integrazione uomo-ambiente e conseguendo una costante ed elevata qualità della vita.

Quaderni - Le Due Città


Agricoltura bioregionale.

La nostra esperienza di agricoltura bioregionale è una forma di avvicinamento al territorio in cui viviamo. Questo è un discorso ancora molto sentito in tante realtà rurali della Tuscia, in verità i nostri veri maestri son quei "vecchi contadini" dai quali abbiamo appreso alcune verità basilari sulla terra e sull'arte di trarne frutto senza danneggiarla. Parlando in termini di agricoltura "naturale" poniamo l'esempio della cura rivolta alla prole, che si manifesta con l'incoraggiamento alla crescita e non con la coercizione, allo stesso modo poniamoci verso le risorse che madre terra offre. In termini di agricoltura bioregionale ciò significa prima di tutto rendersi consapevoli di quello che spontaneamente cresce nel posto in cui si vive.
Questo iniziale processo di osservazione, o accomunamento alla terra, è necessario per scoprire quante erbe e frutti commestibili son già disponibili, cresciuti in armonia organolettica con il suolo e quindi esprimenti un vero cibo integrato per chi là vive. Lo stesso corso va applicato anche alla vita animale selvatica che condivide la presenza in equilibrio naturale. Un'accurata analisi consentirà l'immediato utilizzo di cibo integrativo spontaneo per arricchire la dieta corrente, oggi limitata a poche specie coltivate (sia pure in modo biologico). Il passo successivo e quello di sperimentare l'inserimento nel terreno prescelto di piante coltivate che siano in sintonia o meglio delle stesse famiglie di quelle spontanee. Il medesimo approccio è buono per l'eventuale inserimento di animali domestici. Questa graduale promozione ovviamente non può essere fatta con l'occhio distaccato di un botanico o di un tecnico agricolo ma va accompagnata da una reale presenza e compartecipazione al luogo, in modo da trarne occasione per un riconoscimento di appartenenza e condivisione con la vita ivi presente, divenendo noi stessi cooperatori della natura e suoi custodi.
E' una convergenza, una osmosi, che si viene pian piano a creare fra l'agricoltore e l'ambiente ed è anche la base della produzione di cibo vero (per uomini veri) che non va però relegata alla sola categoria dei contadini ma vista come la premura di ognuno di noi. E' un atteggiamento di consapevolezza alimentare. Infatti il nostro consiglio è di intraprendere piccole coltivazioni casalinghe, ovunque sia possibile, nel giardino dietro casa od anche sulla terrazza di un condominio, in modo da spezzare la totale dipendenza dal cibo fornito dal mercato, rendendoci noi stessi responsabili -sia pure in minima parte- della nostra alimentazione. E' un aspetto essenziale della cura per la vita quotidiana e della presenza consapevole nel luogo.


Agricoltura biologica.

I parchi e le riserve naturali, definite in Italia da una apposita legge quadro, la L.394 del 1991, sono territori importanti ecologicamente dove la conservazione della natura rappresenta la finalità principale della loro istituzione. Infatti in un mondo dove sono l'economia e la proprietà privata a dettare legge, non è da poco il fatto che almeno in alcune aree la società civile abbia voluto dare un indirizzo diverso alla gestione del territorio (a tale proposito va ricordato infatti che gli enti gestori delle aree protette hanno la facoltà e l'obbligo di vietare qualsiasi attività, sia pubblica che privata che risulti in aperto contrasto con i principi di conservazione della natura stabiliti dal proprio Piano di Assetto). Le aree protette sono quindi da considerare come dei laboratori viventi dove non solo tutelare la biodiversità in genere ma anche luoghi dove sperimentare un nuovo tipo di rapporto tra le persone che vi risiedono e il loro territorio di appartenenza. Questo nuovo tipo di rapporto con la natura (fiumi, montagne, piante, animali) che spesso ormai consideriamo un altrove ma che invece è ben presente nel nostro essere più profondo, può risultare di tipo conoscitivo e didattico per recuperare la consapevolezza di essere parte e non a parte della natura stessa, ma anche di tipo pratico per quanto riguarda tutte quelle attività definite eco-compatibili e cioé rispettose dell'ambiente in cui vengono svolte. Ricerca scientifica finalizzata alla conoscenza della natura e al restauro di ecosistemi degradati, recupero di manufatti di importanza storico-archeologica, didattica ambientale e animazione culturale, agricoltura, allevamento, artigianato e ecoturismo, sono alcuni tra i principali interventi che le aree protette possono promuovere e spesso ormai promuovono generando economie locali portatrici anche di nuova occupazione, in particolar modo fra i giovani. Ognuna di queste attività deve essere svolta in maniera ecologicamente consapevole e se prendiamo il caso dell'agricoltura questa deve essere ovviamente agricoltura biologica (peraltro ormai definita in Italia da leggi statali e regionali). Di fatto molte aree protette in Italia possiedono al loro interno terreni fertili e dediti da tempo immemorabile all'agricoltura, anzi spesso molte di loro sono rimaste sufficientemente integre grazie proprio alla cura che la gente del posto, i contadini (e i pastori) hanno avuto dei loro territori. Solo negli ultimi decenni l'industrializzazione e i fenomeni di degrato sociale ad essa collegati, insieme alle chimere di facili guadagni prospettati dalle industrie chimiche, hanno fatto sì che pratiche colturali che avevano funzionato per secoli siano state abbandonate in favore di una agricoltura "chimica" che se all'inizio ha indotto facili guadagni, si è poi rivelata quasi subito un mostro generatore di inquinamento dei suoli, delle falde acquifere, dei prodotti alimentari e quindi causa di malattie e degrado mentale in genere come è causa tutto ciò che tende ad allontanarci dalla fonte primaria del nostro benessere psico-fisico, la Madre Terra. L'agricoltura biologica basata su sistemi tradizionali e innovativi a basso impatto ambientale e effettuata con prodotti fertilizzanti e curativi naturali, oltre a darci prodotti sani, di cui abbiamo sempre più estremo bisogno, difende l'integrità dei suoli e delle falde acquifere e in questo senso partecipa quindi a conservare le caratteristiche naturali del territorio. Ecco quindi perché può essere considerata sicuramente una delle principali attività da svolgere nelle aree protette. Proteggere un territorio significa infatti non solo proteggere piante e animali (già di per sé azione meritoria) ma anche incentivare attività come l'agricoltura biologica, che sono alla base della riconciliazione tra esseri umani e il resto del mondo vivente e non vivente. Significa sostenere una economia locale - bioregionale - su piccola scala, eco-compatibile, fondata su coltivazioni e frutti locali derivanti da semi di specie autoctone che un giorno potrebbe rendere autosufficienti intere comunità opponendosi comunque anche sin da ora, per quanto possibile, agli incredibili viaggi di centinaia e centinaia di km che fanno i prodotti alimentari da regione a regione, a volte anche da altre nazioni e non importa in quale stagione (In questo senso sarebbe anche giusto parlare di agricoltura bioregionale). Significa aiutare i consumatori a effettuare scelte alimentari (e di vita) più consapevoli. Significa incentivare la realizzazione di banche delle sementi locali e di vivai che producano specie autoctone e quidi una opposizione al proliferare dei semi e delle piante geneticamente modificate di cui tanto si parla ma poco effettivamente si conosce specialmente sugli effetti collaterali sull'ambiente e sulla salute. Significa conoscenza delle tecniche colturali più adatte al luogo dove vengono praticate (in realazione cioé a suolo, clima acque locali) Ma non solo, agricoltura biologica significa soprattutto ri-conoscenza del essere parte del mondo. Significa in definitiva educazione alla consapevolezza ecologica.
Voglio infine raccontare la mia esperienza personale di tecnico dell''Ente Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili, un parco che si sta impegnando nel promuvere l'agricoltura biologica grazie anche alla collaborazione instaurata con l'Associazione AIAB (olio di oliva e frutta coltivati biologicamente potranno in futuro essere una delle economie sostenibili più importanti localmente). Altro discorso è stato anche impostato sempre con l'AIAB per promuovere la zootecnia biologica con allevamenti praticati allo stato semi-brado nei territori montuosi del parco. Insieme all'AIAB, presso la sede dell'Ente, per un certo periodo di tempo è stato aperto uno sportello informativo sull'agricoltura biologica e sempre su questo tema e su quello della zootecnia biologica sono stati realizzati due convegni con produttori e tecnici del settore per la sensibilizzazione di agricoltori e allevatori locali.

Stefano Panzarasa


Spiritualità ed ecologia profonda.

