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Il grano del faraone

L’agricoltura biologica non vuole essere una moda recente, fatta da e per un gruppetto di fanatici ecologisti. E’ l’agricoltura che vuole riannodare i legami con il suo passato, che risale a circa 10000 anni fa. Anche allora l’agricoltura si poteva chiamare biologica e così è stata sino a metà del secolo scorso. L’industrializzazione e l’avvento della chimica hanno interrotto quelle pratiche, quelle conoscenze, tutto il sapere che si era accumulato e tramandato, perché non occorrevano più.
Ma forse così non era.

Nel 1949 un agricoltore del Minnesota seminò 36 chicchi di grano che gli erano stati mandati dall’Egitto. Provenivano da una tomba posta accanto a una delle piramidi di Saqqara. Straordinariamente i chicchi germinarono e produssero un grano con chicchi tre volte più grandi della norma. Lo chiamarono "il grano del re Tut" in onore del faraone Tutankhamen. Nel 1997 un agronomo riuscì ad ottenre un sacchetto di quei chicchi che seminò, coltivò ed infine ne depositò il marchio, chiamandolo "Kamut".
Dal 1993 è conosciuto come Green Kamut.
Il Kamut ha un valore nutrizionale molto superiore al grano comune. Gli amminoacidi sono presenti in maggiore percentuale, le proteine sono il 17,3 per cento contro 12,3 per cento del grano comune, e sono proteine complete. Contengono infatti tutti e otto gli amminoacidi essenziali che il nostro corpo non riesce a fabbricare e che devono quindi essere introdotti con una dieta. I suoi acidi grassi sono il 2,6 per cento contro l’1,9 per cento del grano comune. Ha un contenuto maggiore di otto sali minerali tra cui magnesio, ferro, fosforo, potassio, zinco e rame.
Infine, è tollerabile anche dalle persone che normalmente sono allergiche al grano, oggi in drammatico aumento.

Quell’agricoltura, il cui sapere era tramandato con la tradizione, ha permesso la sopravvivenza e lo sviluppo dell’umanità per diecimila anni e, meravigliosamente, ha permesso a un chicco di grano di essere vivo e vitale per oltre tremila anni.

Caterina Bonetti