Strettamente parlando, da un punto di vista delle finalità, la spiritualità ed ecologia profonda affondano il loro esistere nella coscienza. L'uomo si è interrogato sulle forze della natura e sulla vita e questo interrogarsi ha prodotto la spiritualità, l'ecologia profonda è un approfondimento in senso materiale di questa ricerca. Entrambi gli approcci partono dall'esistente, dal modo di percepire noi stessi e la realtà che ci circonda, il primo è un approccio in senso metafisico mentre il secondo prende in esame il fisico ma non v'è differenza fra i due aspetti se non nel modo descrittivo. Nell'ecologia profonda come nella spiritualità si sottintende un "quid" che impregna le trame della vita. Tale "quid" è stato descritto come sorgente di tutte le cose, indipendentemente dal chiamarlo "spirito" o "forza vitale". Dall'interrogarsi iniziale siamo giunti al Tao, al Vishnuismo ed a tutte le altre religioni d'oriente come pure alle grandi religioni monoteiste in cui, sia pur con angolazioni differenti, si inneggia al grande mistero della vita, questa è anche l'esigenza dell'ecologia che sempre tiene in conto il delicato equilibrio dell'insieme delle manifestazioni vitali. Spesso mi son trovato a descrivere l'esigenza di estrinsecazione spirituale dell'uomo come la nascita della prima virtualizzazione.
Attraverso il pensiero e la speculazione intellettuale è infatti sorta la virtualità, l'immaginare, il presupporre vero sulla base di un pensiero e questa proiezione di una "vis" umana specifica è forse presente anche nel resto dei viventi. Ad esempio nelle teorie del karma si descrive la vita individuale degli esseri come un percorso evolutivo che parte da una scintilla dell'intelligenza tutta per poi differenziarsi in miriadi di forme, a volte contrapposte, che sono però strettamente collegate l'una all'altra ed in continua ascesa verso la stessa sorgente. Una integrazione questa che non è mai venuta meno anche durante il cosiddetto "percorso karmico" ma per via dell'illusione, ovvero la virtualità, appare disgiunta ed imperfetta (e quindi perfettibile). L'ecologia profonda è un aiuto a capire che non c'è, nel contesto generale della vita, un dietro o un avanti che non siano strettamente conseguenziali l'uno all'altro, che non compartecipino della stessa sostanza di base e che è impossibile scindere, pena l'estinzione stessa. Ed ora una domanda: come faremmo a vivere su questa Terra se tutti decidessimo di ritirarci in eremitaggio, di ritornare alla terra come si dice in gergo, senza sconvolgere, distruggere definitivamente, il già precario equilibrio di questo pianeta? La Terra ospita ormai diversi miliardi di persone, è vero che parecchie specie animali sono in netta diminuzione ma per contro molte di quelle addomesticate dall'uomo (essenzialmente per scopi voluttuari o di carenza affettiva) superano in numero gli umani stessi e come gli umani che vivono nelle città anch'essi son concentrati in grandi allevamenti. Se ognuno di noi dovesse andare a vivere in campagna, immaginando una società egualitaria, avremmo forse a disposizione non più di duecento metri di terreno a testa escludendo le zone desertiche, i ghiacciai, le alte montagne, se in più volessimo portare con noi anche i nostri "pets" dovremmo dividere quel piccolo spazio con cani e gatti, se poi volessimo mangiar carne dovremmo dividere ulteriormente la nostra casa con pecore, mucche, conigli, maiali, etc. Si fa presto ad immaginare la calca che si verrebbe a creare nei nostri duecento metri quadrati di Terra, non solo ma come potremmo produrre in quel piccolo orticello abbastanza cibo per tutti i membri della nostra personale comunità rurale? Va da sé che questo tipo di scelta è impensabile per la massa come pure, per altre ragioni persino più serie, è impensabile che la vita possa continuare a lungo sul pianeta se continuiamo a sfruttare le risorse in modo definitivo per soddisfare le esigenze consumistiche dei grandi agglomerati urbani. I lemming, quel popolo di roditori che in caso di sovraffollamento periodicamente emigrano in massa, avrebbero già intrapreso il loro viaggio finale (che come tutti sappiamo finisce nelle gelide acque del mare del nord) per riequilibrare la natura. In parte un tale comportamento autodistruttivo sta avvenendo anche nella nostra società, con l'aumento delle guerre, dei suicidi, delle perversioni, della stupidità. Ma non è ancora sufficiente a trovare quell'equilibrio naturale di sopravvivenza e questo perché l'uomo ha l'arroganza di ritenersi un "essere spirituale" e quindi superiore alle altre specie e perciò ogni soluzione deve comprendere la continuazione del "gioco attualmente in programma" e cioé la fissità della nostra specie. A questo punto reinserisco il concetto di "spiritualità". A dire il vero questa spiritualità non può assomigliare punto alla precedente spiritualità religiosa ma deve necessariamente tener conto del contesto vitale in se stesso, ovvero dell'ecologia. Una spiritualità ecologica in cui non si perseguano scopi immaginari (paradisi, inferni, etc.) ma in cui ci si occupi esclusivamente del presente stato dell'esistenza. Una presa di coscienza "individuale" di come è possibile il riequilibrio al contesto della vita senza ritenere che la nostra sia una funzione di controllo, di dominio. Ognuno di noi dovrebbe già da ora affrontare il suo personale corso di sopravvivenza sapendo che tutto quello che noi "rubiamo" oggi dovrà sicuramente essere pagato domani, questo nel caso del sovrappiù, mentre se il nostro respirare, mangiare, vivere rientra nell'insieme del vivere, respirare, mangiare di ogni altro essere vivente potremmo finalmente goderci la vita, senza aver colpe da espiare, senza dover abbandonare il nostro modo di vita urbanizzato e fortemente sociale che evidentemente, salvo il famoso riequilibrio di cui abbiamo detto, ha contribuito alla fioritura di questa bellissima nostra specie umana. In questa fase della storia millenaria dell'uomo abbiamo privilegiato il secondario, il superfluo, a scapito del primario, ovvero il cibo, l'acqua, l'aria. E' importante per noi bioregionalisti analizzare le ragioni di questo sviamento. Uno sviamento che senz'altro è stato necessario per scoprire il valore di tesi astratte come l'arte, la scrittura, l'estetica, ma che non può continuare ad occupare tutto lo spazio possibile del nostro esistere. Dobbiamo essere consapevoli dello sforzo e del significato profondo insito nella ricerca e produzione del nostro cibo quotidiano.


Identità bioregionale, nuovo input allo sviluppo del Lazio e della Tuscia.

Attualmente il 70% della popolazione laziale vive nella città di Roma, ciò implica un serio squilibrio nella programmazione dello sviluppo economico delle entità territoriali comprese nella Regione. Occorre un riequilibrio, sia nella suddivisione delle competenze che delle strutture come pure nella delimitazione amministrativo-geografica delle varie realtà e comunità provinciali. L'occasione per questo riassetto funzionale viene offerta dall'imminente attuazione di una nuova entità regionale per l'Area Metropolitana di Roma che può condurre alla riaggregazione (su base di affinità culturale, economica ed ambientale) delle restanti provincie storiche del Lazio. Ad esempio, in chiave bioregionale, si può operare l'integrazione della provincia viterbese allargandola a tutta l'area storica della Tuscia (compresa l'area attualmente ricadente in provincia di Roma) mantenendo capoluogo Viterbo e ripartendo competenze amministrative decentrate a Civitavecchia e Civita Castellana. Questo ampliamento e decentramento, in piena omogeneità territoriale economica e ambientale, darebbe alla Tuscia quel valore aggiunto necessario ad un serio sviluppo progettuale e sociale. La chiave bioregionale aprirebbe la porta d'ingresso di una nuova realtà provinciale basata su una identità territoriale specifica fornendola inoltre della capacità di rapportarsi a Roma ed all'area metropolitana con maggiore incidenza collaborativa. Nella prospettiva di un necessario riassetto generale del Lazio (sia per la Tuscia, che per le altre territdel termine 'Bioregionalismo'. Questa parola sovente risulta ostica ed incomprensibile (a chi non vi è avvezzo) e come ogni neologismo chiede un po' di tempo per entrare nella consuetudine lessicale.
Bioregionalismo (dal greco Bios/vita e dal latino Regere/governare) sta ad indicare la capacità dell'uomo di rapportarsi all'habitat, in simbiosi mutualistica con tutti i suoi abitanti ed elementi, in un criterio di ecologia e di relazione, nella reciproca appartenenza al luogo. Quindi nulla a che vedere con l'etnia delle popolazioni (che è un aspetto specifico della società umana). Infatti per la compartecipazione bioregionale di un certo territorio viene richiesta la sola presenza ed esistenza. Dico ciò per chiarire che il Bioregionalismo non promuove campanilismi o xenofobie. Per fare un esempio più concreto prendo in prestito quanto espresso da Menenio Agrippa che comparò le molteplici funzioni dello stato agli organi del corpo umano (stomaco, fegato, arti, etc.). Tutti questi organi (che territorialmente sono le bioregioni) -assieme- provvedono al buon funzionamento della vita (l'habitat) e delle strutture sociali (istituzioni). In tale sinergia decade ogni nota di 'preferenza'. Essendovi solo una semplice differenziazione funzionale dei diversi compiti.

(P. D'A.)


"Le multinazionali alimentari negano a miliardi di esseri umani il naturale diritto alla libertà, alla vita ed alla salute condannandoli ad un perenne stato di intossicazione causata dalla malnutrizione dell'abbondanza".
Massimo Andellini

E' venuto il tempo per una gentile riabitazione della Terra. Negli ultimi trent'anni la moltiplicazione incessante delle emergenze ambientali e dei rischi per la salute umana (dall'effetto serra al buco dell'ozono, dall'inquinamento industriale dei fiumi e dell'aria al dissesto idrogeologico, dall'inquinamento delle aree urbane al problema dei rifiuti, dai veleni dell'agricoltura chimica e degli allevamenti intensivi all'elettrosmog, dal nucleare agli organismi modificati geneticamente) ha fatto gradualmente emergere e diffondersi a livello planetario una certa sensibilità ecologica. Ma non è tutto oro quel che luccica. Accanto a comunità, gruppi, associazioni, individui, cooperative, reti, che sono nati e stanno operando, localmente e globalmente, per un reale punto di svolta rispetto all'insostenibile modello di sviluppo industriale (e che a Seattle sono riusciti ad imporsi all'attenzione pubblica ed a contrastare i piani di liberalizzazione del commercio globale), c'è lo spettacolo poco dignitoso dei Summit mondiali sull'ambiente, del mercato delle quote di inquinamento assegnate a ciascuna nazione, dei ritardi di adeguamento alle normative fissate, delle resistenze dei gruppi di potere economico e politico, delle campagne di marketing pubblicitario che verniciano di un verde pallido merci che continuano ad essere prodotte attraverso i vecchi processi di sfruttamento umano ed ecologico. E' tempo di una lucida sintesi critica che metta radicalmente in discussione la visione del mondo, i modi di produzione e gli stili di vita che ci hanno alienato dall'acqua, dall'aria, dalla terra, dalle altre specie viventi, dalle nostre tradizioni, dalle altre culture, da noi stessi; che illumini i processi storici, economici e culturali che hanno creato strutture, organizzazioni, attività, comportamenti, abitudini, modi di pensare che sono responsabili dell'attuale crisi e che ora si pongono come ostacoli e freni per la riconversione ecologica; e che, allo stesso tempo, riveli un orizzonte verso cui muoverci, che dia visibilità ad una alternativa che ai più, dopo la caduta del muro di Berlino e la cosiddetta globalizzazione del mondo sotto i vessilli del libero mercato, sembra impossibile o impraticabile. Come individui e come collettività, dobbiamo riappropriarci della facoltà della specie umana di abitare pacificamente questo pianeta:senza distruggerlo, senza distruggerci.


Dalla monarchia antropocentrica alla democrazia ecocentrica.

La visione del mondo dominante, che ci è stata tramandata ed insegnata e che ha ricadute psicologiche, sociali, economiche, ambientali, è quella che vede l'essere umano come qualcosa di diverso dalla natura, come qualcosa di superiore, come il padrone, il re di tutto ciò che esiste sulla terra e che quindi può usare qualsiasi cosa a suo esclusivo beneficio. Quest'arroganza umana di tenersi tutta l'anima per sé e di negarla al mondo naturale, di vederlo anzi come semplice meccanismo da manipolare a piacimento, non è il solo percorso possibile che si possa prendere. Altre epoche, altre culture, hanno dispiegato altre possibilità umane, improntate ad una visione ecocentrica che vede la terra come casa dell'uomo e non come suo regno, che vede gli altri esseri viventi come nostri fratelli. Il movimento dell'ecologia profonda, così chiamato agli inizi degli anni settanta per distinguerlo dalla risposta superficiale e puramente tecnica che i governi mondiali stavano dando alla crisi ecologica emergente (come ad esempio nel primo vertice mondiale sull'ambiente tenuto a Stoccolma nel 1973), sta riportando alla coscienza e cercando di mettere in pratica questa visione del mondo alternativa a quella attualmente dominante. I cicli ecologici (il ciclo dell'acqua, dell'ossigeno, del carbonio, il ciclo vegetativo stagionale, il ciclo alimentare, il ciclo solare e lunare, il ciclo di nascita e morte), le altre specie animali e vegetali, non sono più visti e trattati come risorse da sfruttare o come 'limiti' naturali da superare ad ogni costo, ma come le condizioni stesse della nostra vita, realtà a cui apparteniamo e a cui ci legano infinite relazioni, presenze vive abitanti in una stessa comunità bioregionale. Anche l'attuale emergente visione delle scienze naturali e sociali, che passa sotto il nome di 'paradigma della complessità' o di 'visione olistica' (attenta alle relazioni del tutto piuttosto che alla separazione delle parti), è quella di un mondo interconnesso, senza dualismi e separazioni, con l'uomo inestricabilmente parte di un meraviglioso processo evolutivo che non può dominare né controllare, ma di cui deve imparare, o reimparare, il ritmo, le forme possibili (spirituali ed economiche) del suo coinvolgimento.


Politica bioregionale.

Accanto ai compiti e alle funzioni e compatibilmente con i limiti costituzionali e amministrativi, l'impegno che la Provincia bioregionale dovrebbe assumersi è quello di porsi come mediatrice nel processo di transizione in atto verso una società ecologica, verso un nuovo 'patto' che allarghi la sfera dei diritti di cittadinanza dagli uomini fino ad includervi i fiumi, i monti, i boschi, le singole piante, gli animali, i diversi abitanti che rendono integra la vita della comunità bioregionale. La bioregione non è un concetto astratto, è l'insieme delle condizioni e relazioni ecologiche del territorio in cui viviamo, che rendono possibile la qualità della nostra presenza ma su cui molto concretamente incidono gran parte delle attività produttive esistenti e degli stili di consumo di larga parte della popolazione. In consiglio provinciale cercheremo di introdurre i principi e le pratiche di una visione bioregionale lungo quattro sentieri paralleli:
Mappatura di danni e potenzialità. Va istituita una Consulta per lo studio delle condizioni di salute ecologica e sociale della bioregione che, affiancata da varie commissioni di studio interdisciplinari ed avvalendosi della collaborazione di università, scuole, associazioni, fondazioni, istituti di ricerca, gruppi di studio, singoli ricercatori, possa giungere a valutare in modo olistico il complessivo impatto ambientale e sociale dell'attuale modello di sviluppo e dei corrispondenti stili di vita. Andrebbero individuate le maggiori emergenze ambientali, le maggiori fonti di inquinamento, le specifiche condizioni del disagio sociale, le priorità d'intervento, ma viste all'interno di un quadro globale di relazioni, di una mappa bioregionale che metta in evidenza come queste siano la punta di un iceberg composto da tanti microabusi ambientali e sociali che formano il tessuto del sistema energivoro, consumista, che produce rifiuti, in cui viviamo quotidianamente. La Consulta dovrebbe riuscire a fornire dei piani di intervento locali (dei 'piani di bacino' che prendano il sistema delle acque come asse portante integrati con dei 'piani energetici' e dei 'piani alimentari') per il ripristino di relazioni ecologiche e sociali compromesse (risanamento urbano, delle aree industriali, forestale, idrogeologico, agricolo), individuando le potenzialità per un inserimento dei cicli delle attività umane entro i cicli bioregionali ed indicando gli eventuali ostacoli (politici, economici, epistemologici) per un simile processo che potrebbe portare alla creazione di migliaia di posti di lavoro. Annualmente dovrebbe rendere pubblici e fruibili i risultati raggiunti.
Animazione culturale. La Provincia bioregionale dovrebbe farsi promotrice di una serie di iniziative culturali a carattere informativo, didattico, ludico che favoriscano il diffondersi di una consapevolezza bioregionale tra i propri abitanti. Con il convolgimento degli insegnanti, dei bambini e dei ragazzi delle scuole, degli anziani, delle associazioni ambientaliste, di altri enti, di vari gruppi e persone che lavorano su diversi aspetti della riconversione ecologica (psicologi e assistenti sociali che si occupano di ecologia della mente, formatori che si occupano di scuole di ecologia all'aperto, medici e singoli individui che a vario titolo si occupano di salute ed alimentazione, agricoltori biologici, piccoli artigiani, ecc), potrebbe crearsi un calendario di varie attività pubbliche che siano di stimolo per la vitalità della comunicazione sociale, per la conoscenza diretta dell'habitat, delle sue particolari condizioni ecologiche, delle ricchezze naturali che offre senza 'effetti collaterali' per i vari bisogni umani e dei problemi causati da metodi e tecnologie inappropriati. Questo calendario comprenderebbe: forum su questioni di rilevanza pubblica, convegni su aspetti globali e specifici delle tematiche ambientali, corsi di informazione di ecologia domestica, mostre e ricerche storiche sugli antichi usi sostenibili (dal Paleolitico agli Etruschi ai nostri nonni), gite ed escursioni sul territorio, eventi musicali, teatrali, artistici ispirati dal luogo e allestiti dalle comunità locali, feste stagionali, tradizionali e quant'altro.
Economia locale autocentrata. In sinergia con i lavori della Consulta bioregionale la Provincia dovrà essere attenta interlocutrice dei vari fermenti e movimenti presenti nellasocietà che stanno sperimentando pratiche economiche alternative al mercato globale insostenibile. Se l'economia umana viene vista come parte della Grande Economia della natura il fine che la guiderà non sarà l'accumulo di grandi capitali privati, la produzione industriale su vasta scala di merci che porta ad uno sperpero di energia, ad un consumo smodato da parte dei 'consumatori', ad una enorme quantità di rifiuti che escono dai cicli ecologici, ad un tempo lavorativo forzato ed alienato, ad un crescente divario tra ricchi e poveri e tra Nord e Sud del mondo, ad una mole insensata di trasporti inquinanti; la tendenza sarà invece quella di trattenere risorse, lavoro e consumi a livello locale, favorendo circuiti virtuosi per cui i modi di produzione siano integrati con valenze ecologiche, sociali e psicologiche, nella direzione della chiusura dei cicli su piccola scala, in un clima di reciprocità e di scambio comunitario, privilegiando con l'esterno i canali del commercio eco-equo-solidale. Queste sperimentazioni comprendono: autoproduzione di cibo, agricoltura biologica, agricoltura biodinamica, permacultura, orti urbani, compostaggio, piccoli allevamenti bradi, raccolta di piante selvatiche per cibo e medicinali, stili di vita sobri (senza sprechi), utilizzo di energie rinnovabili (sole, aria, acqua, legna), riscoperta della canapa come fondamentale risorsa locale (fibre tessili, corde, cibo altamente proteico, medicine, carta, olii, vernici) e come alternativa ai vari utilizzi della plastica, recupero di un artigianato che utilizza materiale del posto e produce utensili quotidiani e oggetti d'arte, reti di scambio locale, banche del tempo, cooperative, gruppi d'acquisto, comunità, ecovillaggi, riabitazione di casali e terreni demaniali. La ricchezza delle esperienze in atto, delle idee prodotte e dei loro possibili sviluppi dovrebbe essere attentamente valutata e incoraggiata dalla giunta provinciale, dalla stessa Consulta, creando occasioni di informazione e formazione, ma al di fuori di tentativi di egemonia e di centralismo su di un movimento che trae la propria vitalità dall'essere spontaneo, decentrato, un primo abbozzo di un diverso ruolo del 'pubblico', di forme di autorganizzazione comunitaria. Il ruolo della Consulta Bioregionale potrebbe anche essere quello di spingere nelle sedi adatte per creare le condizioni giuridiche, politiche, economiche che facilitino queste sperimentazioni senza che vincoli di vario genere possano ostacolarlo.

Alessandro Curti


LA SURA DEL SOLE

Per il Sole la cui luce sorge al mattino!
Per la Luna che lo segue al tramonto!
Per il giorno che il Sole illumina!
Per la notte che la Luna rischiara!
Per il Cielo che Dio ha elevato saldo e sicuro!
Per la Terra che Egli ha reso piatta!
Per l'Anima da Lui plasmata
in modo da essere libera di seguire il Retto Sentiero
o il Sentiero dell'Errore!
In verità, saranno tra i Vincenti, nel Giorno del Giudizio,
quanti la manterranno pura,
mentre gli empi e gli iniqui apparterranno ai perdenti!

XCI - Il Corano


Settore "educazione"

1) Ambiente - Inserire l'educazione ecologica fra le materie scolastiche. La sensibilità per l'ecologia è andata sviluppandosi negli ultimi anni, non sempre però è stata sostenuta dalla effettiva conoscenza dell'ambiente e dell'impatto che l'uomo ha sull'ambiente. E' il momento opportuno per una vera e propria educazione ambientale ed ecologica meno generica e approssimativa, che serva anche a stimolare la riflessione degli alunni e la ricerca di soluzioni eco-compatibili.
2) Religione - Trasformazione dell'ora di religione in storia delle religioni; attraverso questo studio comparato si dovrebbe giungere alla comprensione della spiritualità e della religiosità come qualità intrinseca dell'uomo, che viene espressa in forme diverse nelle differenti epoche e nelle differenti culture.
Questa comprensione è necessaria a superare le tensioni che possono derivare dalla paura del diverso e del non conosciuto in una società che assumerà sempre maggiori caratteristiche di "globalizzazione" in cui i cattolici, anche in Italia, non rappresenteranno più la stragrande maggioranza- concorda con i principi fondamentali della Costituzione italiana che professa la libertà religiosa, l'uguaglianza di tutte le confessioni di fronte alla legge e l'impegno dello Stato a rimuovere gli ostacoli che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscano il pieno sviluppo della persona umana. Insegnamento dell'etica secolare, stimolando la riflessione su qualità come l'altruismo, il senso di responsabilità e solidarietà, gentilezza, compassione, sincerità e onestà.
3) Educazione fisica - Introduzione, come previsto dal Protocollo d'Intesa fra il Ministero della Pubblica Istruzione e l'Istituto Internazionale di Ricerche Yoga, la Federazione Italiana Yoga, l'Associazione Viniyoga, l'Associazione R.Y.E. Italiana, di lezioni di hatha yoga destinate ad alunni (in particolare disabili) e ad insegnanti. Le Associazioni firmatarie del protocollo di intesa sono tenute ad assicurare la disponibilità a titolo gratuito degli istruttori yoga nelle scuole che lo richiedano per un numero limitato ma significativo di lezioni.
Questo sarebbe un banco di prova per la vera e propria introduzione di lezioni di hatha yoga ad integrazione del programma di educazione fisica, con il fine di favorire la formazione della personalità degli alunni con caratteristiche di autonomia, di spirito di iniziativa, di equilibrio emotivo, di sicurezza, di senso di responsabilità (e di autoconoscenza).

Micaela Jorio


Politiche ambientali:

+ Eliminazione degli impianti di smaltimento dei R.S.U. indifferenziati con annesse discariche e inceneritori;
+ Piano agri-urbano per il riciclo dei rifiuti organici urbani (frazione umida) come compost fertilizzante, con sviluppo di un'industria eco-compatibile;
+ Piano urbano-industriale per il riciclo dei rifiuti inorganici (frazione secca) come materie prime secondarie con sviluppo di un'industria eco-compatibile;
+ Piano di sviluppo riconvertitivo urbano, rurale ed industriale, con uso di materie ed energie rinnovabili, per il rilancio delle economie locali, dell'occupazione, dell'agricoltura, dell'artigianato, delle piccole imprese, del commercio, nonché delle tecnologie legate all'ambiente ed al turismo locale e/o eco-compatibile;
+ Salvaguardia delle bio-diversità vegetali ed animali, dei corsi d'acque sorgive e potabili, delle falde acquifere.

VANTAGGI
+ Eliminazione di tutte le forme di inquinamento locale;
+ Riduzione dei costi delle bollette energetiche (termiche ed elettriche), idriche e delle tasse sullo smaltimento dei rifiuti solidi urbani;
+ Riduzione dei costi di gestione e manutenzione;
+ Valorizzazione dei capitali investiti e maggiore competitività di mercato;
+ Riconversione del rapporto uomo-natura dallo stato di depredamento delle risorse alle sue funzioni costruttive:


Ancora sull'agricoltura biologica.

Si, penso che sia proprio importante e giusto introdurre il punto di vista bioregionale nel discorso dell'agricoltura biologica. Il mondo industrializzato cerca ora, seguendo le nuove pretese del consumatore, di adeguarsi alla domanda di cibo biologico, e così anche i grossi supermercati introducono linee di prodotti biologici. Non bisogna sottovalutare questa tendenza. In Italia ancora si tratta di una piccola sezione del supermercato ma in Inghilterra per esempio il cibo biologico comincia a rappresentare una grossa fetta delle vendite. E' chiaro che i supermercati rispecchiano una tendenza positiva, è un bene che la gente cerchi il cibo genuino, è segno di un certo livello di consapevolezza. E' anche chiaro che l'aumentata richiesta di cibo biologico esercita una pressione sugli agricoltori spingendoli alla coltivazione biologica ed anche sui governi europei affinché diano contributi e facilitazioni per la conversione.
Sainsbury's sta facendo una serie di contratti con agricoltori, che gli garantiscono prodotti per un tot di anni, sostenendoli nella conversione al biologico; stanno anche introducendo delle confezioni biodegradabili.
Ma ora dobbiamo considerare due fattori:
- Trasporto:
Quanto viaggia il cibo su strada? Pare che negli Stati Uniti ogni boccone che si mangia abbia fatto una media di ben mille chilometri! Questo rappresenta un inquinamento enorme per la terra. Ecco un primo motivo per dire che bisogna ricominciare a mangiare quello che si produce localmente.
Ci sono anche altre ragioni: la freschezza del cibo, la ricchezza della tradizione locale, il sostenere l'economia locale.
- Agroindustria:
Se si opera a livello industriale, attraverso grandi aziende agricole e supermercati, allora dovremmo chiederci qual è la motivazione che spinge gli imprenditori in questione. E' evidente che la motivazione è il profitto. E noi abbiamo sotto gli occhi il risultato della logica del profitto. E' la crisi di BSE (Mucca Pazza), polli d'allevamento pericolosi, olio d'oliva sofisticato, etc. Ecco perché qualsiasi discorso serio sull'agricoltura biologica deve necessariamente mettere a fuoco anche la scala su cui si vuole operare.
Chi opera su scala piccola in genere lo fa anche per motivi filosofici; c'è una vera attenzione non solo per la qualità della produzione ma anche per la salvaguardia della terra, per la vita dignitosa degli animali da fattoria e per la salute e soddisfazione dei consumatori (anche perché vivendo nello stesso posto ne va di mezzo la reputazione e l'orgoglio del produttore).
Ed allora? Chi deve cambiare?
Il supermercato? L'agricoltore? Il consumatore?
Naturalmente è il consumatore che deve cambiare se vuole veramente cibo buono. E' lui (lei) che rappresenta la "richiesta". Ed in che modo deve cambiare? Bisogna che smetta di farsi influenzare dalla pubblicità perché è di parte e solo i "grandi" hanno i soldi per farsi sentire. Occorre invece che cominci a fare un ragionamento personale. Deve decidere di usare un po' del suo tempo per trovare produttori locali di cui si fida, perché li conosce personalmente e può controllare in che modo viene prodotto il cibo, e poi si organizza per comprare direttamente dal produttore. Dovrebbe accettare l'idea di mangiare le specialità della sua zona e i prodotti di stagione e non pretendere sempre le melanzane e le fragole d'inverno, gli aranci d'estate ed il pesce di mare in Umbria. Mangiare prodotti esotici dovrebbe essere una cosa rara, una festa. Deve anche accettare il fluttuare della natura e mangiare secondo l'andamento della stagione. Inoltre deve aderire all'idea di essere responsabile non solo della propria salute, ma anche della salute della terra in cui vive (anche se non fa il contadino) e della salute e qualità di vita degli animali di fattoria.
Io guardo lontano ad un futuro in cui (per intelligenza o per paura) la gente si organizzerà in tal senso e direi (per quanto sia difficile da immaginare) che i supermercati farebbero bene a prevedere questa tendenza e cominciare pure loro a fare due cose: comprare e distribuire a livello locale e comprare dai piccoli produttori. So che questa sarebbe una rivoluzione nel loro modo di operare ma credo che sarebbe fattibile. Ed in questo momento è sicuramente l'ora di farsi sentire con consigli pratici.

Etain Addey


La parola "BIOREGIONALISMO" è stata coniata negli anni Settanta da Peter Berg e Raymond Dasmann, uno scrittore ed un ecologista, e da allora contraddistingue, più ancora che un progetto istituzionale, un modo di pensare e studiare che muove dall'esigenza profonda di riallacciare un rapporto sacrale con la terra, un rapporto che implica rispetto, ammirazione, timore e che inibisce ogni forma di rapina e di spreco.
Questo rapporta si conquista a partire dalla volontà di capire il luogo in cui viviamo, in cui la nostra esistenza ha luogo, e si sviluppa quando, a partire da un luogo, si cerca di identificare un'area che presenta caratteri di relativa omogeneità sia rispetto alla realtà fisica del territorio, sia rispetto alle comunità umane che la abitano e a tutte le altre forme di vita che la caratterizzano.
Una bioregione non è un recinto di cui si definiscono stabilmente i confini ma una sorta di campo magnetico distinguibile dai campi vicini solo per la intensità decrescente delle caratteristiche che formano la sua identità. Questa natura flessibile e problematica spiega perché un programma così ambizioso e coinvolgente non abbia ancora al suo attivo esperienze istituzionali esemplari. Di fatto più che un programma politico il bioregionalismo tenta di introdurre nella società moderna un modo di pensare e di "appartenere" che potrebbe gradualmente rivelarsi rivoluzionario, potrebbe cioé (sulla base di riflessioni che riguardano il benessere e l' utilità pratica evidente di certe decisioni) produrre una reazione a catena capace di ridimensionare il potere incontrastato della tecnica e dell'economia globalizzatrice che oggi ha il primato rispetto a qualunque altra esigenza umana. Che senso può avere - è lecito domandarsi - un modello di azione bioregionale in un mondo in cui sempre più la popolazione si accumula nelle grandi conurbazioni, dove lo stesso concetto di luogo entra in crisi rispetto ai rituali di una società che nega il valore della memoria? In un certo senso il bioregionalismo è una fede e come tutte le fedi non si misura con l'immediatezza ma con il flusso del tempo e alimenta la sua speranza di successo facendo assegnamento su processi in atto di lunga durata, non meno concreti di quelli che derivano dal primato dell'economia. Tra questi da una parte il processo di degrado dell'ambiente che impone ed imporrà all'umanità svolte decisive, dall'altra i sintomi dell'affermazione di un nuovo paradigma scientifico aperto a riconoscere (attraverso la visione olistica e l'approccio sistemico) la complessità delle scienze della natura, liberate dal fascino di una razionalità chiusa e dal mito di un adempimento finale, e che la conoscenza dovrebbe raggiungere per riconoscersi signora dell'universo. Si sono aperte -come scrive Prigogine- al dialogo con la natura che non può più essere dominata con un colpo d'occhio teorico, ma solo esplorata; al dialogo con un mondo aperto al quale noi stessi apparteniamo, alla costruzione del quale partecipiamo.
Il modo di pensare bioecologico d'altronde non nega il significato e il valore delle città ma ne contesta il mito dell'autosufficienza e della insularità, vedendo in esse il frutto di un mutevole delicato rapporto con la sua "regione" e il resto del mondo. Vivere in sintonia con la propria città diventa allora conoscere l'insieme di relazioni che ne definiscono il ruolo, spesso parassitario, rispetto al territorio, impegnandosi in un riequilibrio necessario per la sua sopravvivenza. Come ha scritto Kirkpatrik Sale il bioregionalismo è allo stesso tempo molto semplice e molto complicato: "Molto semplice, perché le sue componenti sono presenti e manifeste intorno a noi, proprio dove viviamo... Molto complicato perché è in contraddizione con i punti di vista convenzionali dei nostri giorni. Per cui è fin troppo facile considerarlo limitato, provinciale, nostalgico, utopistico o semplicemente irrilevante. Ci vorrà un po' di tempo prima che la gente capisca che il familiarizzarsi con il luogo non è nostalgico né utopistico ma piuttosto un modo 'realistico', ed alla portata di tutti, per creare possibilità pratiche ed immediate, capaci di rovesciare la tendenza al disastro ed all'incoscienza."

Paolo Portoghesi.


Bioregionalismo: verso un nuovo-antico "senso del posto".

Il "senso del posto" bioregionale è un concetto che va oltre il comune senso di appartenenza ad una comunità, popolo, famiglia, etnia, linguaggio, per ricollegarci con l'antica percezione del sentirsi parte di un insieme più ampio. Essere parte di un sistema più ampio significa sentirsi parte della natura e la natura parte di noi attraverso l'aria che respiriamo, il cibo che mangiamo, l'acqua che beviamo.
Sembra paradossale, in un mondo così pervaso di sapienza, che si debba ricordare una cosa così semplice e cioé: noi siamo la sintesi, parte ed espressione, della trama e dei processi ecologici del luogo in cui viviamo e da cui dipende ogni giorno la nostra esistenza. Il problema non è che non lo sappiamo ma che viviamo in modo come se tutto questo non avesse importanza, anzi viviamo come se tutto questo (foreste, fiumi, suoli, piante ed animali) fosse a noi dovuto... per l'esclusivo benessere e beneficio dell'uomo. C'è una arroganza di fondo nelle nostre abitudini che sta distruggendo la fonte della vita e noi stessi come specie.
Il bioregionalsimo prende spunto da tutto ciò per ricordarci che le nostre radici sono nella Terra, che le nostre necessità sono con la Terra. Il recupero del "senso del posto" è il tramite per comprendere "chi siamo" e "dove siamo" così divenendo di nuovo nativi del proprio posto-vita bioregionale. A questo punto la domanda pressante è: come acquisire e praticare tale consapevolezza? Diciamo subito che l'eperienza pratica di chi lo sta già facendo può essere di grande aiuto e fonte d'ispirazione. Ciò nondimeno questa esperienza va vissuta in prima persona ed a stretto contatto con la natura grezza/selvatica. Certo la possibilità di avere situazioni di natura incontaminata vicino casa è privilegio ormai di pochi ma questo non deve scoraggiarci. Cos'è quel fiore che spunta dalla fessura sul selciato... se non la natura che ci viene incontro? Essa ritorna e sempre ritornerà affinché sempre più persone ne siano consapevoli, iniziando ad agire come parte di essa e non sopra...
Così "il senso del posto" bioregionale inizia dal profondo di noi stessi e dal posto in cui viviamo e ci rende familiare il ciclo dell'acqua e del cibo, le caratteristiche geologiche, climatiche ed i venti dominanti. E ci ricorda dove vanno i nostri rifiuti, dove prendiamo l'energia che riscalda le nostre case e modella i nostri arnesi, qual'è l'impatto delle nostre attività sulla stabilità e diversità biologica e tutto ciò sia a livello bioregionale locale che globale. E poi contatto! Contatto diretto con il selvatico -anche di tanto in tanto secondo le possibilità di ognuno- ed ovviamente con rispetto!
Cogliere quei frutti del melo che cresce selvatico nella macchia, percepire lo scorrere delle stagioni attraverso i suoni, odori e sapori, incamminarsi lungo il sentiero della volpe fra i rovi, abbandonarsi senza dogmi o preconcetti ma con grazia e riconoscenza al flusso dell'energia vitale (che alimenta il mistero della vita e della morte). Nel far questo lo spirito del posto non tarderà a farsi sentire, per mezzo della voce della gazza, del vento che fischia attraverso i rami della frondosa quercia, del fiume che ci parla delle relazioni e ci suggerisce di pensarlo come un reticolo d'acqua d'interezza bioregionale. Ma quale senso ha oggi, in questo secolo globalizzato, affermare il "senso del posto"? Cosa significa prendere coscienza che le nostre vite, storie, culture ed economie son pur sempre in relazione al più ampio mandala che ci sta attorno? Quale significato ha questo interrogarsi sul "senso del posto" nell'attuale società consumista?
Ecco proprio questa società consumista che ha sbiadito l'intreccio della vita sino a sostituirlo con "il senso di separazione" che conduce all'individualismo e non al senso di appartenenza. Una specie di "urbanizzazione totale" sia reale che virtuale al posto del senso di appartenenza all'ambiente naturale e che crea dipendenza tecnologica in sostituzione dell'interscambio naturale.
Se "il senso del posto" bioregionale ha oggi un significato è solo quello del "mettere radici nella Terra". Mettere radici proprio adesso in mezzo a questa monocultura globale che sradica e oggettivizza tutto ciò che può avere un valore monetario (umani compresi). Farlo adesso è l'atto più rivoluzionario che si possa immaginare. Mettere radici nella Terra significa superare questo sistema del consumo ripensando noi stessi come parte del pianeta e riprendendo il nostro posto al suo interno, come singoli e comunità, assieme a tutti gli altri esseri viventi. Il bioregionalismo propone una trasformazione "culturale" basata sull'appartenenza alla Terra, che inizia dal "senso del posto" e si allarga in profondità ai nostri stili di vita, le nostre economie, politiche e storie future.

Giuseppe Moretti


Cogliendo le more.

Tanti anni fa, nella stagione delle more, è capitato da noi un'anziano signore inglese molto simpatico con la moglie. Erano venuti in vacanzaallora si andava ancora a prendere l'acqua dalla sorgente col secchio. Era il momento in cui si faceva la marmellata di more e quell'anno aveva piovuto alla fine di luglio e ce n'erano tante.
La marmellata allora era una dei nostri prodotti principali e ne facevamo sempre la massima quantità che ci permetteva la frutta a disposizione: prima le visciole (come qui chiamiamo le amarene), poi le susine, le bacche di sambuco, le pesche, le corniole, i fichi e alla fine le mele con le more.
Mentre il gruppo di amici e familiari si avviava con cesti e secchi all'alba verso i campi, è arrivato Charles che si alzava sempre prestissimo e ha chiesto se poteva venire ad aiutarci. "Certo, ci fai un piacere!" e gli ho dato un cesto. Ci sono venti ettari da percorrere, con more in tanti punti della collina, e ognuno ha la sua zona preferita. C'è in particolare un campo con certe more giganti, bellissime, e si va sempre lì per prima. Ci sparpagliammo per il campo ed è calato il silenzio della raccolta intensa, interrotta solo da qualche grida quando qualcuno scopriva un punto veramente splendido oppure quando si litigava per le aree di competenza. Tutti sapevamo che quando avremmo finito questo campo dalle more spettacolari, ci sarebbe toccato andare a cogliere anche quelle meno belle.
Ma ecco dopo una ventina di minuti arrivare Charles, che mi veniva a dire "Ho fatto un giro per rendermi conto e ho fatto un po' di calcoli. Ci sono qui certe more che conviene cogliere - per una questione di 'cost-effectiveness', capisci, ma le altre che sono piccole conviene lasciarle perdere, perché il tempo per la raccolta non verrà ripagato." Ero così sbalordita da questo discorso logico che non riuscivo lì per lì a trovare la risposta e ho solo annuito. Era la logica di produzione da supermercato, in cui si dà per scontato che il lavoro è noioso e va sempre limitato al massimo, il prodotto deve ripagare al massimo l'investimento e c'è teoricamente una quantità illimitata di materia prima. Ma qui non è così, anzi: il lavoro è piacevole perché siamo fra amici in una mattina fresca d'estate in una valle deliziosa e solo la vista di quelle more gonfie e lucide fa venire la voglia di raccoglierle, i soldi eventuali della vendita della marmellata servono, sì, ma non è l'unico pensiero, prima di tutto perché abbiamo un tenore di vita molto basso e poi perché si pensa anche al piacere che si offre agli altri che mangeranno questa marmellata squisita.
Questa marmellata è fatta con orgoglio e cura, non ha bisogna di certificati per costringerci a non barare! Abbiamo anche del tempo a disposizione: se non facessimo questa raccolta, potremo magari stare senza fare niente, ma sarebbe più bello questo far niente di quello che stiamo facendo ora? E infine, non c'è una quantità illimitata di more da cui scegliere: ci sono queste more in questa valle, quelle belle grosse e quelle piccole - e basta! E le more ci sono solo per qualche settimana adesso, e poi per un anno o forse anche due, non ce ne saranno più. Le more della prossima vallata sono del nostro vicino, che magari è goloso quanto noi! Ho lasciato a Charles naturalmente il piacere del suo calcolo e quando lui ha visto che le more grosse erano tutte raccolte, è andato a casa a svegliare la moglie con un cappuccino e un piattino di more. Noi siamo andati sul campo sopra il bosco a cogliere anche le more piccole prima di cominciare il lavoro della cottura, "perdendo" molto tempo con il sole sulla schiena e le dita nella rugiada delle foglie, chiacchierando tranquillamente tra di noi.
Ora, qui abbiamo in piccolo due modi di intendere la vita. Così come esiste il fast food, esiste anche il fast work. Ma c'è un movimento di persone che resiste a questa tendenza nella cucina, che apprezza lo slow food: quello raccolto, coltivato, allevato, cucinato con amorosa attenzione e goduto non solo nella fase di assaggio ma lungo tutto il percorso. E io credo che sia lo stesso anche per il lavoro. Qualunque attività, svolta in un certo modo può essere fonte di soddisfazione, benessere e creativi rapporti umani. Può anche incidere nei rapporti con i non umani e la terra stessa. "In un certo modo" significa: su scala piccola, con energia umana invece del petrolio, in luoghi familiari di cui abbiamo cura, luoghi che non desideriamo devastare bensì conservare. Noi abbiamo molti alberi, ma non tagliamo quasi mai i boschi per riscaldarci o cucinare, questa legna la prendiamo da un lavoro lento di pulizia dei pascoli. Certo, è più lento fare legna quando non è l'unico obiettivo del lavoro. Si vede molto bene, per esempio, quando un bosco è stato tagliato per fare soldi con il legname. Si vede subito che sono stati tolti gli alberi più belli e sono stati lasciati quelli più brutti. E' molto diverso quando si vede un bosco che è stato tagliato con il bene del bosco in testa. Anche questo secondo modo di fare produce legname, ma il legname è di meno e il lavoro è più lento, più curato, più attento: slow wood! Dopo aver tagliato il legname grosso, c'è un lavoro ancora più lento e niente affatto cost-effective, che consiste nel recuperare i rametti che normalmente oggigiorno vengono buttati via. Quel legno lì per cucinare è speciale, ma bisogna farne fascine, perché altrimenti non è agevole per trasportare o usare in cucina e fare le fascine è un altro di quei lavori lenti, curati e piacevoli.
E' un lavoro di chi ama osservare l'inverno che finisce e la primavera che avanza, sentire tamburrellare il picchio, sentire l'improvviso fruscìo degli stormi di fringuelli sopra la testa come l'ala di un angelo. Quale calcolo economico possiamo fare di questo lavoro, che faccia rientrare anche la sensazione di essere lambiti da un'ala di angelo? Ho cercato di dare un esempio piccolo e concreto di un modo di lavorare che abbia cura della terra e degli altri esseri perché vorrei fare una domanda. E' concepibile un'amministrazione politica -di qualunque livello organizzativo- che legifera attorno a questa modo di lavorare slow? O non sarà piuttosto che questo mododi lavorare può emergere soltanto dal basso, dal desiderio umano dell'individuo di "perdere" tempo per sentire l'alba o vedere il tramonto, per sentire la soddisfazione di un lavoro fatto ad arte, con rispetto e gioia?
Siccome personalmente credo che sia impossibile imporre questo modo di lavorare dall'alto, trovo difficile immaginare in che modo la società odierna come collettività possa darsi, a priori, delle regole che tendono ad un economia sostenibile. Ognuno nella propria vita, sia in città che in campagna, è libero di scegliere un modo sostenibile di lavorare e di vivere.
Sicuramente ci sono delle situazioni in cui bisogna essere ben creativi e forse anche coraggiosi per escogitare dei processi rispettosi e piacevoli per il proprio sostentamento, eppure ci sono mille strade proponibli. Ma per un essere umano, limitare il proprio guadagno a favore della propria soddisfazione morale, a favore del prossimo, del prossimo non umano e della terra, sarà sempre una scelta consapevole che parte dal cuore e non da un direttivo. Forse, quando una massa critica di individui con una vita già riorganizzata e orientata verso un'economia sostenibile arriverà a riconoscersi come collettività, queste persone potranno collegare il loro operare in una rete dimodoché la somma è più grande delle parti. Capisco che i due esempi che ho dato si possano etichettare come frutti di una vita che è solo un romatico ritorno al passato. Ma vogliamo guardare bene in faccia questo presente? La rivoluzione industriale con tutti questi macchinari che dovevano lasciarci più tempo libero, che effetto ha avuto? Ha creato un breve periodo di benessere per poi creare una disoccupazione crescente in tutti i paesi industrializzati, come ben prevedevano i luddisti inglesi dei primi anni del 1800, e questo dopo aver prima allontanato le persone dalla propria terra e dalla propria autosufficienza per renderli eterni clienti.
Ora molta gente è cliente delle multinazionali per tutte le proprie necessità ma non ha lavoro, o ha solo un lavoro precario o se ha lavoro spesso è un lavoro che odia. Butta i vestiti nella lavatrice e le scatolette nel forno a micro-onde perché deve correre in ufficio o in fabbrica a fare l'ingranaggio alla grande macchina capitalista con la paura di perdere il posto e finire sul lastrico come la marea umana che si vede dormire sui marciapiedi in tutte le grandi città. E poi, come dice il nativo americano John Trudell, noi occidentali non siamo più così necessari per i multinazionali neanche come clienti: ci sono nuovi clienti nel terzo mondo che comprano i beni di consumo senza avere tante pretese come noi - asili nidi, condizioni di lavoro adeguate, sanità assistita, e così via. I clienti del terzo mondo che ora vengono allontanati anch'essi dalle loro terre, ci toglieranno piano piano quest'ultima funzione nella vita dei grandi capitali.
Ermanno Bencivenga, nel suo libro Manifesto per un mondo senza lavoro, proponeva l'idea rivoluzionaria di lavorare meno ore (e lavorare tutti) per avere più tempo da dedicare al piacere: per passeggiare, andare in bicicletta, sdraiarsi al sole, cantare, ballare, leggere, imparare la fisica, la storia, dipingere, fare teatro, insegnare agli altri le cose che sappiamo fare, coltivare l'orto. Così si eviterebbe l'odierna sovrapproduzione assurda di beni che poi qualcuno deve pubblicizzare in modo martellante perché altrimenti non verranno comprati, usati, buttati e ricomprati. Anche questa idea ha come premessa un tenore di vita meno lussuosa ma molto più divertente. E sicuramente salverebbe le risorse che oggi vengono abusate e sprecate.
Vorrei ricordare le parole di un quacchero americano, John Woolman, che scrisse nel suo diario nel 1750, "I miei affari aumentavano di anno in anno (aveva un negozio e faceva anche il sarto) e davanti a me vidi la strada del successo, ma dentro di me sentii qualcosa che mi turbava". Lo descrisse come un desiderio di liberare la mente da preoccupazioni mondane. All'età di trentasei anni, quindi, rinunciò a tutte le sue attività tranne la cura del suo piccolo frutteto e quei pochi lavori da sarto che poteva eseguire senza l'aiuto di operai. Dedicò quindi il risultante tempo libero alla lotta contro la schiavitù, e i suoi grandi successi li ebbe in quel campo. Ognuno deve tirare le somme, capire dove è diretto il sistema capitalistico globale, chiedersi se non è meglio scendere da quel treno impazzito che è il mercato globale e inventarsi da soli una vita sostenibile. Quando ci saranno molte vite imperniate su un'economia sostenibile su piccola scala e dedite alla gioia di vivere, potremo parlarci di questo tipo di economia anche come collettività. Nessun Nestlé o Agip ce la organizzerà, e la politica è saldamente in mano a questi ultimi.

Etain Addey


Una disciplina per la concentrazione.

Ognuno ha una storia e la storia si basa sulle tracce che ognuno lascia dal passaggio nella vita. Quella del Dojo Koshiki (entrambe parole giapponesi: Dojo significa "luogo per la ricerca della Via" e Koshiki "cose antiche"), dove si pratica Judo (Ju "adattabilità" e Do ,"Via"), formatasi attraverso un percorso itinerante, ha, con l'impegno di una ristretta cerchia di individui, portato alla realizzazione di un luogo di pratica. Nella tradizione, il Dojo è un luogo dove il maestro, attraverso la tecnica, guida l'allievo a fare del proprio meglio prima, per rendersi utile in seguito. I pensieri non sono rivolti al beneficio che si otterrà (limitazione del proprio fare) né a quello che si riceverà in cambio (dare gratuito), né al futuro né al passato (a scapito di occasioni favorevoli); il fare è concentrato non nell'apparire bensì per dare il meglio che si può, l'unica direzione da prendere è quella della sincerità, vivere il momento presente visto nell'ottica di non trascurare nulla controllando la disattenzione, ponendo attenzione al compagno di pratica, combattendo l'egoismo. Il Dojo Koshiki non segue la strada della pubblicità ufficiale, né reca una vistosa insegna d'ingresso, la scoperta avviene attraverso la ricerca. Mi preme parlare della realtà, fatta anche di piccoli centri di 1.000-2.000 abitanti dove unirsi rappresenta ancor di più un'esigenza necessaria.
L'essere isolati accentua situazioni nocive, i ricatti morali esercitati sui bambini con l'accondiscendenza dei grandi ("studia che da grande farai l'industriale...") presupponendo un guadagno a discapito di altri, oppure "se non frequenti il catechismo non farai la comunione" tanto per dare un esempio di amore Cristiano), esempi insalubri come l'invito al silenzio, più o meno formale, diretto ai grandi, le ingiustizie razziali (a proposito conosciamo il nome di un imperatore giapponese? Come guardiamo un individuo di colore? Sappiamo e divulghiamo a uomini e donne di domani che al di là di quella sottile differenza cromatica i sentimenti sono comuni?), politiche e religiose, (chi sta seguendo il caso di Amina Lawal, donna Nigeriana condannata alla lapidazione per via della nascita di un figlio fuori dal matrimonio), sono tutte conseguenze di una mancanza di confronto, di una negazione delle idee altrui traducendosi in brutali decisioni dalle orribili conseguenze.
Penso che, sostenendo un esiguo gruppo d'individui a discapito di altri, con le proprie ragioni, i propri credo le proprie convinzioni religiose, politiche o culturali, si promuova un sentimento di contrapposizione nei confronti di chi non è, favorendo l'insorgere di tensioni circoscritte alla famiglia, amicizie, rapporti di vicinato, ecc., o, cosa ben peggiore almeno nella sua vastità e capacità distruttiva, conflitti su vasta scala come le guerre. E tutto questo si cela dove non c'è ricambio di persone e quindi di idee, le persone si rinchiudono sempre di più in se stesse cercando nell'avere dove dovrebbero occuparsi dell'essere.
Una storia tutta giapponese, "Una Tazza di thè", narra: "Nan-in, un maestro giapponese dell'era Meiji (1868-1912), ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen. Nan-in servì il thè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare. Il professore guardò traboccare il thè, poi non riuscì più a contenersi. 'E' ricolma. Non ce n'entra più!'. 'Come questa tazza' disse Nan-in, 'tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?'."
Attività come lo yoga, il reiki, il judo, lo zen accomunate superficialmente dal luogo di provenienza ma in profondità dalla considerazione del corpo nelle sue forme e nelle molteplici espressioni, potrebbero rappresentare una sorta di punto d'incontro per gli esseri umani oggi divisi dalle rispettive formazioni intellettuali e forme di educazione di parte. Ora che tutti i popoli sono a portata di fax e tele, ecc., potrebbero iniziare a parlare di scambio, oltre che commerciale, culturale e ideologico. Potremmo pertanto cogliere un momento come la primavera dove la natura si risveglia rinnovandosi ad ogni stagione e celando un invito alla collaborazione dove nessuno si oppone: le nuvole distribuendo acqua insieme al calore del sole sollecitano la terra al risveglio. Così tutti iniziano a fare secondo la propria natura, l'erba, i fiori, gli animali, le piante, tutti insieme per dare il meglio che possono. Già la natura, perché sembra attualmente una delle poche cose su cui possiamo contare, sempre, anche quando viene ferita, bruciata, inquinata, maltrattata, continua a dare il meglio che può anzi, ogni nuova primavera è meravigliosamente unica nel suo spettacolo cui non ci si abitua mai.
Esiste l'esempio, i mezzi oggi sono un problema superato, ciò che viene richiesto è la volontà di fare in una direzione che percepisca di essere Tutti Insieme, con le nostre differenze e idee prevedendo di accettare le une e discutere le altre perché se esiste la probabilità di Crescere è necessario che l'uno veda nell'altro il se stesso di ieri cercando di dare ciò che serve per vederlo migliorare, la sua crescita e l'inserimento in questo meraviglioso gioco chiamato Universo.

Sergio Cecchini.


Incontaminate Utopie.

Attraverso differenti input, immagini virtuali, ricordi di un'architettura solenne, aulica, nata per rappresentarsi in un impero crescente, ricordiamo l'antica Roma e quel che di lei oggi ci racconta il tessuto del centro storico, si è sviluppato il nostro repertorio formale. In contrapposizione al fervente crescere metropolitano alle nuove tecnologie, allo spazio che si manifesta in un'immagine proiettata verso nuovi, futuri sconosciuti, ci ritroviamo ad osservare. Lungo "i sentieri di Calcata" possiamo ammirare i conci di tufo che, spontanei si riuniscono per dar vita alla costruzione di un tessuto cittadino. Osserviamo, nuovamente e scorgiamo una capretta solitaria nel suo belare, una campanellina appesa al collo sembra ricordare l'infinito miscuglio dei melodici suoni naturali, incontaminati, freschi e suadenti che attirano i nostri pensieri ad abitudini ormai perdute.
Ma siamo ancora noi i veri costruttori della nostra dimensione spazio-temporale? Siamo ancora in grado di apprezzare un pasto naturale, un bicchiere di vino ed un seggio di tufo per appoggiare i nostri affanni al termine di una giornata? Questo interrogativo nasce dalla consapevolezza che per preservare una natura dal disfacimento dovremmo essere in grado di rispettare la sua spontanea evoluzione, modificandola per abitare, con sensibilità di chi conosce; tutto questo "fare" può essere unicamente classificabile sotto il termine, bioarchitettura? Ma ad una piena e maturata comprensione dei nuovi termini di rapporto necessari, di quei strumenti analogici indispensabili per rapportarci con i nostri bisogni e quelli dello spazio circostante.
Esiste un mondo invisibile, composto da un sottile intreccio d'energie che conduce il nostro agire, che gli dà corpo sostanza ed infine, forma. Non è di questa che si dibatte parlando di bioregionalismo o di bioarchitettura, della forma adatta attraverso la quale accogliere, preservare il ricco patrimonio di cui disponiamo? Sempre pensando alla forma di uno spazio, utopicamente costruibile ho iniziato il percorso di Tesi a Calcata basandomi sull'indagine delle diversità, delle contrapposte realtà che il paese offre, raccogliendo un repertorio ricco ed insostituibile di immagini nuove e surreali. Schizzare "sulla cima della Natura", forse, filosofeggiando di Architettura immersi nel borgo delle fiabe è stata, ed è, un'esperienza concreta, vissuta. Immaginare un costruito più attento ai bisogni di una civiltà che si trasforma, si aggrega, disgrega, isola e al tempo stesso si identifica è il compito dell'Architetto-uomo impegnato nei diversi segnali che giungono dal mondo. Un'utopia sana, giusta.
Progettare poi, non si discosta molto da un processo onirico risvegliato, pensato, figlio del sogno di un era nuova, di un percorso comodo e pacifico che guidi ad un traguardo lastricato sì dal cemento, ma anche dall'acqua corrente, vivace e zampillante, da "vasche" circondata.

Alessia Maggio.



Circolo Vegetariano di Calcata
Piazza Roma 22 (ingresso borgo antico)
01030 - Calcata (Viterbo)
0761/587200
Calcata è nel Parco del Treja: via Cassia via Flaminia

Sito Web: www.vegetus.net/calcata
Email: calcata@vegetus.net



Sabato, 5 Aprile 2003
Da: Laboratorio Eudemonia
A: "Centro Gioco-Natura-Creativita' "

Grazie per la Vostra nota.

Ed ora, nel presentarVi i nostri migliori riguardi, Vi chiediamo cortesemente di prendere in considerazione quanto segue:

Quando sarà possibile un altro mondo?

Nelle attuali società umane, come quindi anche in quella Italiana, in cui i ruoli più importanti, più strategici da un punto di vista organizzativo, amministrativo, fiscale, decisionale, educativo, culturale, mass-mediatico, sanitario, d'ordine pubblico, etc. sono assegnati a vita a determinate persone, viene a crearsi di fatto uno Stato ben disgiunto dai comuni Cittadini, un nocciolo duro assolutamente impenetrabile ed immodificabile da tutti coloro che ne son stati esclusi. Queste due entità, Stato e Cittadini, che per patto sociale avrebbero dovuto coincidere, avrebbero dovuto esser tutt'uno, di fatto rimangono assolutamente separate e spesso contrapposte.

E' spesso, sì, scritto sulle carte costitutive dei Paesi del G8, come anche nella stessa Costituzione Italiana, che "la sovranità appartiene al popolo" (intendendo: a tutto il popolo!), ma la realtà è ben diversa: i Paesi del G8, Italia in testa, sono "Res di Parte", sono qualcosa che letteralmente appartiene alle persone assunte a vita nei posti chiave dello Stato (che siano esse dirigenti o semplici dipendenti). I Paesi del G8 sono attualmente in mano ad una autentica oligarchia, di basso livello ma diffusa ovunque, che tuttora spadroneggia ed assoggetta, anche se in maniera sottile, subdola, la restante parte della popolazione, ed impedisce alle Nazioni una naturale evoluzione verso ciò che i diversi ambiti situazionali effettivamente richiedono.

Se l'operato del nostro Governo ed in generale di quelli dei Paesi del G8 non ci trova d'accordo, non perdiamo altro tempo: concentriamo le nostre energie per rimuovere quel particolare modello di organizzazione sociale che è alla base di ogni comportamento malefico dei Governi, e dà carta bianca alle multinazionali ed agli imperi economici mondiali. L'Impiego Pubblico assegnato a Vita è l'origine profonda, nascosta, meschina, della stragrande maggioranza dei problemi del mondo d'oggi, siano essi pertinenti l'ecologia, od il campo dei diritti umani, o della pace, o che altro.

Esigiamo, dunque, ciò di cui è impossibile negare la assoluta legittimità: pretendiamo un Equo Impiego Pubblico a Rotazione, equamente condiviso e di reale appartenenza comune. Il giorno che questo nuovo ordinamento sociale venisse alla luce non vi sarebbero più, ad esempio, forze dell'ordine (persone oggi assunte anch'esse a vita per essere fedeli guardiani di Stati oligarchici) che si accaniscono contro i manifestanti, ma si getterebbe invece il seme per realizzare una nuova società umana pienamente basata sulla condivisione e la partecipazione, non più sull'accaparramento e l'esclusione. Quel giorno, obiettivi, persino così ambiziosi come quello di veder ogni donna, ogni uomo sulla Terra disporre di un lavoro, e quindi di un reddito, minimo garantito, diverrebbero molto più facilmente raggiungibili.

L'Impiego Pubblico a Vita è l'anello debole di una catena, altrimenti indistruttibile, che tiene avvinto un intero mondo e ne impedisce il progresso sociale. L'impiego pubblico a vita è l'anello che, in maniera legalmente e moralmente ineccepibile, dobbiamo spezzare.

Dipartimento del Laboratorio Eudemonia per una
ARMONICA ROTAZIONE SOCIALE

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